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	Commenti a: 4. CONTRO LA VIOLENZA: DISCUSSIONE	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		Di: Stefania g		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/4-contro-la-violenza-discussione/comment-page-1/#comment-127819</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefania g]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 22:45:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quoto Loredana Taddei quando scrive della comunicazione
!E’ importante poi decidere se puntare ad una campagna di informazione e di sensibilizzazione o di denuncia e pressione. Se rappresentare la donna come un soggetto che si deve difendere e che va difeso, oppure come una persona forte, che dice basta, che esige il rispetto dei suoi diritti insieme all’adozione di misure che la tutelino maggiormente. Se parlare soltanto alle donne, come sempre si fa, o anche agli uomini che sono decisamente parte in causa.&quot;
Mi chiedo se non sussitsa il rischio, approciando con un riduttivo &quot;o anche &quot; l&#039; uomo, di divenire ancora e nuovamente autoreferenziali. Il genere maschile, a parer mio, dovrebbe essere il nuovo e primo referente del messaggio. Genere maschile che è alcontempo assunto e accettato da quello femminile. Inutile continuare a parlarsi addossso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quoto Loredana Taddei quando scrive della comunicazione<br />
!E’ importante poi decidere se puntare ad una campagna di informazione e di sensibilizzazione o di denuncia e pressione. Se rappresentare la donna come un soggetto che si deve difendere e che va difeso, oppure come una persona forte, che dice basta, che esige il rispetto dei suoi diritti insieme all’adozione di misure che la tutelino maggiormente. Se parlare soltanto alle donne, come sempre si fa, o anche agli uomini che sono decisamente parte in causa.&#8221;<br />
Mi chiedo se non sussitsa il rischio, approciando con un riduttivo &#8220;o anche &#8221; l&#8217; uomo, di divenire ancora e nuovamente autoreferenziali. Il genere maschile, a parer mio, dovrebbe essere il nuovo e primo referente del messaggio. Genere maschile che è alcontempo assunto e accettato da quello femminile. Inutile continuare a parlarsi addossso.</p>
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		<title>
		Di: CloseTheDoor		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/4-contro-la-violenza-discussione/comment-page-1/#comment-127818</link>

		<dc:creator><![CDATA[CloseTheDoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 23:13:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A proposito dell&#039;educazione al disprezzo per le donne
.
Da SNOQ cito questa segnalazione su un &quot;manuale di decifrazione&quot; per genitori ed insegnanti, degli stereotipi sessisti nelle illustrazioni dei libri per bambini della scuola materna.
In particolare - in tema con il post - la dicotomia mamma di maschio vs mamma di femmina.
.
Cito:
&quot;Ai due estremi di questa ristretta gamma di madri stanno la madre di un ragazzo e quella di una bambina. La madre del maschio è la “madre serva”. La sua immagine più estrema è quella di una donna senza età, indigente, scarmigliata e stralunata. Giovane e sfinita o miserabile e non più giovane, la madre di un maschio è totalmente al servizio del figlio. Il suo ruolo non è mai di educatrice: nella sua ignoranza e banalità non è in grado di insegnargli nulla, le lezioni vengono tutte dal padre.
&quot;La madre della bambina invece è correttamente abbigliata, disponibile, pronta a impartire un’educazione. La si vede insegnare alla figlia come fare le torte, disporre i fiori in un vaso, portarla con sé quando va a fare acquisti di abbigliamento. Si capisce che è incaricata di una missione: trasmettere il suo savoir-faire di padrona di casa e, in tal modo, perpetuare il ruolo.
&quot;Questo doppio personaggio di madre, che incoraggia nelle bambine l’identificazione con il ruolo e nei maschi il disprezzo per le caratteristiche descritte come naturalmente ed esclusivamente femminili (in primo luogo impersonate dalla madre) è lo strumento più flagrante, e forse uno dei più efficaci, usato nell’impresa che gli albi conducono da secoli, di condizionare i bambini ai ruoli sessuati.&quot;
-
http://www.comune.torino.it/quantedonne/documenti/guida_alla_decifrazione.pdf]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito dell&#8217;educazione al disprezzo per le donne<br />
.<br />
Da SNOQ cito questa segnalazione su un &#8220;manuale di decifrazione&#8221; per genitori ed insegnanti, degli stereotipi sessisti nelle illustrazioni dei libri per bambini della scuola materna.<br />
In particolare &#8211; in tema con il post &#8211; la dicotomia mamma di maschio vs mamma di femmina.<br />
.<br />
Cito:<br />
&#8220;Ai due estremi di questa ristretta gamma di madri stanno la madre di un ragazzo e quella di una bambina. La madre del maschio è la “madre serva”. La sua immagine più estrema è quella di una donna senza età, indigente, scarmigliata e stralunata. Giovane e sfinita o miserabile e non più giovane, la madre di un maschio è totalmente al servizio del figlio. Il suo ruolo non è mai di educatrice: nella sua ignoranza e banalità non è in grado di insegnargli nulla, le lezioni vengono tutte dal padre.<br />
&#8220;La madre della bambina invece è correttamente abbigliata, disponibile, pronta a impartire un’educazione. La si vede insegnare alla figlia come fare le torte, disporre i fiori in un vaso, portarla con sé quando va a fare acquisti di abbigliamento. Si capisce che è incaricata di una missione: trasmettere il suo savoir-faire di padrona di casa e, in tal modo, perpetuare il ruolo.<br />
&#8220;Questo doppio personaggio di madre, che incoraggia nelle bambine l’identificazione con il ruolo e nei maschi il disprezzo per le caratteristiche descritte come naturalmente ed esclusivamente femminili (in primo luogo impersonate dalla madre) è lo strumento più flagrante, e forse uno dei più efficaci, usato nell’impresa che gli albi conducono da secoli, di condizionare i bambini ai ruoli sessuati.&#8221;<br />
&#8211;<br />
<a href="http://www.comune.torino.it/quantedonne/documenti/guida_alla_decifrazione.pdf" rel="nofollow ugc">http://www.comune.torino.it/quantedonne/documenti/guida_alla_decifrazione.pdf</a></p>
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		Di: Laura		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/4-contro-la-violenza-discussione/comment-page-1/#comment-127817</link>

		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 12:04:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La violenza e la discriminazione subite dalle donne sono una vera e propria piaga della nostra società e continuare a parlarne e a denunciare il problema è l&#039;unico modo per far cambiare le cose!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La violenza e la discriminazione subite dalle donne sono una vera e propria piaga della nostra società e continuare a parlarne e a denunciare il problema è l&#8217;unico modo per far cambiare le cose!</p>
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		Di: Valter Binaghi		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/4-contro-la-violenza-discussione/comment-page-1/#comment-127816</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valter Binaghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 08:19:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/?p=5189#comment-127816</guid>

					<description><![CDATA[&quot;Il modo in cui gli uomini hanno costruito il nostro potere sociale e individuale è, paradossalmente, fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli stessi uomini. Se il potere è strutturato come capacità di dominio e di controllo, se la capacità di agire in modi “potenti” richiede la costruzione di una personale corazza e una distanza dagli altri piena di
paura, se proprio il mondo del potere e dei privilegi ci tiene lontani da quella sfera dove si allevano e educano figli, allora stiamo creando uomini la cui esperienza del potere è carica di problemi.
Questo succede in modo particolare perché l’interiorizzazione delle aspettative della mascolinità sono di per sé impossibili da soddisfare o realizzare. Questo può sembrare un problema inerente al patriarcato, ma sembra particolarmente vero in un momento storico e in culture dove sono state rovesciate le rigide frontiere di genere. Sia che
si tratti di realizzazioni fisiche o finanziarie o la soppressione di una gamma di emozioni umane e di bisogni, gli imperativi della virilità (in opposizione alle semplici certezze dell’essere biologicamente uomo ) sembrano richiedere una costante vigilanza e fatica, specialmente per gli uomini più giovani.
Le personali insicurezze dovute al fallimento di essere all’altezza dei requisiti richiesti dalla mascolinità, o semplicemente, la minaccia del fallimento è sufficiente a gettare molti uomini, in particolare quando sono giovani, in un vortice di paura, isolamento, rabbia, auto-punizione, odio verso sé stessi e aggressività.
In un simile stato emozionale, la violenza diventa un meccanismo compensatorio. E’ un modo di ristabilire l’equilibrio maschile, di esibire a sé stesso e agli altri le credenziali della propria mascolinità. Questa espressione di violenza di solito include la scelta di un bersaglio che è fisicamente più debole o più vulnerabile. Si può trattare di un bambino, di
una donna, o di gruppi sociali come uomini gay o minoranze religiose o sociali, o immigranti che sembrano rappresentare bersagli facili per l’insicurezza e la rabbia di singoli uomini, specialmente perché questi gruppi spesso non godono di adeguata protezione da parte della legge. (Questo meccanismo compensatorio è chiaramente visibile, per esempio, nel fatto che la maggior parte degli attacchi punitivi ai gay sono commessi da gruppi di giovani uomini in un periodo della loro vita in cui sperimentano la più grande insicurezza di non essere all’altezza rispetto ai requisiti maschili richiesti.)
Ciò che fa della violenza un meccanismo individuale compensatorio è stato l’accettazione condivisa da molti della violenza come mezzo per risolvere le differenze e affermare potere e controllo. Ciò che la rende possibile sono il potere e i privilegi di cui gli uomini godono, le credenze codificate, le pratiche, le strutture sociali e la legge.
La violenza degli uomini, nella sua miriade di forme, è il risultato congiunto del potere maschile, del loro senso di avere diritto ai privilegi, il permesso all’uso di certe forme di violenza e la paura (o realtà) di non avere paura.&quot;
Michael Kaufman - Le 7 P della violenza maschile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il modo in cui gli uomini hanno costruito il nostro potere sociale e individuale è, paradossalmente, fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli stessi uomini. Se il potere è strutturato come capacità di dominio e di controllo, se la capacità di agire in modi “potenti” richiede la costruzione di una personale corazza e una distanza dagli altri piena di<br />
paura, se proprio il mondo del potere e dei privilegi ci tiene lontani da quella sfera dove si allevano e educano figli, allora stiamo creando uomini la cui esperienza del potere è carica di problemi.<br />
Questo succede in modo particolare perché l’interiorizzazione delle aspettative della mascolinità sono di per sé impossibili da soddisfare o realizzare. Questo può sembrare un problema inerente al patriarcato, ma sembra particolarmente vero in un momento storico e in culture dove sono state rovesciate le rigide frontiere di genere. Sia che<br />
si tratti di realizzazioni fisiche o finanziarie o la soppressione di una gamma di emozioni umane e di bisogni, gli imperativi della virilità (in opposizione alle semplici certezze dell’essere biologicamente uomo ) sembrano richiedere una costante vigilanza e fatica, specialmente per gli uomini più giovani.<br />
Le personali insicurezze dovute al fallimento di essere all’altezza dei requisiti richiesti dalla mascolinità, o semplicemente, la minaccia del fallimento è sufficiente a gettare molti uomini, in particolare quando sono giovani, in un vortice di paura, isolamento, rabbia, auto-punizione, odio verso sé stessi e aggressività.<br />
In un simile stato emozionale, la violenza diventa un meccanismo compensatorio. E’ un modo di ristabilire l’equilibrio maschile, di esibire a sé stesso e agli altri le credenziali della propria mascolinità. Questa espressione di violenza di solito include la scelta di un bersaglio che è fisicamente più debole o più vulnerabile. Si può trattare di un bambino, di<br />
una donna, o di gruppi sociali come uomini gay o minoranze religiose o sociali, o immigranti che sembrano rappresentare bersagli facili per l’insicurezza e la rabbia di singoli uomini, specialmente perché questi gruppi spesso non godono di adeguata protezione da parte della legge. (Questo meccanismo compensatorio è chiaramente visibile, per esempio, nel fatto che la maggior parte degli attacchi punitivi ai gay sono commessi da gruppi di giovani uomini in un periodo della loro vita in cui sperimentano la più grande insicurezza di non essere all’altezza rispetto ai requisiti maschili richiesti.)<br />
Ciò che fa della violenza un meccanismo individuale compensatorio è stato l’accettazione condivisa da molti della violenza come mezzo per risolvere le differenze e affermare potere e controllo. Ciò che la rende possibile sono il potere e i privilegi di cui gli uomini godono, le credenze codificate, le pratiche, le strutture sociali e la legge.<br />
La violenza degli uomini, nella sua miriade di forme, è il risultato congiunto del potere maschile, del loro senso di avere diritto ai privilegi, il permesso all’uso di certe forme di violenza e la paura (o realtà) di non avere paura.&#8221;<br />
Michael Kaufman &#8211; Le 7 P della violenza maschile</p>
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