<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	
	>
<channel>
	<title>
	Commenti a: DICE LESTER	</title>
	<atom:link href="https://www.lipperatura.it/dice-lester/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/</link>
	<description>di Loredana Lipperini</description>
	<lastBuildDate>Thu, 27 Jan 2005 14:01:00 +0000</lastBuildDate>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	
	<item>
		<title>
		Di: La Lipperini		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72170</link>

		<dc:creator><![CDATA[La Lipperini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2005 14:01:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72170</guid>

					<description><![CDATA[Non ci hai sfiancato affatto: grazie, lettura interessantissima!
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci hai sfiancato affatto: grazie, lettura interessantissima!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72169</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 20:01:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72169</guid>

					<description><![CDATA[Di nuovo ci chiediamo: è possibile?
Perché nessuno prova a pubblicare un giornale musicale o letterario veramente diverso?
Forse perché, come suggerisce Orwell, nessuno vuole essere il primo, lo stesso motivo per cui le Nazioni non osano disarmarsi?
Basterebbe che saltasse fuori qualcuno con uno stile critico equilibrato, utile a far da nuovo metro di paragone. Una critica che facesse (son parole di Orwell) della recensione una prelibatezza e non tenesse in alcun conto la produzione di bassa lega.
Una rivista (o un programma tv) dunque che molli l’ormeggio dai luoghi comuni e dagli asservimenti culturali, ma che al contempo resti coi piedi per terra, vicina e attenta (per quanto ciò sia fattibile) ai gusti e ai bisogni della gente comune. Che utilizzi una lingua e dei codici ad essa comprensibili. Che non commetta il solito tragico errore, quello delle scelte elitarie e snobistiche.
Basterebbe, all’inizio, un solo tentativo. E vedreste che mano a mano la tendenza acquisterebbe credito e consensi.
Bravo. Ma come evitare di cadere nelle trappole finora illustrate?
Gli antidoti sono essenzialmente due:
a)	cancellare il rapporto diretto fra giornalista e produttore. Meglio ancora, far sì che l’industria non metta neppure il piede nel processo di costruzione del giornale (o del programma). Come? Acquistandosi da sé i materiali da recensire.
b)	Cercare i propri interlocutori pubblicitari fuori dal mondo interessato della musica e dell’editoria. Esistono della moda, l’elettronica, l’informatica, l’automobile. Levi’s Jeans non può ricattarti, Mondadori sì.
Questo, va da sé, non potrà essere la panacea di ogni male. I cattivi e i buoni giornalisti (o operatori culturali, se preferite) si guarderanno sempre in cagnesco.  Così come sempre esisteranno recensioni faziose, o prevenute, o malate di egocentrismo, o semplicemente brutte, mal scritte e sbagliate.
Però, forse, finalmente in questo Paese la cosiddetta cultura (ma perché non le cambiamo nome?) tornerà ad essere un riferimento centrale e solido per tutti. Non solo per gli intellettuali.
Con buona pace di chi oggi batte felice la grancassa dello stupidario televisivo convinto d’aver definitivamente vinto ogni resistenza e piegato ogni facoltà critica.
- Lo so che vi ho sfiancato. Me ne scuso, ma questa cosa mi stava sullo stomaco da dodici anni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di nuovo ci chiediamo: è possibile?<br />
Perché nessuno prova a pubblicare un giornale musicale o letterario veramente diverso?<br />
Forse perché, come suggerisce Orwell, nessuno vuole essere il primo, lo stesso motivo per cui le Nazioni non osano disarmarsi?<br />
Basterebbe che saltasse fuori qualcuno con uno stile critico equilibrato, utile a far da nuovo metro di paragone. Una critica che facesse (son parole di Orwell) della recensione una prelibatezza e non tenesse in alcun conto la produzione di bassa lega.<br />
Una rivista (o un programma tv) dunque che molli l’ormeggio dai luoghi comuni e dagli asservimenti culturali, ma che al contempo resti coi piedi per terra, vicina e attenta (per quanto ciò sia fattibile) ai gusti e ai bisogni della gente comune. Che utilizzi una lingua e dei codici ad essa comprensibili. Che non commetta il solito tragico errore, quello delle scelte elitarie e snobistiche.<br />
Basterebbe, all’inizio, un solo tentativo. E vedreste che mano a mano la tendenza acquisterebbe credito e consensi.<br />
Bravo. Ma come evitare di cadere nelle trappole finora illustrate?<br />
Gli antidoti sono essenzialmente due:<br />
a)	cancellare il rapporto diretto fra giornalista e produttore. Meglio ancora, far sì che l’industria non metta neppure il piede nel processo di costruzione del giornale (o del programma). Come? Acquistandosi da sé i materiali da recensire.<br />
b)	Cercare i propri interlocutori pubblicitari fuori dal mondo interessato della musica e dell’editoria. Esistono della moda, l’elettronica, l’informatica, l’automobile. Levi’s Jeans non può ricattarti, Mondadori sì.<br />
Questo, va da sé, non potrà essere la panacea di ogni male. I cattivi e i buoni giornalisti (o operatori culturali, se preferite) si guarderanno sempre in cagnesco.  Così come sempre esisteranno recensioni faziose, o prevenute, o malate di egocentrismo, o semplicemente brutte, mal scritte e sbagliate.<br />
Però, forse, finalmente in questo Paese la cosiddetta cultura (ma perché non le cambiamo nome?) tornerà ad essere un riferimento centrale e solido per tutti. Non solo per gli intellettuali.<br />
Con buona pace di chi oggi batte felice la grancassa dello stupidario televisivo convinto d’aver definitivamente vinto ogni resistenza e piegato ogni facoltà critica.<br />
&#8211; Lo so che vi ho sfiancato. Me ne scuso, ma questa cosa mi stava sullo stomaco da dodici anni.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72168</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 20:01:06 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72168</guid>

					<description><![CDATA[Disarmare per primi?
E’ possibile porre un rimedio a queste mistificazioni? E’ possibile immaginare una critica più genuina, meno nevrotizzata dal contatto con l’industria, soprattutto più utile agli acquirenti di dischi e di libri?
Resterà questa solo l’utopia di chi ha a cuore la musica buona (e la buona letteratura) e l’attendibilità dell’informazione critica giornalistica?
Certo, in un momento in cui l’importante è sempre più vendere, l’analisi critica si riduce a una velleità ostruzionista, e un tal modo di intendere il mestiere di giornalista trova pochi sostenitori convinti. Tuttavia varrebbe la pena di tentare, fatta almeno una elementare considerazione: la vita, la giornata, il tempo libero di ciascuno di noi sono sempre troppo scarsi, insufficienti, e che ascoltare un disco mediocre o leggere un brutto libro o guardare una trasmissione televisiva idiota o un film noioso è probabilmente l’attività più improduttiva e sciocca che possa immaginarsi.  Inoltre, seguitando ad assecondare (per interesse, ma ancor più colpevolmente per pigrizia mentale) il tran-tran della produzione/consumo fini a se stessi, non si produce altro effetto che dar ragione a chi osteggia la musica rock (o la letteratura) di oggi. Il rock e la letteratura (come ogni altra dforma d’arte, s’intende) non sono affatto morti. Occorre pero’ permettergli di giungere alle nostre orecchie e ai nostri cuori tra tanto vuoto baccano promozionale.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Disarmare per primi?<br />
E’ possibile porre un rimedio a queste mistificazioni? E’ possibile immaginare una critica più genuina, meno nevrotizzata dal contatto con l’industria, soprattutto più utile agli acquirenti di dischi e di libri?<br />
Resterà questa solo l’utopia di chi ha a cuore la musica buona (e la buona letteratura) e l’attendibilità dell’informazione critica giornalistica?<br />
Certo, in un momento in cui l’importante è sempre più vendere, l’analisi critica si riduce a una velleità ostruzionista, e un tal modo di intendere il mestiere di giornalista trova pochi sostenitori convinti. Tuttavia varrebbe la pena di tentare, fatta almeno una elementare considerazione: la vita, la giornata, il tempo libero di ciascuno di noi sono sempre troppo scarsi, insufficienti, e che ascoltare un disco mediocre o leggere un brutto libro o guardare una trasmissione televisiva idiota o un film noioso è probabilmente l’attività più improduttiva e sciocca che possa immaginarsi.  Inoltre, seguitando ad assecondare (per interesse, ma ancor più colpevolmente per pigrizia mentale) il tran-tran della produzione/consumo fini a se stessi, non si produce altro effetto che dar ragione a chi osteggia la musica rock (o la letteratura) di oggi. Il rock e la letteratura (come ogni altra dforma d’arte, s’intende) non sono affatto morti. Occorre pero’ permettergli di giungere alle nostre orecchie e ai nostri cuori tra tanto vuoto baccano promozionale.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72167</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:58 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72167</guid>

					<description><![CDATA[Opinioni in saldo
Questo fenomeno va spiegato con due semplici osservazioni.
Anzitutto, occorre dire che nelle testate di cui parliamo il reclutamento di collaboratori avviene con modalità assai disinvolte (non è raro il caso di lettori diventati di colpo giornalisti, e così via); intuibilmente, anche l’età media di questi giornalisti/fans è notevolmente bassa, di conseguenza il corrispettivo economico offerto è proporzionato al livello generale di professionalità ed esperienza (il che, naturalmente, non esclude l’esistenza di dilettanti di gran lunga più capaci e professionali di professionisti doc).
Di qui la necessità di scrivere il più possibile. Ecco venir meno la prima condizione indicata da Orwell: recensire solo ciò che merita di essere recensito.
Il secondo punto (quello che incide sull’autocensura di cui sopra) è il più delicato: nella cosiddetta stampa specializzata il recensore è per lo più abbandonato a se stesso. Il caporedattore, se esiste, si limita a coordinare e concordare i vari contributi, ma è poi il giornalista a farsi carico, nella maggioranza dei casi, della ricerca/reperimento del materiale di lavoro. Nessuna testata, che ci risulti, riesce a fornire ai propri collaboratori i dischi (o i libri) da recensire, almeno non in maniera continua e organica. Per motivi di bilancio, sicuramente, ma pure per una certa diffusa grettezza imprenditoriale.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Opinioni in saldo<br />
Questo fenomeno va spiegato con due semplici osservazioni.<br />
Anzitutto, occorre dire che nelle testate di cui parliamo il reclutamento di collaboratori avviene con modalità assai disinvolte (non è raro il caso di lettori diventati di colpo giornalisti, e così via); intuibilmente, anche l’età media di questi giornalisti/fans è notevolmente bassa, di conseguenza il corrispettivo economico offerto è proporzionato al livello generale di professionalità ed esperienza (il che, naturalmente, non esclude l’esistenza di dilettanti di gran lunga più capaci e professionali di professionisti doc).<br />
Di qui la necessità di scrivere il più possibile. Ecco venir meno la prima condizione indicata da Orwell: recensire solo ciò che merita di essere recensito.<br />
Il secondo punto (quello che incide sull’autocensura di cui sopra) è il più delicato: nella cosiddetta stampa specializzata il recensore è per lo più abbandonato a se stesso. Il caporedattore, se esiste, si limita a coordinare e concordare i vari contributi, ma è poi il giornalista a farsi carico, nella maggioranza dei casi, della ricerca/reperimento del materiale di lavoro. Nessuna testata, che ci risulti, riesce a fornire ai propri collaboratori i dischi (o i libri) da recensire, almeno non in maniera continua e organica. Per motivi di bilancio, sicuramente, ma pure per una certa diffusa grettezza imprenditoriale.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72166</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72166</guid>

					<description><![CDATA[Ok, grazie per il consiglio.
Leggendo il pezzettino di Bangs e i post che ha ispirato, stamane mi sono tornate in mente alcune riflessioni che scrissi anni fa per una rivista letta (probabilmente a ragione) da quattro gatti. All’epoca mi davo da fare come recensore/giornalista specializzato in musica rock e l’argomento – il (mal)funzionamento dell’industria dell’informazione culturale - mi stava molto a cuore.
Pur essendo allergico alle auto-citazioni, faccio un’eccezione e vi trasmetto il testo (con qualche taglio), perché la sede mi pare quella giusta e il tema ancora attuale. E poi chi se ne fotte.
Qualcosa, nei dettagli, risulterà inevitabilmente datato. Però nel complesso vi ritrovo ancora molti spunti buoni per una discussione.
Un’ultima cosa: Lester Bangs era un grande, ma Dio ci guardi dai suoi imitatori italiani.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ok, grazie per il consiglio.<br />
Leggendo il pezzettino di Bangs e i post che ha ispirato, stamane mi sono tornate in mente alcune riflessioni che scrissi anni fa per una rivista letta (probabilmente a ragione) da quattro gatti. All’epoca mi davo da fare come recensore/giornalista specializzato in musica rock e l’argomento – il (mal)funzionamento dell’industria dell’informazione culturale &#8211; mi stava molto a cuore.<br />
Pur essendo allergico alle auto-citazioni, faccio un’eccezione e vi trasmetto il testo (con qualche taglio), perché la sede mi pare quella giusta e il tema ancora attuale. E poi chi se ne fotte.<br />
Qualcosa, nei dettagli, risulterà inevitabilmente datato. Però nel complesso vi ritrovo ancora molti spunti buoni per una discussione.<br />
Un’ultima cosa: Lester Bangs era un grande, ma Dio ci guardi dai suoi imitatori italiani.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72165</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72165</guid>

					<description><![CDATA[ELOGIO DELLA RECENSIONE
Lo storico e sociologo dell’arte Arnold Hauser spiega molto bene come funzionano le culture di massa: Nessun  modo di esprimersi, per quanto personale e vitale, mantiene il suo carattere spontaneo oltre un certo periodo di tempo; nessuna forma d’altra parte, per quanto rigida, comincia la sua evoluzione come convenzione. Questo processo è senza dubbio esposto a pericoli, tuttavia una forma artistica, convenzionalizzandosi, non perde necessariamente il suo valore artistico: nel corso del processo essa può perfino acquistare in forza espressiva e in ampiezza di possibilità.
Il fatto che da più parti si continui a sostenere la modesta qualità intrinseca della musica rock d’oggi se paragonata a quella del passato, dipende verosimilmente da due motivi principali: la visione acritica e idilliaca che sempre si tende ad avere del passato, e la sempre più debordante produzione musicale dei giorni nostri, tale da frastornare il fruitore potenziale e rendere ardua l’operazione di scelta e valutazione persino ai più avveduti addetti ai lavori.  Sostenere semplicemente che la odierna musica rock è una forma d’arte disprezzabile, per cui la sua sorte non interessa, è fin troppo facile.  Ed è una tesi che non vale neppure la pena di confutare. Piuttosto, può essere utile indagare sui motivi della perdita di credibilità che questa musica sta progressivamente conoscendo.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ELOGIO DELLA RECENSIONE<br />
Lo storico e sociologo dell’arte Arnold Hauser spiega molto bene come funzionano le culture di massa: Nessun  modo di esprimersi, per quanto personale e vitale, mantiene il suo carattere spontaneo oltre un certo periodo di tempo; nessuna forma d’altra parte, per quanto rigida, comincia la sua evoluzione come convenzione. Questo processo è senza dubbio esposto a pericoli, tuttavia una forma artistica, convenzionalizzandosi, non perde necessariamente il suo valore artistico: nel corso del processo essa può perfino acquistare in forza espressiva e in ampiezza di possibilità.<br />
Il fatto che da più parti si continui a sostenere la modesta qualità intrinseca della musica rock d’oggi se paragonata a quella del passato, dipende verosimilmente da due motivi principali: la visione acritica e idilliaca che sempre si tende ad avere del passato, e la sempre più debordante produzione musicale dei giorni nostri, tale da frastornare il fruitore potenziale e rendere ardua l’operazione di scelta e valutazione persino ai più avveduti addetti ai lavori.  Sostenere semplicemente che la odierna musica rock è una forma d’arte disprezzabile, per cui la sua sorte non interessa, è fin troppo facile.  Ed è una tesi che non vale neppure la pena di confutare. Piuttosto, può essere utile indagare sui motivi della perdita di credibilità che questa musica sta progressivamente conoscendo.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72164</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72164</guid>

					<description><![CDATA[Si instaura in tal modo un rapporto diretto e personale fra il recensore e la casa discografica, nella fattispecie con la struttura addetta alla promozione e ai rapporti con la stampa. Tale contatto ha sicuramente i suoi vantaggi per il recensore (possibilità di ricevere privatamente i dischi, di scegliersi da sé cosa recensire, di attribuirsi un carico di lavoro pressoché discrezionale), ma diventa una pericolosa gabbia: col tempo, il recensore impara a conoscere a proprie spese le regole del gioco. Anzitutto impara cosa significa mediare, poi apprende la discutibile arte dell’ambiguità, del messaggio subliminale, della strizzatina d’occhio, del trasformismo.
Nel recensire, due esigenze lo tormentano più di ogni altra cosa: da un lato non tradire le proprie idee e i propri canoni estetici (ammesso che ne possegga), dall’altro non pestare troppo i piedi a chi gli dà i dischi e (preferendolo a un collega che magari gli fa concorrenza sulla stessa testata) tutto sommato gli rende un favore.
La soluzione l’ha già individuata Orwell: l’adozione di una bilancia utile a registrare il peso delle pulci e la propensione per uno stile neutro, innocuo, fatto di grandi circonlocuzioni, farcito di luoghi comuni e paragoni, magari virtuosistico ma in fondo vuoto, soprattutto attento a mettere in evidenza sempre il positivo (a costo di inventarlo di sana pianta) di un’opera e lasciar invece appena trasparire il negativo, magari fra le righe, magari in ultima battuta. E’ questo il giornalismo dei “se” e dei “ma”, dei maliziosi puntini sospensivi e dei paradossi, dei voli pindarici e delle false scelte controcorrente. Le voci fuori dal coro, le provocazioni. O le rivalutazioni, in nome di un’improbabile estetica radical-chic. Un’autentica fiera dell’ipocrisia.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si instaura in tal modo un rapporto diretto e personale fra il recensore e la casa discografica, nella fattispecie con la struttura addetta alla promozione e ai rapporti con la stampa. Tale contatto ha sicuramente i suoi vantaggi per il recensore (possibilità di ricevere privatamente i dischi, di scegliersi da sé cosa recensire, di attribuirsi un carico di lavoro pressoché discrezionale), ma diventa una pericolosa gabbia: col tempo, il recensore impara a conoscere a proprie spese le regole del gioco. Anzitutto impara cosa significa mediare, poi apprende la discutibile arte dell’ambiguità, del messaggio subliminale, della strizzatina d’occhio, del trasformismo.<br />
Nel recensire, due esigenze lo tormentano più di ogni altra cosa: da un lato non tradire le proprie idee e i propri canoni estetici (ammesso che ne possegga), dall’altro non pestare troppo i piedi a chi gli dà i dischi e (preferendolo a un collega che magari gli fa concorrenza sulla stessa testata) tutto sommato gli rende un favore.<br />
La soluzione l’ha già individuata Orwell: l’adozione di una bilancia utile a registrare il peso delle pulci e la propensione per uno stile neutro, innocuo, fatto di grandi circonlocuzioni, farcito di luoghi comuni e paragoni, magari virtuosistico ma in fondo vuoto, soprattutto attento a mettere in evidenza sempre il positivo (a costo di inventarlo di sana pianta) di un’opera e lasciar invece appena trasparire il negativo, magari fra le righe, magari in ultima battuta. E’ questo il giornalismo dei “se” e dei “ma”, dei maliziosi puntini sospensivi e dei paradossi, dei voli pindarici e delle false scelte controcorrente. Le voci fuori dal coro, le provocazioni. O le rivalutazioni, in nome di un’improbabile estetica radical-chic. Un’autentica fiera dell’ipocrisia.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72163</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72163</guid>

					<description><![CDATA[E la critica militante? Ve la raccomando…
Questa categoria trova ospitalità sulle pagine della cosiddetta stampa specializzata o di settore, prodotta da gruppi editoriali infinitamente più piccoli e modesti rispetto a quelli cui fanno capo i quotidiani e i settimanali patinati di grande diffusione.
A dispetto di una posizione apparentemente indipendente, in realtà queste testate soffrono vincoli ancora più asfissianti, non potendo neppure farsi scudo dell’estrema arma di ogni buon giornale, la tiratura e la conseguente diffusione.
Eppure, nonostante esse rappresentino una fetta di mercato sempre più ridotta (il bacino di utenza è quello dei veri appassionati, dei fans), il loro ruolo è attentamente controllato dall’industria. Per lo più in modo indiretto: qui è davvero raro il caso del recensore che stronca un disco e provoca ritorsioni (leggi tagli alla pubblicità) nei confronti della testata da parte della casa disografica colpita, se non altro perché il livello d’interesse e il conseguente danno all’immagine è quasi inconsistente (le riviste in oggetto si rivolgono a otomila, diecimila, massimo ventimila lettori, poca roba per le strategie marketing di una multinazionale).
Avviene però un altro fenomeno singolare e dagli effetti devastanti: il critico si autocensura preventivamente.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E la critica militante? Ve la raccomando…<br />
Questa categoria trova ospitalità sulle pagine della cosiddetta stampa specializzata o di settore, prodotta da gruppi editoriali infinitamente più piccoli e modesti rispetto a quelli cui fanno capo i quotidiani e i settimanali patinati di grande diffusione.<br />
A dispetto di una posizione apparentemente indipendente, in realtà queste testate soffrono vincoli ancora più asfissianti, non potendo neppure farsi scudo dell’estrema arma di ogni buon giornale, la tiratura e la conseguente diffusione.<br />
Eppure, nonostante esse rappresentino una fetta di mercato sempre più ridotta (il bacino di utenza è quello dei veri appassionati, dei fans), il loro ruolo è attentamente controllato dall’industria. Per lo più in modo indiretto: qui è davvero raro il caso del recensore che stronca un disco e provoca ritorsioni (leggi tagli alla pubblicità) nei confronti della testata da parte della casa disografica colpita, se non altro perché il livello d’interesse e il conseguente danno all’immagine è quasi inconsistente (le riviste in oggetto si rivolgono a otomila, diecimila, massimo ventimila lettori, poca roba per le strategie marketing di una multinazionale).<br />
Avviene però un altro fenomeno singolare e dagli effetti devastanti: il critico si autocensura preventivamente.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72162</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:21 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72162</guid>

					<description><![CDATA[I re-censori
Una lucida riflessione utile al caso nostro è rintracciabile in un saggio del 1936 in cui George Orwell si occupa dello stato di salute del romanzo.
Scrive così Orwell: Chiedete a qualsiasi persona ragionevole il perché non legge mai romanzi e scoprirete che, in fondo, non lo fa a causa delle disgustose idiozie scritte da recensori da strapazzo.
Citando alcuni esempi, in sostanza lo scrittore sottolinea come la scarsa considerazione in cui è tenuta la critica letteraria si sia trasformata in disprezzo per il romanzo stesso: quando tutti i romanzi vengono esaltati come se fossero opere d’arte, è quasi automatico presumere che siano invece roba da poco.
La parte più interessante del saggio analizza le difficoltà oggettive in cui si trova chi esercita l’attività di critico.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I re-censori<br />
Una lucida riflessione utile al caso nostro è rintracciabile in un saggio del 1936 in cui George Orwell si occupa dello stato di salute del romanzo.<br />
Scrive così Orwell: Chiedete a qualsiasi persona ragionevole il perché non legge mai romanzi e scoprirete che, in fondo, non lo fa a causa delle disgustose idiozie scritte da recensori da strapazzo.<br />
Citando alcuni esempi, in sostanza lo scrittore sottolinea come la scarsa considerazione in cui è tenuta la critica letteraria si sia trasformata in disprezzo per il romanzo stesso: quando tutti i romanzi vengono esaltati come se fossero opere d’arte, è quasi automatico presumere che siano invece roba da poco.<br />
La parte più interessante del saggio analizza le difficoltà oggettive in cui si trova chi esercita l’attività di critico.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: maurizio becker		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/dice-lester/comment-page-1/#comment-72161</link>

		<dc:creator><![CDATA[maurizio becker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 19:01:17 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/2005/01/25/dice-lester/#comment-72161</guid>

					<description><![CDATA[Orwell fornisce un quadro assai crudo del funzionamento di certi meccanismi: Z scrive un libro che viene pubblicato da Y e recensito da X nel periodico “Weekly”. Se la recensione è negativa, Y ritira i suoi annunci da “Weekly”, per cui X è costretto a descrivere il libro come un “capolavoro indimenticabile” onde evitare il licenziamento. Essenzialmente la critica è caduta così in basso perché ogni critico ha un editore che gli pesta la coda per procura.
Questa è, in linea di massima, la situazione della cosiddetta critica (letteraria o musicale, poco cambia) in tutto il mondo; soprattutto in quello ufficiale, quello cioè dei quotidiani e dei periodici a larga diffusione, per tacere di quella televisiva (ma esiste?). Qui la critica è di fatto una sorta di necessità commerciale, come lo è la fascetta sulla copertina del libro (o lo sticker sulla copertina del disco), del quale è un’appendice.
(segue)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Orwell fornisce un quadro assai crudo del funzionamento di certi meccanismi: Z scrive un libro che viene pubblicato da Y e recensito da X nel periodico “Weekly”. Se la recensione è negativa, Y ritira i suoi annunci da “Weekly”, per cui X è costretto a descrivere il libro come un “capolavoro indimenticabile” onde evitare il licenziamento. Essenzialmente la critica è caduta così in basso perché ogni critico ha un editore che gli pesta la coda per procura.<br />
Questa è, in linea di massima, la situazione della cosiddetta critica (letteraria o musicale, poco cambia) in tutto il mondo; soprattutto in quello ufficiale, quello cioè dei quotidiani e dei periodici a larga diffusione, per tacere di quella televisiva (ma esiste?). Qui la critica è di fatto una sorta di necessità commerciale, come lo è la fascetta sulla copertina del libro (o lo sticker sulla copertina del disco), del quale è un’appendice.<br />
(segue)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
</rss>
