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	Commenti a: ALTRI APPUNTI	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		Di: _stefano_		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121242</link>

		<dc:creator><![CDATA[_stefano_]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 00:12:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Loredana, mi sono rivolto a te perché sapevo che mi avresti letto e risposto. Non ti sei espressa male e i miei dubbi riguardavano gli interventi letti fin qua. Anche se è probabile che molte cose mi sfuggano. In realtà pongo delle obiezioni ( spero non fastidiose ) ma non mi sto opponendo ( mitomania ).
Io non metto in dubbio che l’attuale ciclo vitale ( il passaggio dell’anomalia economica non l’ho potuto capire ) dei libri sia un problema, ho dei dubbi circa la possibilità di un intervento per migliorarlo attraverso delle modifiche dirette come se fosse il risultato di una causa mentre da quel che capisco è dovuto a troppe cose. Le condizioni che portano allo stato attuale sembrano essere il numero “eccessivo” di pubblicazioni e la corsa al guadagno immediato per poi passare ad altri titoli e cosi via ( attraverso anche il marketing pervasivo delle varie mode, “gli esordienti”, “i best-sellers” e i vari “filoni” che funzionano ). E va bene. Dal punto di vista del numero di pubblicazioni, mi pare che sia un discorso chiuso sia perché ognuno è libero di pubblicare quanto gli pare, e non è pensabile di governare la quantità di titoli. Se il grosso delle pubblicazioni non dipende dai piccoli editori non ha senso parlarne, se invece sì lo stesso. Avrebbero già potuto farlo. L’iperproduzione per imitazione: non si tratta di essere d’accordo o meno io e te, ma chi i libri li scrive e chi li pubblica ( oltre a chi li legge ), e la confusione di cui parlavo è di pensare che le politiche intelligenti debbano intervenire sulle tendenze in maniera diretta. Cioè essere contrari all’iperproduzione è una posizione legittima ma non  può essere istituzionalizzata e non c’è una possibilità di intervento pratico in questo senso. Come fai a dire agli editori non pubblicate certe cose tanto per sfruttare il filone? Dunque sistemare le cose che vanno sistemate e che possono essere sistemate, e l’iperproduzione non è tra queste. È come se si volesse ripristinare una condizione più vivibile. Nello specifico io non so come funzionano le librerie, ma se ho capito succede che il libraio rispedisca indietro l’invenduto per sostituirlo con i nuovi titoli. Ma allora è il libraio che deve decidere di non prendere i nuovi ordini, non tutti almeno, e insistere sui titoli in cui crede magari. È il libraio che ha più possibilità di intervento? Per spiegarmi meglio è come se si dicesse “bene, il ciclo vitale dei libri è troppo breve, dunque facciamo questo e quest’altro e tornerà a durate migliori”. No, “questo e quest’altro” devono avere giustificazioni concrete, perché diventeranno regole, leggi, e può benissimo accadere che tutto funzioni ma che si continuino a produrre libri tanto per.
_stefano_ (il suicidio di paperinoramone a volte detto paperinomane altre e per fortuna paperinamore, raccontato come fosse una cosa seria)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Loredana, mi sono rivolto a te perché sapevo che mi avresti letto e risposto. Non ti sei espressa male e i miei dubbi riguardavano gli interventi letti fin qua. Anche se è probabile che molte cose mi sfuggano. In realtà pongo delle obiezioni ( spero non fastidiose ) ma non mi sto opponendo ( mitomania ).<br />
Io non metto in dubbio che l’attuale ciclo vitale ( il passaggio dell’anomalia economica non l’ho potuto capire ) dei libri sia un problema, ho dei dubbi circa la possibilità di un intervento per migliorarlo attraverso delle modifiche dirette come se fosse il risultato di una causa mentre da quel che capisco è dovuto a troppe cose. Le condizioni che portano allo stato attuale sembrano essere il numero “eccessivo” di pubblicazioni e la corsa al guadagno immediato per poi passare ad altri titoli e cosi via ( attraverso anche il marketing pervasivo delle varie mode, “gli esordienti”, “i best-sellers” e i vari “filoni” che funzionano ). E va bene. Dal punto di vista del numero di pubblicazioni, mi pare che sia un discorso chiuso sia perché ognuno è libero di pubblicare quanto gli pare, e non è pensabile di governare la quantità di titoli. Se il grosso delle pubblicazioni non dipende dai piccoli editori non ha senso parlarne, se invece sì lo stesso. Avrebbero già potuto farlo. L’iperproduzione per imitazione: non si tratta di essere d’accordo o meno io e te, ma chi i libri li scrive e chi li pubblica ( oltre a chi li legge ), e la confusione di cui parlavo è di pensare che le politiche intelligenti debbano intervenire sulle tendenze in maniera diretta. Cioè essere contrari all’iperproduzione è una posizione legittima ma non  può essere istituzionalizzata e non c’è una possibilità di intervento pratico in questo senso. Come fai a dire agli editori non pubblicate certe cose tanto per sfruttare il filone? Dunque sistemare le cose che vanno sistemate e che possono essere sistemate, e l’iperproduzione non è tra queste. È come se si volesse ripristinare una condizione più vivibile. Nello specifico io non so come funzionano le librerie, ma se ho capito succede che il libraio rispedisca indietro l’invenduto per sostituirlo con i nuovi titoli. Ma allora è il libraio che deve decidere di non prendere i nuovi ordini, non tutti almeno, e insistere sui titoli in cui crede magari. È il libraio che ha più possibilità di intervento? Per spiegarmi meglio è come se si dicesse “bene, il ciclo vitale dei libri è troppo breve, dunque facciamo questo e quest’altro e tornerà a durate migliori”. No, “questo e quest’altro” devono avere giustificazioni concrete, perché diventeranno regole, leggi, e può benissimo accadere che tutto funzioni ma che si continuino a produrre libri tanto per.<br />
_stefano_ (il suicidio di paperinoramone a volte detto paperinomane altre e per fortuna paperinamore, raccontato come fosse una cosa seria)</p>
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		Di: Andrea L. Carbone		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121241</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea L. Carbone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 16:19:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono sinceramente dispiaciuto del fatto che l&#039;espressione &quot;gossip culturale&quot; abbia potuto occasionare dei malintesi. Non mi riferivo affatto al dibattito in corso sui maggiori quotidiani e sui principali blog letterari perché non ho l&#039;abitudine di denigrare i miei interlocutori. Intendevo, per esempio, proprio il battage mediatico che accompagna con rulli di tamburo i &quot;cinquecento esordienti che nella stagione a venire vengono mandati al massacro cercando il bis&quot; (Lipperini) e altri fenomeni consimili.
Per riprendere l&#039;intervento di Marco Cassini, trovo senz&#039;altro commendevole l&#039;obiettivo di assumere a criterio della produzione editoriale la qualità delle scelte e del lavoro, cioè la coerenza rispetto a una politica editoriale dichiarata e riconoscibile, e concordo sul fatto che per una casa editrice sia razionale e raccomandabile autoregolamentare quantità e ritmi di produzione commisurandoli alle proprie forze. Per fare un esempio banale, basterebbe già che un piccolo editore pubblicasse soltanto i manoscritti che ha avuto il tempo di leggere personalmente e che la sua redazione ha avuto modo di rifinire dedicando a ciascuno la cura che un buon artigiano investe nel suo manufatto. Mi pare in effetti che nella sostanza la proposta di Marco consista in questo, e che questo fosse lo spirito di Marcos y Marcos, casa editrice che per prima l&#039;ha messa in pratica. E questa scelta, che per me non è di &quot;decrescita&quot; (termine del lessico politico, come &quot;marxismo&quot;, &quot;protezionismo&quot; o &quot;liberismo&quot;) ma di buon senso e, come si diceva una volta, di onestà intellettuale, deve essere affiancata a una battaglia politica su altri fronti, che investono gli aspetti strutturali della filiera editoriale. Mi pare che anche su questo ci si ritrovi su posizioni comuni, benché diversamente articolate.
Uno di questi aspetti riguarda naturalmente il prezzo del libro e la regolamentazione delle campagne promozionali, ma anche, bisogna aggiungere, dei sovrasconti imposti agli editori per entrare nei circuiti si smercio più visibili. Molti lettori, anche su questo blog, sono insorti giustamente contro una legge che li priva del vantaggio di un congruo sconto su prezzi di copertina spesso molto alti. Ripeto, giustamente. Siamo tutti lettori, prima di ogni cosa. Ma occorrerebbe considerare che del prezzo di copertina di un libro una percentuale che va dal 50% a oltre il 60% spetta alla distribuzione, che paga a sua volta le librerie in percentuali molto variabili, e che contando anche i diritti d&#039;autore e chiaramente le spese di produzione, il ricavo degli editori è molto lontano dalla cifra iniziale, ridotto di vari ordini di grandezza. A mio avviso il lettore può e deve pretendere dagli editori una politica dei prezzi onesta e commisurata al valore del lavoro che ha permesso la pubblicazione di un buon libro, senza pagare sovrappiù. Ma se a questo non corrisponde un &quot;consumo critico&quot; del bene libro, attento alla complessità e alle storture delle dinamiche che governano il mercato editoriale, il circolo non può che rimanere vizioso.
Il commercio della libreria oggi non è un libero mercato, se per libero mercato intendiamo un regime di scambio in cui vige una libera concorrenza che permette ai libri migliori di essere apprezzati e acquistati al miglior prezzo. È inquinato da pratiche di controllo e di concentrazione di pochi soggetti forti. Non dovrebbe neppure essere inteso come un regime di concorrenza, a rigore, perché un libro non è un frigorifero o un&#039;automobile, non se ne compra certo uno solo.
Una delle possibili soluzioni a questo stato di cose, che deve a mio avviso tradursi in una proposta politica da parte degli editori indipendenti di qualità, è un programma di aiuti e di alleggerimento della pressione fiscale sulle piccole librerie indipendenti, che della bibliodiversità e della lentezza del &quot;ciclo vitale&quot; del libro sottratta ai ritmi frenetici della novità a tutti i costi sono il luogo naturale, le uniche dove oggi un lettore può aspettarsi di trovare un libro di cui non aveva mai sentito parlare, un piccolo tesoro, o di farsi un&#039;idea della linea di un piccolo editore trovando da sfogliare una scelta significativa del suo catalogo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono sinceramente dispiaciuto del fatto che l&#8217;espressione &#8220;gossip culturale&#8221; abbia potuto occasionare dei malintesi. Non mi riferivo affatto al dibattito in corso sui maggiori quotidiani e sui principali blog letterari perché non ho l&#8217;abitudine di denigrare i miei interlocutori. Intendevo, per esempio, proprio il battage mediatico che accompagna con rulli di tamburo i &#8220;cinquecento esordienti che nella stagione a venire vengono mandati al massacro cercando il bis&#8221; (Lipperini) e altri fenomeni consimili.<br />
Per riprendere l&#8217;intervento di Marco Cassini, trovo senz&#8217;altro commendevole l&#8217;obiettivo di assumere a criterio della produzione editoriale la qualità delle scelte e del lavoro, cioè la coerenza rispetto a una politica editoriale dichiarata e riconoscibile, e concordo sul fatto che per una casa editrice sia razionale e raccomandabile autoregolamentare quantità e ritmi di produzione commisurandoli alle proprie forze. Per fare un esempio banale, basterebbe già che un piccolo editore pubblicasse soltanto i manoscritti che ha avuto il tempo di leggere personalmente e che la sua redazione ha avuto modo di rifinire dedicando a ciascuno la cura che un buon artigiano investe nel suo manufatto. Mi pare in effetti che nella sostanza la proposta di Marco consista in questo, e che questo fosse lo spirito di Marcos y Marcos, casa editrice che per prima l&#8217;ha messa in pratica. E questa scelta, che per me non è di &#8220;decrescita&#8221; (termine del lessico politico, come &#8220;marxismo&#8221;, &#8220;protezionismo&#8221; o &#8220;liberismo&#8221;) ma di buon senso e, come si diceva una volta, di onestà intellettuale, deve essere affiancata a una battaglia politica su altri fronti, che investono gli aspetti strutturali della filiera editoriale. Mi pare che anche su questo ci si ritrovi su posizioni comuni, benché diversamente articolate.<br />
Uno di questi aspetti riguarda naturalmente il prezzo del libro e la regolamentazione delle campagne promozionali, ma anche, bisogna aggiungere, dei sovrasconti imposti agli editori per entrare nei circuiti si smercio più visibili. Molti lettori, anche su questo blog, sono insorti giustamente contro una legge che li priva del vantaggio di un congruo sconto su prezzi di copertina spesso molto alti. Ripeto, giustamente. Siamo tutti lettori, prima di ogni cosa. Ma occorrerebbe considerare che del prezzo di copertina di un libro una percentuale che va dal 50% a oltre il 60% spetta alla distribuzione, che paga a sua volta le librerie in percentuali molto variabili, e che contando anche i diritti d&#8217;autore e chiaramente le spese di produzione, il ricavo degli editori è molto lontano dalla cifra iniziale, ridotto di vari ordini di grandezza. A mio avviso il lettore può e deve pretendere dagli editori una politica dei prezzi onesta e commisurata al valore del lavoro che ha permesso la pubblicazione di un buon libro, senza pagare sovrappiù. Ma se a questo non corrisponde un &#8220;consumo critico&#8221; del bene libro, attento alla complessità e alle storture delle dinamiche che governano il mercato editoriale, il circolo non può che rimanere vizioso.<br />
Il commercio della libreria oggi non è un libero mercato, se per libero mercato intendiamo un regime di scambio in cui vige una libera concorrenza che permette ai libri migliori di essere apprezzati e acquistati al miglior prezzo. È inquinato da pratiche di controllo e di concentrazione di pochi soggetti forti. Non dovrebbe neppure essere inteso come un regime di concorrenza, a rigore, perché un libro non è un frigorifero o un&#8217;automobile, non se ne compra certo uno solo.<br />
Una delle possibili soluzioni a questo stato di cose, che deve a mio avviso tradursi in una proposta politica da parte degli editori indipendenti di qualità, è un programma di aiuti e di alleggerimento della pressione fiscale sulle piccole librerie indipendenti, che della bibliodiversità e della lentezza del &#8220;ciclo vitale&#8221; del libro sottratta ai ritmi frenetici della novità a tutti i costi sono il luogo naturale, le uniche dove oggi un lettore può aspettarsi di trovare un libro di cui non aveva mai sentito parlare, un piccolo tesoro, o di farsi un&#8217;idea della linea di un piccolo editore trovando da sfogliare una scelta significativa del suo catalogo.</p>
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		Di: Ilaria Bussoni		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Bussoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 11:17:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[intendevo dire il dibattito già presente su Repbblica su questo tema ed emerso nei giorni precedenti; mi scuso per l&#039;uso improprio del termine &quot;organizzato&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>intendevo dire il dibattito già presente su Repbblica su questo tema ed emerso nei giorni precedenti; mi scuso per l&#8217;uso improprio del termine &#8220;organizzato&#8221;</p>
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		Di: lalipperini		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lalipperini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 10:59:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ilaria Bussoni: io non ho &quot;organizzato&quot; un bel niente. Io ho firmato due articoli su questo argomento. Il primo è uscito il 14 gennaio, il secondo il 18 luglio. Quindi, cominciamo a stare alla realtà dei fatti, grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ilaria Bussoni: io non ho &#8220;organizzato&#8221; un bel niente. Io ho firmato due articoli su questo argomento. Il primo è uscito il 14 gennaio, il secondo il 18 luglio. Quindi, cominciamo a stare alla realtà dei fatti, grazie.</p>
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		Di: Ilaria Bussoni		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121238</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Bussoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 10:47:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un chianti classico per l’editoria
Immaginiamo di essere sull’autobus romano n. 75, quello che in 45 minuti va da piazza Indipendenza a Monteverde, sono le 8 del mattino, è un luglio anomalo perché non fa caldo, ma la città è già semivuota per le partenze estive. Immaginiamo di comprare un quotidiano importante, di aprirlo e di iniziare a leggerlo alle pagine culturali soddisfatti di aver trovato un posto a sedere. Il giorno prima è stato avviato un dibattito, sulla «crisi delle enoteche», perché c’è la forte impressione che il vino venga bevuto sempre meno, ormai se ne consuma anche meno di una bottiglia procapite all’anno (sopra i 16 anni). I piccoli vignaioli stentano a portare avanti il loro lavoro, perché a imporsi sul mercato sono i grandi produttori, quelli che riescono ad avere una presenza maggiore, ad abbassare i prezzi e che fanno un vino «più vendibile» con un gusto più omologato e quindi più facile. Immaginiamo di leggere, su questo importante quotidiano, un’affermazione del presidente delle enoteche italiane che suoni più o meno così: le enoteche italiane sono in crisi perché sono sommerse da centinaia e centinaia di piccole etichette che propongono troppi vini diversi; sarebbe ora di smetterla di produrre tutti questi chianti classici di cui nessuno sente la necessità; basterebbe produrre molte meno varietà e ciascuna in molte più bottiglie… Immaginiamo che quello seduto sull’autobus che legge sia un piccolo vignaiolo, uno che fa poche bottiglie e che non è affatto affermato sul mercato del consumo di massa; fa un suo chianti classico anche se ce ne sono già tanti ed è convinto che sia del tutto diverso da quello degli altri e c’è pure, tra i bevitori, chi lo apprezza. Ebbene, questo vignaiolo sull’autobus 75 a Roma nel bel mezzo di una mancata calura estiva come dovrebbe sentirsi di fronte all’osservazione del presidente italiano enoteche? Di fronte a qualcuno che in qualche modo gli sta consigliando di sparire, di andare a fare dell’altro, magari l’editore?
Ecco, quando ho letto la seconda puntata del dibattito organizzato da Loredana Lipperini su «Repubblica» il 19 luglio scorso, mi sono sentita come questo ipotetico vignaiolo: feccia. L’affermazione di Pisanti era così assurda e offensiva nei confronti di un’intera categoria di «imprenditori culturali» che ho pensato di non aver capito, colta da sconcerto. Quando ho davvero preso nota di dove si aprissero e chiudessero le virgolette, ho pensato fosse giusto rispondere, testimoniare un dissenso anche nel risvolto presuntamente «oggettivo» di quell’affermazione: le librerie sono intasate dai piccoli editori che non vendono e la crisi del libro grossomodo sta qui.
Poi, però, ho anche pensato che gli interventi dei piccoli editori sembrano spesso avere quel tono lamentoso di chi si sente escluso, di chi rivendica una centralità che non riesce a conquistarsi da solo, di chi vuole un aiuto, una tutela, un diritto a esistere perché in fondo non sa fare bene il proprio mestiere. È spesso così che vengono intese le denunce degli editori indipendenti, come la richiesta di un assistenzialismo (ohibò) che consenta loro di vivere anche a prescindere da ciò che decide il mercato. E in genere la reazione di chi legge è più o meno la seguente: col mercato fanno i conti tutti carino e non si vede perché i libri debbano fare eccezione.
Pr evitare di cadere in questo tranello retorico – ah, ecco l’ennesimo editore che vorrebbe solo due lire per campare ¬– ho pensato che una «campagna» provocatoria e dai toni paradossali fosse più efficace. Se sul sito della casa editrice DeriveApprodi, di cui sono la subdirettora, avessimo pubblicato un intervento con tanto di cifre e analisi per dimostrare che la crisi delle librerie, del sistema culturale, della lettura fa tutt’uno con la «crisi economica», con un modello monopolistico di tipo berlusconiano, con la riforma dell’università già Berlinguer poi Moratti poi Gelmini, con i tagli alle risorse culturali e alle biblioteche, con l’idea che né i libri né la cultura siano un bene comune, ecco se sul sito avessimo scritto e argomentato tutto questo credo che in pochi se ne sarebbero accorti (solo gli estimatori del nostro chianti classico per intenderci). Il nostro intervento aveva con tutta evidenza il tono acido della provocazione e come ogni bravo giornalista sa, e Loredana Lipperini meglio di molti altri, occorreva semplicemente un incipit. Non volevamo in alcun modo denigrare il lavoro di Loredana Lipperini, che sappiamo essere giornalista attenta alle trasformazioni del mondo editoriale tutto, e questo da diversi anni. Volevamo però testimoniare il nostro fortissimo disagio di fronte ai contenuti di un’affermazione riportata sul giornale per il quale la Lipperini scrive. Come potevamo sentirci in quanto editori che da anni portano avanti un lavoro di ricerca (a volte anche con vantaggio dei grandi editori), senza alcuna sovvenzione o pubblico contributo, un lavoro basato sul nostro auto sfruttamento e sulla nostra precarietà e sul nostro rischio, di fronte a qualcuno che definisce i nostri libri «inutili»? Alla stregua di ciò che dice Pisanti, dovremmo quindi pensare, ad esempio, che la nostra ripubblicazione della traduzione dell’Odissea di Omero per mano del poeta e critico d’arte Emilio Villa sia stata «inutile»? O persino che l’editoria italiana vivrebbe una migliore condizione se avessimo rinunciato a ripubblicare quella storica – e per noi fondamentale – traduzione dell’Odissea? E pensare che avevamo persino immaginato di pubblicare la ritraduzione dell’Antico Testamento fatta proprio da questo grandissimo studioso di lingue semitiche. Cosa risponderebbe Pisanti? che non serve perché c’è già la Bibbia della Cei?
Ci spiace sinceramente se Loredana Lipperini non ha colto il risvolto volutamente tagliente di una risposta piccata, che non era in alcun modo rivolta a lei. Del resto lei stessa sa che il dibattito sulla crisi del libro è solo all’inizio, come è solo all’inizio quel processo di concentrazione della filiera di vendita del libro che porterà tutta l’editoria indipendente ad avere una posizione di mercato sempre più marginale. Si tratta di un processo avviato da tempo, che oggi subisce un’improvvisa accelerazione anche in relazione alla «crisi», anche di fronte a una ristrutturazione del mercato del libro nel quale a contare sono i manager e i buyers.
C’è chi da anni denuncia il processo in corso: basti vedere la riflessione di Alfredo Salsano (scomparso direttore editoriale di Bollati Boringhieri, quando la casa editrice era indipendente) e la sua proposta di un circuito Slowbook; o gli articoli di Marco Bascetta (direttore editoriale della manifestolibri) di denuncia del «monopolio di fatto» dell’editoria italiana; o il progetto di «filiera corta» dell’associazione criticalbook di cui DeriveAprodi è un animatore… Da anni singoli o piccoli gruppi di editori denunciano un mercato del libro che favorisce le concentrazioni, un mercato dopato dalle rese e dalle fatturazioni; denunciano la moria delle librerie indipendenti e la necessità di immaginare forme di difesa dell’editoria di ricerca e di progetto; denunciano i tagli alle risorse per la cultura in generale e le biblioteche – comunali, scolastiche, universitarie – in particolare; denunciano le continue richieste di sovrasconti da parte delle catene di librerie, che finiscono con lo strozzare l’editore lasciandogli meno del 40% del prezzo di copertina di un libro…
Di tutto questo si continuerà a parlare, forse anche con la consapevolezza che per molti editori in gioco c’è la loro sopravvivenza. Prima di darsi all’agricoltura, gli si vorrà perdonare la voglia di non darla vinta (almeno a parole).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un chianti classico per l’editoria<br />
Immaginiamo di essere sull’autobus romano n. 75, quello che in 45 minuti va da piazza Indipendenza a Monteverde, sono le 8 del mattino, è un luglio anomalo perché non fa caldo, ma la città è già semivuota per le partenze estive. Immaginiamo di comprare un quotidiano importante, di aprirlo e di iniziare a leggerlo alle pagine culturali soddisfatti di aver trovato un posto a sedere. Il giorno prima è stato avviato un dibattito, sulla «crisi delle enoteche», perché c’è la forte impressione che il vino venga bevuto sempre meno, ormai se ne consuma anche meno di una bottiglia procapite all’anno (sopra i 16 anni). I piccoli vignaioli stentano a portare avanti il loro lavoro, perché a imporsi sul mercato sono i grandi produttori, quelli che riescono ad avere una presenza maggiore, ad abbassare i prezzi e che fanno un vino «più vendibile» con un gusto più omologato e quindi più facile. Immaginiamo di leggere, su questo importante quotidiano, un’affermazione del presidente delle enoteche italiane che suoni più o meno così: le enoteche italiane sono in crisi perché sono sommerse da centinaia e centinaia di piccole etichette che propongono troppi vini diversi; sarebbe ora di smetterla di produrre tutti questi chianti classici di cui nessuno sente la necessità; basterebbe produrre molte meno varietà e ciascuna in molte più bottiglie… Immaginiamo che quello seduto sull’autobus che legge sia un piccolo vignaiolo, uno che fa poche bottiglie e che non è affatto affermato sul mercato del consumo di massa; fa un suo chianti classico anche se ce ne sono già tanti ed è convinto che sia del tutto diverso da quello degli altri e c’è pure, tra i bevitori, chi lo apprezza. Ebbene, questo vignaiolo sull’autobus 75 a Roma nel bel mezzo di una mancata calura estiva come dovrebbe sentirsi di fronte all’osservazione del presidente italiano enoteche? Di fronte a qualcuno che in qualche modo gli sta consigliando di sparire, di andare a fare dell’altro, magari l’editore?<br />
Ecco, quando ho letto la seconda puntata del dibattito organizzato da Loredana Lipperini su «Repubblica» il 19 luglio scorso, mi sono sentita come questo ipotetico vignaiolo: feccia. L’affermazione di Pisanti era così assurda e offensiva nei confronti di un’intera categoria di «imprenditori culturali» che ho pensato di non aver capito, colta da sconcerto. Quando ho davvero preso nota di dove si aprissero e chiudessero le virgolette, ho pensato fosse giusto rispondere, testimoniare un dissenso anche nel risvolto presuntamente «oggettivo» di quell’affermazione: le librerie sono intasate dai piccoli editori che non vendono e la crisi del libro grossomodo sta qui.<br />
Poi, però, ho anche pensato che gli interventi dei piccoli editori sembrano spesso avere quel tono lamentoso di chi si sente escluso, di chi rivendica una centralità che non riesce a conquistarsi da solo, di chi vuole un aiuto, una tutela, un diritto a esistere perché in fondo non sa fare bene il proprio mestiere. È spesso così che vengono intese le denunce degli editori indipendenti, come la richiesta di un assistenzialismo (ohibò) che consenta loro di vivere anche a prescindere da ciò che decide il mercato. E in genere la reazione di chi legge è più o meno la seguente: col mercato fanno i conti tutti carino e non si vede perché i libri debbano fare eccezione.<br />
Pr evitare di cadere in questo tranello retorico – ah, ecco l’ennesimo editore che vorrebbe solo due lire per campare ¬– ho pensato che una «campagna» provocatoria e dai toni paradossali fosse più efficace. Se sul sito della casa editrice DeriveApprodi, di cui sono la subdirettora, avessimo pubblicato un intervento con tanto di cifre e analisi per dimostrare che la crisi delle librerie, del sistema culturale, della lettura fa tutt’uno con la «crisi economica», con un modello monopolistico di tipo berlusconiano, con la riforma dell’università già Berlinguer poi Moratti poi Gelmini, con i tagli alle risorse culturali e alle biblioteche, con l’idea che né i libri né la cultura siano un bene comune, ecco se sul sito avessimo scritto e argomentato tutto questo credo che in pochi se ne sarebbero accorti (solo gli estimatori del nostro chianti classico per intenderci). Il nostro intervento aveva con tutta evidenza il tono acido della provocazione e come ogni bravo giornalista sa, e Loredana Lipperini meglio di molti altri, occorreva semplicemente un incipit. Non volevamo in alcun modo denigrare il lavoro di Loredana Lipperini, che sappiamo essere giornalista attenta alle trasformazioni del mondo editoriale tutto, e questo da diversi anni. Volevamo però testimoniare il nostro fortissimo disagio di fronte ai contenuti di un’affermazione riportata sul giornale per il quale la Lipperini scrive. Come potevamo sentirci in quanto editori che da anni portano avanti un lavoro di ricerca (a volte anche con vantaggio dei grandi editori), senza alcuna sovvenzione o pubblico contributo, un lavoro basato sul nostro auto sfruttamento e sulla nostra precarietà e sul nostro rischio, di fronte a qualcuno che definisce i nostri libri «inutili»? Alla stregua di ciò che dice Pisanti, dovremmo quindi pensare, ad esempio, che la nostra ripubblicazione della traduzione dell’Odissea di Omero per mano del poeta e critico d’arte Emilio Villa sia stata «inutile»? O persino che l’editoria italiana vivrebbe una migliore condizione se avessimo rinunciato a ripubblicare quella storica – e per noi fondamentale – traduzione dell’Odissea? E pensare che avevamo persino immaginato di pubblicare la ritraduzione dell’Antico Testamento fatta proprio da questo grandissimo studioso di lingue semitiche. Cosa risponderebbe Pisanti? che non serve perché c’è già la Bibbia della Cei?<br />
Ci spiace sinceramente se Loredana Lipperini non ha colto il risvolto volutamente tagliente di una risposta piccata, che non era in alcun modo rivolta a lei. Del resto lei stessa sa che il dibattito sulla crisi del libro è solo all’inizio, come è solo all’inizio quel processo di concentrazione della filiera di vendita del libro che porterà tutta l’editoria indipendente ad avere una posizione di mercato sempre più marginale. Si tratta di un processo avviato da tempo, che oggi subisce un’improvvisa accelerazione anche in relazione alla «crisi», anche di fronte a una ristrutturazione del mercato del libro nel quale a contare sono i manager e i buyers.<br />
C’è chi da anni denuncia il processo in corso: basti vedere la riflessione di Alfredo Salsano (scomparso direttore editoriale di Bollati Boringhieri, quando la casa editrice era indipendente) e la sua proposta di un circuito Slowbook; o gli articoli di Marco Bascetta (direttore editoriale della manifestolibri) di denuncia del «monopolio di fatto» dell’editoria italiana; o il progetto di «filiera corta» dell’associazione criticalbook di cui DeriveAprodi è un animatore… Da anni singoli o piccoli gruppi di editori denunciano un mercato del libro che favorisce le concentrazioni, un mercato dopato dalle rese e dalle fatturazioni; denunciano la moria delle librerie indipendenti e la necessità di immaginare forme di difesa dell’editoria di ricerca e di progetto; denunciano i tagli alle risorse per la cultura in generale e le biblioteche – comunali, scolastiche, universitarie – in particolare; denunciano le continue richieste di sovrasconti da parte delle catene di librerie, che finiscono con lo strozzare l’editore lasciandogli meno del 40% del prezzo di copertina di un libro…<br />
Di tutto questo si continuerà a parlare, forse anche con la consapevolezza che per molti editori in gioco c’è la loro sopravvivenza. Prima di darsi all’agricoltura, gli si vorrà perdonare la voglia di non darla vinta (almeno a parole).</p>
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		<title>
		Di: lalipperini		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121237</link>

		<dc:creator><![CDATA[lalipperini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 07:21:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[paperinoramone. Forse mi sono espressa male io. Il discorso che interessa me non riguarda i bollini di qualità. Riguarda a) il ciclo vitale (che è un&#039;anomalia collegata alla nostra anomalia economica, anche: flussi di denaro inesistente non precisamente svincolati dai prestiti bancari, per esempio). Che, se di giorni trenta, è un danno per tutti gli scrittori che non entrano nella top 20 delle vendite, e per i lettori che, fisicamente, non vedono i libri che cercano. Tu li ordini? Altri entrano in libreria e guardano. Se non vedono, non comprano. Per me, è la riduzione del diritto di scelta. b) l&#039;iperproduzione per imitazione. Non sono affatto contraria a pubblicare Moccia. Ho dubbi se subito dopo vedo fiorire trecento imitazioni di Moccia. Non sono contraria - figurarsi! - al libro dell&#039;esordiente che vince o sfiora lo Strega. Ma ai cinquecento esordienti che nella stagione a venire vengono mandati al massacro cercando il bis. E&#039; miopia, ed è dannosa. Per me, lettrice e osservatrice.
Marco. La tua coda non c&#039;entra: anche in questo caso, non mi rivolgevo a te, bensì a un paio di interventi successivi che mi sembravano col mignolo alzato, come se la faccenda non fosse - e restasse, pur con tutta la buona volontà TQ - molto grave.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>paperinoramone. Forse mi sono espressa male io. Il discorso che interessa me non riguarda i bollini di qualità. Riguarda a) il ciclo vitale (che è un&#8217;anomalia collegata alla nostra anomalia economica, anche: flussi di denaro inesistente non precisamente svincolati dai prestiti bancari, per esempio). Che, se di giorni trenta, è un danno per tutti gli scrittori che non entrano nella top 20 delle vendite, e per i lettori che, fisicamente, non vedono i libri che cercano. Tu li ordini? Altri entrano in libreria e guardano. Se non vedono, non comprano. Per me, è la riduzione del diritto di scelta. b) l&#8217;iperproduzione per imitazione. Non sono affatto contraria a pubblicare Moccia. Ho dubbi se subito dopo vedo fiorire trecento imitazioni di Moccia. Non sono contraria &#8211; figurarsi! &#8211; al libro dell&#8217;esordiente che vince o sfiora lo Strega. Ma ai cinquecento esordienti che nella stagione a venire vengono mandati al massacro cercando il bis. E&#8217; miopia, ed è dannosa. Per me, lettrice e osservatrice.<br />
Marco. La tua coda non c&#8217;entra: anche in questo caso, non mi rivolgevo a te, bensì a un paio di interventi successivi che mi sembravano col mignolo alzato, come se la faccenda non fosse &#8211; e restasse, pur con tutta la buona volontà TQ &#8211; molto grave.</p>
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		<title>
		Di: paperinoramone		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121236</link>

		<dc:creator><![CDATA[paperinoramone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 15:46:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Loredana, onestamente io avverto una confusione dei piani. Le politiche sui prezzi dei libri, sulla distribuzione ecc. sono una cosa. Ed è un piano su cui si può intervenire. Quello che non sopporto ( estiqatsi dirai ) è quando si arriva a parlare di qualità dei libri, di bibliodiversità. La qualità editoriale riguarda la professionalità, la qualità letteraria è un&#039;astrazione. Cioè o mi si dice che gli editori stanno per fallire e allora mi posso anche preoccupare oppure cosa è che vogliono? Non si può raccontare la favoletta del mercato cattivo che ha fatto nascere tanti libri brutti, tutti uguali ecc. Per favore! Hai pubblicato libri brutti ( brutti secondo te poi, a me piacciono tantissimo ) cazzi tuoi.
Sul ciclo vitale del libro penso che in un paese esistono tot scrittori e libri scritti. Se questi aumentano mi pare ovvio che escano più libri e che restino meno in libreria. Dovrebbero aumentare le librerie e dovrebbe succedere che i librai facciano scelte diverse di esposizione. Ma invece di insistere sul tempo di rimanenza, e comunque se un libro non vende c&#039;è poco da fare, ha più senso far conoscere quel libro fuori dalla libreria e magari uno poi va in libreria e lo ordina ( scusate ma che è questa fretta per cui o il libro c&#039;è o apriti cielo! ). In libreria ci vado se un libro è appena uscito e mi va di leggerlo al più presto. Le case editrici potrebbero accordarsi per aprire delle biblioteche. La libreria come centro culturale non è più necessaria, è sempre un piacere andarci, càpita di trovarne alcune speciali, ma l&#039;informazione sul libro perlopiù passa altrove.
Quello che mi rimane è il discorso reale e concreto che faceva @Danae, che raccontava come il suo lavoro fosse peggiorato nei fatti. Ma questo riguarda chi lavora, e la sua capacità di sopportazione. Devono muoversi in proprio, non arriverà nessuno a migliorare le loro condizioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Loredana, onestamente io avverto una confusione dei piani. Le politiche sui prezzi dei libri, sulla distribuzione ecc. sono una cosa. Ed è un piano su cui si può intervenire. Quello che non sopporto ( estiqatsi dirai ) è quando si arriva a parlare di qualità dei libri, di bibliodiversità. La qualità editoriale riguarda la professionalità, la qualità letteraria è un&#8217;astrazione. Cioè o mi si dice che gli editori stanno per fallire e allora mi posso anche preoccupare oppure cosa è che vogliono? Non si può raccontare la favoletta del mercato cattivo che ha fatto nascere tanti libri brutti, tutti uguali ecc. Per favore! Hai pubblicato libri brutti ( brutti secondo te poi, a me piacciono tantissimo ) cazzi tuoi.<br />
Sul ciclo vitale del libro penso che in un paese esistono tot scrittori e libri scritti. Se questi aumentano mi pare ovvio che escano più libri e che restino meno in libreria. Dovrebbero aumentare le librerie e dovrebbe succedere che i librai facciano scelte diverse di esposizione. Ma invece di insistere sul tempo di rimanenza, e comunque se un libro non vende c&#8217;è poco da fare, ha più senso far conoscere quel libro fuori dalla libreria e magari uno poi va in libreria e lo ordina ( scusate ma che è questa fretta per cui o il libro c&#8217;è o apriti cielo! ). In libreria ci vado se un libro è appena uscito e mi va di leggerlo al più presto. Le case editrici potrebbero accordarsi per aprire delle biblioteche. La libreria come centro culturale non è più necessaria, è sempre un piacere andarci, càpita di trovarne alcune speciali, ma l&#8217;informazione sul libro perlopiù passa altrove.<br />
Quello che mi rimane è il discorso reale e concreto che faceva @Danae, che raccontava come il suo lavoro fosse peggiorato nei fatti. Ma questo riguarda chi lavora, e la sua capacità di sopportazione. Devono muoversi in proprio, non arriverà nessuno a migliorare le loro condizioni.</p>
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		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121235</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 14:35:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ho paura che dall&#039;amore per la bibliodiversità si possa arrivare all&#039;orrore dell&#039;abbattimento controllato appena sarà il momento di prendere decisioni pratiche(e &quot;il fine giustifica i mezzi&quot; tornerà in auge).Courage,il texas non è lontano.Il Getsemani neppure
http://www.ghostwhisperer.us/Music/Jesus%20Christ%20Superstar/N.%20Gethsemane%20(I%20only%20want%20to%20say).mp3]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ho paura che dall&#8217;amore per la bibliodiversità si possa arrivare all&#8217;orrore dell&#8217;abbattimento controllato appena sarà il momento di prendere decisioni pratiche(e &#8220;il fine giustifica i mezzi&#8221; tornerà in auge).Courage,il texas non è lontano.Il Getsemani neppure<br />
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		<title>
		Di: enrico gregori		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121234</link>

		<dc:creator><![CDATA[enrico gregori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 13:12:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[premesso che la Lippa non può fare rastrellamenti, né che si possa pretendere che uno vada dove non vuole, è comunque abbastanza desolante che l&#039;unica voce editoriale presente in questi post sia quella di Cassini, ossia Minimum Fax. Si potrebbe pensare (e lo dico solo come paradosso) che lui sia qui a promuovere se stesso e a tentar di diventare la Mondadori del futuro.
Non conoscendo personalmente Cassini, ma avevdo buona contezza di quello che Minimum Fax pubblica, sono portato a ritenerlo in buona fede. &quot;Pubblicare meno, pubblicare meglio&quot;, quindi, deriverà da un ragionamento fattuale al di là degli slogan. Mi sembrerebbe strano se Cassini avesse ignorato l&#039;eventualità che &quot;pubblicando meno, pubblicando meglio&quot; rimarrebbero in vita solo le major.
Non so se Cassini, grazie a una rivoluzione del mercato editoriale, aspiri a riciclarsi ricco e spietato come il conte di Montecristo. Ma, di certo, non credo voglia che l&#039;Acea gli stacchi la luce della casa editrice.
Diamo per buono, quindi, che la selvaggia e indiscriminata pubblicazione vada frenata in ragione di un&#039;oculatezza qualitativa. Ma, mi chiedo, quali sono le linee guida di questo programma? Minimum Fax avrà le sue, che saranno forse diverse da quelle di Ponte alle grazie o di Nottetempo o di Fandango. Insomma, ogni editore ha (o dovrebbe avere) un suo concetto di qualità e perseguirlo poi nella pubblicazione. Attualmente ho dei dubbi. Vedo tanti editori (major atque minor) come se partecipassero al gioco della pentolaccia. Bendati, con un bastone in mano, a spaccare pignatte di coccio. Se poi spaccano quella con le leccornie gastonomiche o quella con lo sterco di pecora, ciò pare casuale.
E poi, credo, l&#039;individuazione della formula magica è solo il primo passo. Come promuoverla, questa qualità? Come diversificarla? Come far passare il messaggio che una cosa è di qualità rispetto a un&#039;altra che non lo è? E se per l&#039;editore X una cosa non è di qualità, potrebbe esserlo invece per l&#039;editore Y. Insomma, sarebbe mai possibile in tal senso una sorta di accordo tacito tra editori? Ho dei dubbi. Magari sono amici, ma comunque concorrenti. Nessuna scorrettezza, magari, però è lecito il raggiungimento del miglior risultato. Non so, forse sbaglio. Ma ragiono con i miei parametri. Per esempio, sono amico da oltre 30 anni di Massimo Lugli. Ma io sto al Messaggero e lui a Repubblica e, se posso, gli faccio &quot;correttamente&quot; un culo così.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>premesso che la Lippa non può fare rastrellamenti, né che si possa pretendere che uno vada dove non vuole, è comunque abbastanza desolante che l&#8217;unica voce editoriale presente in questi post sia quella di Cassini, ossia Minimum Fax. Si potrebbe pensare (e lo dico solo come paradosso) che lui sia qui a promuovere se stesso e a tentar di diventare la Mondadori del futuro.<br />
Non conoscendo personalmente Cassini, ma avevdo buona contezza di quello che Minimum Fax pubblica, sono portato a ritenerlo in buona fede. &#8220;Pubblicare meno, pubblicare meglio&#8221;, quindi, deriverà da un ragionamento fattuale al di là degli slogan. Mi sembrerebbe strano se Cassini avesse ignorato l&#8217;eventualità che &#8220;pubblicando meno, pubblicando meglio&#8221; rimarrebbero in vita solo le major.<br />
Non so se Cassini, grazie a una rivoluzione del mercato editoriale, aspiri a riciclarsi ricco e spietato come il conte di Montecristo. Ma, di certo, non credo voglia che l&#8217;Acea gli stacchi la luce della casa editrice.<br />
Diamo per buono, quindi, che la selvaggia e indiscriminata pubblicazione vada frenata in ragione di un&#8217;oculatezza qualitativa. Ma, mi chiedo, quali sono le linee guida di questo programma? Minimum Fax avrà le sue, che saranno forse diverse da quelle di Ponte alle grazie o di Nottetempo o di Fandango. Insomma, ogni editore ha (o dovrebbe avere) un suo concetto di qualità e perseguirlo poi nella pubblicazione. Attualmente ho dei dubbi. Vedo tanti editori (major atque minor) come se partecipassero al gioco della pentolaccia. Bendati, con un bastone in mano, a spaccare pignatte di coccio. Se poi spaccano quella con le leccornie gastonomiche o quella con lo sterco di pecora, ciò pare casuale.<br />
E poi, credo, l&#8217;individuazione della formula magica è solo il primo passo. Come promuoverla, questa qualità? Come diversificarla? Come far passare il messaggio che una cosa è di qualità rispetto a un&#8217;altra che non lo è? E se per l&#8217;editore X una cosa non è di qualità, potrebbe esserlo invece per l&#8217;editore Y. Insomma, sarebbe mai possibile in tal senso una sorta di accordo tacito tra editori? Ho dei dubbi. Magari sono amici, ma comunque concorrenti. Nessuna scorrettezza, magari, però è lecito il raggiungimento del miglior risultato. Non so, forse sbaglio. Ma ragiono con i miei parametri. Per esempio, sono amico da oltre 30 anni di Massimo Lugli. Ma io sto al Messaggero e lui a Repubblica e, se posso, gli faccio &#8220;correttamente&#8221; un culo così.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: perseo		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/altri-appunti/comment-page-1/#comment-121233</link>

		<dc:creator><![CDATA[perseo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 13:08:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/?p=4704#comment-121233</guid>

					<description><![CDATA[Visto che i librai e le libraie mi sembra che abbiano disertato queste discussioni vi segnalo il mio post su cronachedallalibreria http://cronachedallalibreria.blogspot.com/2011/07/sulle-librerie-e-sul-mondo-delleditoria.html
Marino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Visto che i librai e le libraie mi sembra che abbiano disertato queste discussioni vi segnalo il mio post su cronachedallalibreria <a href="http://cronachedallalibreria.blogspot.com/2011/07/sulle-librerie-e-sul-mondo-delleditoria.html" rel="nofollow ugc">http://cronachedallalibreria.blogspot.com/2011/07/sulle-librerie-e-sul-mondo-delleditoria.html</a><br />
Marino</p>
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