109. STORIE DAI BORGHI. CRONACHE MESOPOTAMICHE DA FIASTRA

La settimana finisce con Cronache mesopotamiche. Mi sembrano le parole più belle, in una settimana bella per me, certo, ma dura per tutti noi. A lunedì, commentarium.
[Ti chiedi perché mi appassioni tanto la storia di questa terra, di cui vedo la rovina, ma dalle finestre della mia comoda casa? Perché niente, in questa regione plurale, può stare in piedi da solo, e le storie sono come le casette nei paesi, tanto attaccate e incastrate l’una nell’altra che non puoi ripararne una senza ripararle tutte]
Nel cielo di Saturno, nel Paradiso, i beati appaiono a Dante come un numero infinito di luci che salgono e scendono una scala di cui non si vede la fine. Una di loro gli si accosta, e gli parla della predestinazione, che è imperscrutabile persino ai beati, quindi Dante cosa pretende, e biasima aspramente la vita molle dei grassi prelati moderni. Lui, Pier Damiani, aveva vissuto nell’inospitale eremo di Fonte Avellana, sul monte Catria, più in alto delle tonanti nubi temporalesche, contento di pochissimo, e dedito alla sua biblioteca. Il tutto accadeva più o meno cinquant’anni dopo l’anno Mille.
Nell’alta valle del Fiastrone le testimonianze di comunità eremitiche sono numerosissime. Una delle più importanti fu quella di San Salvatore di Rio Sacro, ad Acquacanina. I monaci che molto prima dell’anno Mille decisero di andare a vivere in una valle stretta, popolata, come ancora oggi, da cinghiali, aquile e lupi, animati da spirito eroico e da fede salda (come avrebbero potuto, altrimenti?), resero fertili le pendici di quei monti fino a più di 1700 metri di altitudine. Lì, ci racconta Pier Damiani quando ci passò, visse un Firmano (di Fermo, naturalmente). Siamo forse nel 970. Di quell’eremo non rimane quasi traccia: intorno al 1200, forse, i monaci si trasferirono nell’abbazia di Santa Maria di Meriggio di Acquacanina.
[Il mondo è piccolissimo, e la Mesopotamia è un francobollo di terra nel quale tutte le storie si intersecano].
Sul mare, tra un fiume (il Potenza) e una città romana in rovina da secoli (Potentia), si estendono fertili pianure dominate, nel primo medioevo, da abbazie lontane: Ravenna, Farfa, Montecassino… e una nobildonna di Montelupone fermamente decide, intorno al Mille, di fondare un’abbazia, biglietto d’ingresso per il Paradiso, e fermamente vuole Firmano, che nicchia, perché fa l’eremita e vorrebbe continuare così. Non abbiamo la certezza che i due Firmani coincidano. La tentazione è forte, però. Ci piacerebbe annodare le due vite, e vedere nel monaco, forzato alla vita comunitaria sulla sponda dell’Adriatico, ostinato a vivere come un eremita anche in mezzo alla gente, l’adolescente che abbracciò il sacerdozio in una remota valle appenninica.
E mi immagino la faccia del Firmano quarantenne (l’età in cui morì) che scruta il mare e pensa alle sue montagne, alle aquile, alla luce trasparente di lassù, e la immagino come la faccia dei vecchi che da Acquacanina sono stati portati nel campeggio alla foce del Potenza, e pure loro (e non solo loro, ma anche i giovani) non vedono l’ora di tornarsene a casa.
[Da Meriggio a Potentia, da Acquacanina e Fiastra a Porto Recanati: non è predestinazione inconoscibile, è la magia della Mesopotamia, sono le strade lungo il fiume che vogliono così]
Intanto lassù qualcosa si muove, piano. A Fiastra da un paio di mesi sono iniziati i lavori di urbanizzazione nell’area su cui sorgeranno le case provvisorie (per favore smettiamola di chiamarle “casette”, non stiamo giocando con le barbie). La consegna è prevista entro pochi mesi. Speriamo. Fra poco dovrebbe essere aperta la zona rossa nel centro storico di Fiastra, dove alcuni esercizi hanno riaperto all’interno di container. Per la ricostruzione bisogna aspettare: sta partendo quella leggera, mentre per quella pesante, che riguarda gli edifici con gravi problemi strutturali, bisognerà attendere gli esiti della microzonazione, cioè dello studio geologico. Ci vorranno mesi, purtroppo. Mesi in cui dobbiamo continuare a ripetere che non c’è ricostruzione senza la ricostituzione delle comunità, che hanno bisogno di strade, scuole, lavoro, ma anche di una storia comune della quale sentirsi partecipi.

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