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	Commenti a: FIGLI	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		Di: Ada		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115392</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ada]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 16:58:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Detesto le persone che accusano le donne che non desiderano figli di avere &quot;qualcosa che non va&quot;.
Al tempo stesso, trovo insopportabile il tono della Aspesi, che deride senza ritegno il fatto che altre donne vogliano avere dei bambini (senza calcolare gli uomini, che possono volerlo o non volerlo allo stesso modo), raffigurandole come creaturine grottesche che si affannano a ottenere il pupattolo per ricavarne l&#039;agognato riconoscimento sociale. Arriva a vette di retorica conformista (le mamme che fanno i papà, i papà che fanno le mamme) che da lei non mi aspettavo, e addirittura esalta il sano ceffone educativo, manco fosse la Santanché.
Molto diverso è l&#039;atteggiamento di Michela Marzano, molto più condivisibile il suo articolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Detesto le persone che accusano le donne che non desiderano figli di avere &#8220;qualcosa che non va&#8221;.<br />
Al tempo stesso, trovo insopportabile il tono della Aspesi, che deride senza ritegno il fatto che altre donne vogliano avere dei bambini (senza calcolare gli uomini, che possono volerlo o non volerlo allo stesso modo), raffigurandole come creaturine grottesche che si affannano a ottenere il pupattolo per ricavarne l&#8217;agognato riconoscimento sociale. Arriva a vette di retorica conformista (le mamme che fanno i papà, i papà che fanno le mamme) che da lei non mi aspettavo, e addirittura esalta il sano ceffone educativo, manco fosse la Santanché.<br />
Molto diverso è l&#8217;atteggiamento di Michela Marzano, molto più condivisibile il suo articolo.</p>
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		Di: Gilda Policastro		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115391</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gilda Policastro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 21:59:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Qualcuno diceva poco fa: società bambinocentrica. Verissimo. Forse perché i bambini sono pochi, meno che in passato comunque, e il tasso di natalità è credo tra i più bassi di tutti i tempi, in Italia, ma dunque eccoli perennemente ostentati come i &#039;&#039;gioielli&#039;&#039; di Cornelia, dicevo prima, o, ancora peggio, posti al centro di qualsivoglia contesto, spesso con fastidio o imbarazzo di chi non ne condivide la tirannia (e c&#039;è un passaggio molto bello di un libro di poesia uscito lo scorso anno, I mondi, di Guido Mazzoni, in cui una cena fra amici viene improvvisamente turbata dalla presenza di un neonato su cui i genitori tentano costantemente di far convergere l&#039;attenzione di tutti i commensali per il resto della serata, inevitabilmente falsata da questa presenza &#039;&#039;aliena&#039;&#039;). Mi permetto di raccontare un piccolo fatto vero, per offrire una testimonianza, e stavolta non dal web ma dalla vita di fuori, di come spesso attorno ai bambini ci sia un malinteso senso di rispetto ovvero di iperprotezione. Accompagno una persona in ospedale, questa persona ha 74 e un tumore terminale. Non ci sono posti a sedere nell&#039;atrio, così faccio sedere la persona nella sala d&#039;attesa del reparto più prossimo, che è quello di pediatria. Intanto prendo il numero, faccio la coda agli sportelli, mi dicono che devo attendere la chiamata a voce dal fondo del corridoio. Ma la persona che accompagno mi richiama dalla sala d&#039;attesa, perché ha bisogno della mia assistenza. Com&#039;è logico, nella sala d&#039;attesa di pediatria ci sono molti bambini, alcuni sono stranieri, anche molto piccoli: giocano insieme o per conto proprio, senza troppi schiamazzi. La figlia di due genitori molto adulti, almeno sui 40 anni entrambi, urla e salta dappertutto, senza che i due se ne curino più di tanto. Ha circa 4 anni, forse anche 5. La persona che io sto accompagnando, ripeto, di 74 anni, e con un tumore terminale, dice a voce alta: &#039;&#039;se questa bambina continua a urlare così, non sentiremo mai la chiamata dell&#039;infermiera&#039;&#039;. La madre della bambina a quel punto comincia a inveire  all&#039;indirizzo della persona, anziana e malata, a suo dire &#039;&#039;abusiva in quella stanza&#039;&#039;, precisando che sua figlia ha tutto il diritto di urlare e schiamazzare quanto le pare, in quanto bambina. Non so se avesse ragione lei, se un malato terminale che non ha un altro posto dove sedersi in ospedale si debba considerare &#039;&#039;abusivo&#039;&#039; in una stanza di bambini e se i bambini ovunque si trovino abbiano sempre il diritto di schiamazzare come se fossero al parco o in casa loro. So che i miei amici che vivono all&#039;estero mi parlano di carrozze di treni o di sale d&#039;aspetto in cui si riescono ancora a leggere dei libri o a conversare, perché i bambini non vanno in giro correndo su e giù per il vagone, magari urlando a squarciagola, ma vengono aiutati dai genitori a comprendere che gli spazi da dividere con altri vanno rispettati e non occupati o totalmente invasi. (Scusate se vado off topic, ma secondo me, come diceva qualche libro fa Aldo Nove, &#039;&#039;sono storie, sono urgenti, dobbiamo dircele&#039;&#039;).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualcuno diceva poco fa: società bambinocentrica. Verissimo. Forse perché i bambini sono pochi, meno che in passato comunque, e il tasso di natalità è credo tra i più bassi di tutti i tempi, in Italia, ma dunque eccoli perennemente ostentati come i &#8221;gioielli&#8221; di Cornelia, dicevo prima, o, ancora peggio, posti al centro di qualsivoglia contesto, spesso con fastidio o imbarazzo di chi non ne condivide la tirannia (e c&#8217;è un passaggio molto bello di un libro di poesia uscito lo scorso anno, I mondi, di Guido Mazzoni, in cui una cena fra amici viene improvvisamente turbata dalla presenza di un neonato su cui i genitori tentano costantemente di far convergere l&#8217;attenzione di tutti i commensali per il resto della serata, inevitabilmente falsata da questa presenza &#8221;aliena&#8221;). Mi permetto di raccontare un piccolo fatto vero, per offrire una testimonianza, e stavolta non dal web ma dalla vita di fuori, di come spesso attorno ai bambini ci sia un malinteso senso di rispetto ovvero di iperprotezione. Accompagno una persona in ospedale, questa persona ha 74 e un tumore terminale. Non ci sono posti a sedere nell&#8217;atrio, così faccio sedere la persona nella sala d&#8217;attesa del reparto più prossimo, che è quello di pediatria. Intanto prendo il numero, faccio la coda agli sportelli, mi dicono che devo attendere la chiamata a voce dal fondo del corridoio. Ma la persona che accompagno mi richiama dalla sala d&#8217;attesa, perché ha bisogno della mia assistenza. Com&#8217;è logico, nella sala d&#8217;attesa di pediatria ci sono molti bambini, alcuni sono stranieri, anche molto piccoli: giocano insieme o per conto proprio, senza troppi schiamazzi. La figlia di due genitori molto adulti, almeno sui 40 anni entrambi, urla e salta dappertutto, senza che i due se ne curino più di tanto. Ha circa 4 anni, forse anche 5. La persona che io sto accompagnando, ripeto, di 74 anni, e con un tumore terminale, dice a voce alta: &#8221;se questa bambina continua a urlare così, non sentiremo mai la chiamata dell&#8217;infermiera&#8221;. La madre della bambina a quel punto comincia a inveire  all&#8217;indirizzo della persona, anziana e malata, a suo dire &#8221;abusiva in quella stanza&#8221;, precisando che sua figlia ha tutto il diritto di urlare e schiamazzare quanto le pare, in quanto bambina. Non so se avesse ragione lei, se un malato terminale che non ha un altro posto dove sedersi in ospedale si debba considerare &#8221;abusivo&#8221; in una stanza di bambini e se i bambini ovunque si trovino abbiano sempre il diritto di schiamazzare come se fossero al parco o in casa loro. So che i miei amici che vivono all&#8217;estero mi parlano di carrozze di treni o di sale d&#8217;aspetto in cui si riescono ancora a leggere dei libri o a conversare, perché i bambini non vanno in giro correndo su e giù per il vagone, magari urlando a squarciagola, ma vengono aiutati dai genitori a comprendere che gli spazi da dividere con altri vanno rispettati e non occupati o totalmente invasi. (Scusate se vado off topic, ma secondo me, come diceva qualche libro fa Aldo Nove, &#8221;sono storie, sono urgenti, dobbiamo dircele&#8221;).</p>
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		Di: donatella		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115390</link>

		<dc:creator><![CDATA[donatella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 16:02:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[D&#039;accordo con Valter Binaghi. L&#039;ostentazione punta ad occupare spazio, non solo visivo, quello spazio che senza imitazione, forse non occuperemmo. Peggio se ci serviamo di altri per espanderci, dato che le immagini sono, comunque la si metta, intepretazioni soggettive, non importa quanto e se artistiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>D&#8217;accordo con Valter Binaghi. L&#8217;ostentazione punta ad occupare spazio, non solo visivo, quello spazio che senza imitazione, forse non occuperemmo. Peggio se ci serviamo di altri per espanderci, dato che le immagini sono, comunque la si metta, intepretazioni soggettive, non importa quanto e se artistiche.</p>
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		<title>
		Di: Paolo1984		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115389</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo1984]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 19:29:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[C&#039;è esibizione ed esibizione. Io mi fermerei a criticare (sempre con cautela) l&#039;esibizione e l&#039;ostentazione dei figli piccoli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è esibizione ed esibizione. Io mi fermerei a criticare (sempre con cautela) l&#8217;esibizione e l&#8217;ostentazione dei figli piccoli</p>
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		<title>
		Di: valter binaghi		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115388</link>

		<dc:creator><![CDATA[valter binaghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 18:02:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pian piano magari ci si renderà conto che insana è l&#039;esibizione in quanto tale, che riguardi figli, animali domestici, muscoli, culi, tette o petti villosi.
C&#039;è qualcosa di profondamente perverso nell&#039;atto dell&#039;ostentazione visibile, forse chi è andato più vicino a comprenderla è Girard quando mette in relazione invidia e mimetismo, e definisce la società di massa come un &quot;inferno mimetico&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pian piano magari ci si renderà conto che insana è l&#8217;esibizione in quanto tale, che riguardi figli, animali domestici, muscoli, culi, tette o petti villosi.<br />
C&#8217;è qualcosa di profondamente perverso nell&#8217;atto dell&#8217;ostentazione visibile, forse chi è andato più vicino a comprenderla è Girard quando mette in relazione invidia e mimetismo, e definisce la società di massa come un &#8220;inferno mimetico&#8221;.</p>
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		<title>
		Di: Paolo1984		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115387</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo1984]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 17:14:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io credo che Gilda Policastro abbia ragione: fotografare osessivamente i pargoli per poi mostrare le foto a mezzo mondo non mi sembra sano...c&#039;è anche da dire che quando le persone si sentono dire che nel loro modo di esprimere la felicità c&#039;è qualcosa di sbagliato o di discutibile..bè reagiscono male, mi sembra anche comprensibile senza voler giustificare attacchi personali che sono ingiustificabili.
Hai voglia a dire rifletto sul fenomeno generale, il fenomeno generale o no che sia investe sempre singole esistenze: se uno per esempio dice &quot;l&#039;ateismo dominante nella nostra società ci porterà alla rovina&quot;, io non credente mi risento anche se non ce l&#039;aveva proprio con me e questo vale per tematche anche più delicate.
E io so benissimo che ogni volta che esprimo un parere su un tema particolarmente &quot;caldo&quot; ci sarà una quantità di gente che si risentirà e potrebbe anche dirmi (e me l&#039;ha detto) che non capisco nulla, che sono un idiota ecc..questo ripeto non giustifica attaccare la persona anzichè l&#039;idea (quando l&#039;idea c&#039;è, perchè io non ne sarei sempre così sicuro riguardo a certa gente con cui ho duellato sul web, non qui) che è comportamento deprecabile...ma sul web trovi ogni genere di persona compresi i maleducati, i permalosi, i frustrati che prendono internet per uno sfogatoio..chissà non escludo che in certe circostanze io stesso sia finito in una di queste deprecabili schiere
Sul &quot;zitto tu che non sai&quot;, sì nel caso in esame non va bene perchè pure chi non è genitore ha comunque avuto dei genitori, però parlando di ivg  in giro per il web, mi è capitato di trovare degli antiabortisti a cui avrei voluto rispondere in quel modo.
Gravidanza, aborto, figli, sessualità, sessualità, eros, corpi e &quot;gestione&quot; degli stessi sono campi minati, ovviamente ciò non significa stiamo zitti, significa parliamone sapendo che è un campo minato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io credo che Gilda Policastro abbia ragione: fotografare osessivamente i pargoli per poi mostrare le foto a mezzo mondo non mi sembra sano&#8230;c&#8217;è anche da dire che quando le persone si sentono dire che nel loro modo di esprimere la felicità c&#8217;è qualcosa di sbagliato o di discutibile..bè reagiscono male, mi sembra anche comprensibile senza voler giustificare attacchi personali che sono ingiustificabili.<br />
Hai voglia a dire rifletto sul fenomeno generale, il fenomeno generale o no che sia investe sempre singole esistenze: se uno per esempio dice &#8220;l&#8217;ateismo dominante nella nostra società ci porterà alla rovina&#8221;, io non credente mi risento anche se non ce l&#8217;aveva proprio con me e questo vale per tematche anche più delicate.<br />
E io so benissimo che ogni volta che esprimo un parere su un tema particolarmente &#8220;caldo&#8221; ci sarà una quantità di gente che si risentirà e potrebbe anche dirmi (e me l&#8217;ha detto) che non capisco nulla, che sono un idiota ecc..questo ripeto non giustifica attaccare la persona anzichè l&#8217;idea (quando l&#8217;idea c&#8217;è, perchè io non ne sarei sempre così sicuro riguardo a certa gente con cui ho duellato sul web, non qui) che è comportamento deprecabile&#8230;ma sul web trovi ogni genere di persona compresi i maleducati, i permalosi, i frustrati che prendono internet per uno sfogatoio..chissà non escludo che in certe circostanze io stesso sia finito in una di queste deprecabili schiere<br />
Sul &#8220;zitto tu che non sai&#8221;, sì nel caso in esame non va bene perchè pure chi non è genitore ha comunque avuto dei genitori, però parlando di ivg  in giro per il web, mi è capitato di trovare degli antiabortisti a cui avrei voluto rispondere in quel modo.<br />
Gravidanza, aborto, figli, sessualità, sessualità, eros, corpi e &#8220;gestione&#8221; degli stessi sono campi minati, ovviamente ciò non significa stiamo zitti, significa parliamone sapendo che è un campo minato.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Frau Dinosauro		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115386</link>

		<dc:creator><![CDATA[Frau Dinosauro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 16:24:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie a lei, @ Donatella, per avermi dato la possibilità di approfondire il mio punto di vista. Il mio intervento precedente era volutamente terra-terra. Intendevo semplicemente dire che, se parliamo di &#039;&#039;senso comune&#039;&#039; nell&#039;accezione migliore del termine, che potrebbe essere quella di senso del &#039;&#039;bene comune&#039;&#039;, di tutta l&#039;umanità, mi sembra che nessuna delle due scelte – quella di avere figli e quella di non averne – possa essere attaccabile a priori. Dato che, come lei sottolinea, le condanne più o meno esplicite vengono soprattutto da una parte, che vuole magari rifarsi (con quanta onestà intellettuale?, mi chiedo) al biblico &#039;&#039;crescete e moltiplicatevi&#039;&#039;, forse il rischio di una possibile catastrofe demografica potrebbe essere un argomento convincente – non certo per imporre inconcepibili limiti a chi desidera procreare, ma per far passare l&#039;idea che, al contrario, la scelta di non procreare (indipendentemente dalle sue motivazioni) non è affatto, in una prospettiva globale, una scelta egoistica e anti-vita.
Spero di non essere fraintesa. Ripeto che, per me personalmente, il punto di partenza rimane il rispetto delle scelte altrui. Ma se critico l&#039;assenza di tolleranza che si manifesta in certe tendenze, di quelle tendenze critico anche l&#039;assenza, a mio parere, di qualsiasi logica.
Mi viene però anche da fare una considerazione rivolta all&#039;altra parte in causa. Posso ben comprendere il fastidio, da parte di una donna che ha scelto in piena coscienza di non avere figli, nei confronti di certe domande o atteggiamenti che tendono a sottolineare  una sua supposta &#039;&#039;diversità&#039;&#039; (= anomalia, anormalità?). Non vorrei però che si sviluppasse un&#039;ipersensibilità in questo senso. Credo si debba tenere conto del fatto che certe condizioni – concrete e mentali – da un punto di vista storico sono ancora relativamente recenti. Mi riferisco innanzi tutto alla possibilità tecnica per le donne di un controllo sicuro della propria capacità riproduttiva. Se oggi molte donne scelgono di non avere figli, è anche semplicemente perché finalmente possono farlo! Progresso scientifico, comportamenti e mentalità (individuali e collettivi) si sviluppano parallelamente e si influenzano a vicenda – ma i loro tempi non sempre coincidono. Per questo, anche dove la razionalità abbia già portato a certe conclusioni, è possibile che a livello inconscio sopravvivano altri modelli, retaggio di culture più datate. Mi spiego: di fronte a un&#039;amica che mi dice di non volere dei figli, confesso che potrebbe sorgermi spontanea la domanda: perché? Domanda che per me non implica, a livello cosciente, un giudizio o una condanna, ma semplicemente una curiosità; domanda che però, forse, non mi sorgerebbe così spontanea se le donne della mia età intorno a me che hanno scelto di non avere figli fossero il 50% e non il 10%. Quello che voglio dire è che l&#039;assimilazione a livello profondo di certi cambiamenti culturali e sociali non è automatica e può richiedere tempo. E la fase di transizione che richiede può essere utile a capirsi e confrontarsi – con gli altri, e anche con se stessi. Senza presupporre automaticamente l&#039;esistenza di &#039;&#039;cattive intenzioni&#039;&#039;.
Spero anche in questo caso di essere stata chiara. Vorrei commentare anch&#039;io l&#039;interessante intervento di Gilda Policastro ma sono sempre in ritardo rispetto ai commenti e quindi chiudo qui...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a lei, @ Donatella, per avermi dato la possibilità di approfondire il mio punto di vista. Il mio intervento precedente era volutamente terra-terra. Intendevo semplicemente dire che, se parliamo di &#8221;senso comune&#8221; nell&#8217;accezione migliore del termine, che potrebbe essere quella di senso del &#8221;bene comune&#8221;, di tutta l&#8217;umanità, mi sembra che nessuna delle due scelte – quella di avere figli e quella di non averne – possa essere attaccabile a priori. Dato che, come lei sottolinea, le condanne più o meno esplicite vengono soprattutto da una parte, che vuole magari rifarsi (con quanta onestà intellettuale?, mi chiedo) al biblico &#8221;crescete e moltiplicatevi&#8221;, forse il rischio di una possibile catastrofe demografica potrebbe essere un argomento convincente – non certo per imporre inconcepibili limiti a chi desidera procreare, ma per far passare l&#8217;idea che, al contrario, la scelta di non procreare (indipendentemente dalle sue motivazioni) non è affatto, in una prospettiva globale, una scelta egoistica e anti-vita.<br />
Spero di non essere fraintesa. Ripeto che, per me personalmente, il punto di partenza rimane il rispetto delle scelte altrui. Ma se critico l&#8217;assenza di tolleranza che si manifesta in certe tendenze, di quelle tendenze critico anche l&#8217;assenza, a mio parere, di qualsiasi logica.<br />
Mi viene però anche da fare una considerazione rivolta all&#8217;altra parte in causa. Posso ben comprendere il fastidio, da parte di una donna che ha scelto in piena coscienza di non avere figli, nei confronti di certe domande o atteggiamenti che tendono a sottolineare  una sua supposta &#8221;diversità&#8221; (= anomalia, anormalità?). Non vorrei però che si sviluppasse un&#8217;ipersensibilità in questo senso. Credo si debba tenere conto del fatto che certe condizioni – concrete e mentali – da un punto di vista storico sono ancora relativamente recenti. Mi riferisco innanzi tutto alla possibilità tecnica per le donne di un controllo sicuro della propria capacità riproduttiva. Se oggi molte donne scelgono di non avere figli, è anche semplicemente perché finalmente possono farlo! Progresso scientifico, comportamenti e mentalità (individuali e collettivi) si sviluppano parallelamente e si influenzano a vicenda – ma i loro tempi non sempre coincidono. Per questo, anche dove la razionalità abbia già portato a certe conclusioni, è possibile che a livello inconscio sopravvivano altri modelli, retaggio di culture più datate. Mi spiego: di fronte a un&#8217;amica che mi dice di non volere dei figli, confesso che potrebbe sorgermi spontanea la domanda: perché? Domanda che per me non implica, a livello cosciente, un giudizio o una condanna, ma semplicemente una curiosità; domanda che però, forse, non mi sorgerebbe così spontanea se le donne della mia età intorno a me che hanno scelto di non avere figli fossero il 50% e non il 10%. Quello che voglio dire è che l&#8217;assimilazione a livello profondo di certi cambiamenti culturali e sociali non è automatica e può richiedere tempo. E la fase di transizione che richiede può essere utile a capirsi e confrontarsi – con gli altri, e anche con se stessi. Senza presupporre automaticamente l&#8217;esistenza di &#8221;cattive intenzioni&#8221;.<br />
Spero anche in questo caso di essere stata chiara. Vorrei commentare anch&#8217;io l&#8217;interessante intervento di Gilda Policastro ma sono sempre in ritardo rispetto ai commenti e quindi chiudo qui&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lalipperini		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115385</link>

		<dc:creator><![CDATA[lalipperini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 15:58:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi colpisce molto il commento di Gilda. Perché è vero:  assai frequentemente la reazione verso chi non dico critica, ma tenta di riflettere su un fenomeno generale, che non riguarda dunque le singole esistenze, bensì una tendenza, è identica. Chi avanza un dubbio sul modo di condividere (e a volte di esibire) maternità e paternità (o anche chi avanza qualche dubbio punto) viene definito come una persona sola e infelice, magari vecchia, magari cattiva, certamente con le scarpe basse.
Voglio dire che si colpisce, ormai, la persona: non le sue idee, anche se è a causa delle sue idee che si tenta, a tutti i costi, di ferire, e di ferire nel privato, però. Soprattutto se si tocca un nervo scoperto.
Proprio su questo blog, mesi fa, una commentatrice disse che evidentemente non mi ero spezzata la schiena nelle gravidanze. A parte l&#039;inconsapevole crudeltà dell&#039;affermazione (ho perso due figli prima di avere Lotta e Oliviero), sbigottisce il &quot;taci tu che non sai&quot;.
Esiste, che lo vogliamo o meno, una nuova retorica del materno. Sia pure in un paese che in nulla aiuta e sostiene le madri e i padri (o in molto poco). Farci i conti non significa sminuire la genitorialità: ma, a mio parere, capire cosa significa essere genitori in un contesto sociale. E non nella solita ottica del &quot;cazzi miei&quot;, &quot;cazzi tuoi&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi colpisce molto il commento di Gilda. Perché è vero:  assai frequentemente la reazione verso chi non dico critica, ma tenta di riflettere su un fenomeno generale, che non riguarda dunque le singole esistenze, bensì una tendenza, è identica. Chi avanza un dubbio sul modo di condividere (e a volte di esibire) maternità e paternità (o anche chi avanza qualche dubbio punto) viene definito come una persona sola e infelice, magari vecchia, magari cattiva, certamente con le scarpe basse.<br />
Voglio dire che si colpisce, ormai, la persona: non le sue idee, anche se è a causa delle sue idee che si tenta, a tutti i costi, di ferire, e di ferire nel privato, però. Soprattutto se si tocca un nervo scoperto.<br />
Proprio su questo blog, mesi fa, una commentatrice disse che evidentemente non mi ero spezzata la schiena nelle gravidanze. A parte l&#8217;inconsapevole crudeltà dell&#8217;affermazione (ho perso due figli prima di avere Lotta e Oliviero), sbigottisce il &#8220;taci tu che non sai&#8221;.<br />
Esiste, che lo vogliamo o meno, una nuova retorica del materno. Sia pure in un paese che in nulla aiuta e sostiene le madri e i padri (o in molto poco). Farci i conti non significa sminuire la genitorialità: ma, a mio parere, capire cosa significa essere genitori in un contesto sociale. E non nella solita ottica del &#8220;cazzi miei&#8221;, &#8220;cazzi tuoi&#8221;.</p>
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		<title>
		Di: Gilda Policastro		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115384</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gilda Policastro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 14:31:47 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/?p=4205#comment-115384</guid>

					<description><![CDATA[Dell&#039;articolo di Marzano mi colpisce un punto che non mi pare sia stato ancora toccato nel dibattito, e cioè il passaggio in cui si sottolinea l&#039;aspetto &#039;&#039;sociale&#039;&#039; o &#039;&#039;pubblico&#039;&#039; della genitorialità:  &#039;&#039;non solo perché il desiderio riguarda una terza persona, che ancora non esiste e che, in fondo, non ha chiesto nulla. Ma anche perché i figli, nel momento in cui nascono, non appartengono più solo ai genitori ma cominciano a far parte di una comunità più vasta&#039;&#039;.
In nome di un analogo prinicipio ho contestato qualche tempo fa in un dibattito su Fb quella che a me pare una forma di deprecabile ostentazione narcisistica all&#039;interno del suddetto social network, e cioè la pubblicazione, in quantità e frequenza intollerabili, di materiale fotografico o filmato riguardante infanti o pupi in età appena scolare da parte di novelle Cornelie, ma anche, devo dire, o soprattutto, di novelli Marii Merola. I ritratti di pupi carpiti all&#039;interno della vita domestica, dalla colazione del mattino alla passeggiata nel parco, mi sembrano una forma di esibizione tanto più perniciosa quanto meno autorizzata dalle &#039;&#039;vittime&#039;&#039; di questa ossessione della vetrina che tutti ci contagia (nel social network, ma non solo, evidentemente). Ma un conto è far pieno e consapevole uso dei mezzi e delle possibilità di autopromozione/esibizione/ostentazione, un conto è imporre un&#039;analoga modalità a chi non abbia ancora potuto sviluppare i necessari strumenti di difesa rispetto alle possibili conseguenze di una sovraesposizione continua. Ovviamente le reazioni alla mia polemica sono state vibranti e assai varie, ma per lo più scomposte, e i genitori fotografi compulsivi hanno rivendicato il loro sacrosanto diritto di condividere con la comunità degli &#039;&#039;amici&#039;&#039; (amici? in numero di 2mila, ormai, mediamente, per ciascuno di noi, nel social network) il loro &#039;&#039;orgoglio mater/paterno&#039;&#039;, e altrettanto puntuale è arrivata la taccia di insensibilità all&#039;idillio familiare addossata a persone &#039;&#039;evidentemente&#039;&#039; sole, &#039;&#039;evidentemente&#039;&#039; infelici, &#039;&#039;evidentemente&#039;&#039; incapaci di condividere &#039;&#039;le gioie della vita&#039;&#039;.
Non è importante sapere se io abbia o meno dei figli, e perché. Alfieri nella Vita pone molto chiaramente l&#039;idea che il bambino sia una persona in formazione e non un adulto miniaturizzato e che l&#039;educazione (cioè l&#039;accompagnamento alla maturità) non debba dunque passare attraverso punizioni (il supplizio della reticella, per Alfieri, il ceffone della Aspesi) o lusinghe (le foto-orgoglio mater/paterno), ma, piuttosto, consistere nel confronto con la (presumibilmente) maggiore esperienza dell&#039;adulto, nel processo di crescita e di formazione di una coscienza personale e di desideri autonomi. Poi, pure chi non ha figli, figlio è stato obbligatoriamente, e un genitore appostato in ogni angolo della casa a fotografare qualunque operazione quotidiana come fosse un allunaggio, semplicemente perché non si hanno ancora tutti i denti in bocca o le gambe ben salde, non credo sia auspicabile per nessuno, neppure per i più esibizionisti di noi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dell&#8217;articolo di Marzano mi colpisce un punto che non mi pare sia stato ancora toccato nel dibattito, e cioè il passaggio in cui si sottolinea l&#8217;aspetto &#8221;sociale&#8221; o &#8221;pubblico&#8221; della genitorialità:  &#8221;non solo perché il desiderio riguarda una terza persona, che ancora non esiste e che, in fondo, non ha chiesto nulla. Ma anche perché i figli, nel momento in cui nascono, non appartengono più solo ai genitori ma cominciano a far parte di una comunità più vasta&#8221;.<br />
In nome di un analogo prinicipio ho contestato qualche tempo fa in un dibattito su Fb quella che a me pare una forma di deprecabile ostentazione narcisistica all&#8217;interno del suddetto social network, e cioè la pubblicazione, in quantità e frequenza intollerabili, di materiale fotografico o filmato riguardante infanti o pupi in età appena scolare da parte di novelle Cornelie, ma anche, devo dire, o soprattutto, di novelli Marii Merola. I ritratti di pupi carpiti all&#8217;interno della vita domestica, dalla colazione del mattino alla passeggiata nel parco, mi sembrano una forma di esibizione tanto più perniciosa quanto meno autorizzata dalle &#8221;vittime&#8221; di questa ossessione della vetrina che tutti ci contagia (nel social network, ma non solo, evidentemente). Ma un conto è far pieno e consapevole uso dei mezzi e delle possibilità di autopromozione/esibizione/ostentazione, un conto è imporre un&#8217;analoga modalità a chi non abbia ancora potuto sviluppare i necessari strumenti di difesa rispetto alle possibili conseguenze di una sovraesposizione continua. Ovviamente le reazioni alla mia polemica sono state vibranti e assai varie, ma per lo più scomposte, e i genitori fotografi compulsivi hanno rivendicato il loro sacrosanto diritto di condividere con la comunità degli &#8221;amici&#8221; (amici? in numero di 2mila, ormai, mediamente, per ciascuno di noi, nel social network) il loro &#8221;orgoglio mater/paterno&#8221;, e altrettanto puntuale è arrivata la taccia di insensibilità all&#8217;idillio familiare addossata a persone &#8221;evidentemente&#8221; sole, &#8221;evidentemente&#8221; infelici, &#8221;evidentemente&#8221; incapaci di condividere &#8221;le gioie della vita&#8221;.<br />
Non è importante sapere se io abbia o meno dei figli, e perché. Alfieri nella Vita pone molto chiaramente l&#8217;idea che il bambino sia una persona in formazione e non un adulto miniaturizzato e che l&#8217;educazione (cioè l&#8217;accompagnamento alla maturità) non debba dunque passare attraverso punizioni (il supplizio della reticella, per Alfieri, il ceffone della Aspesi) o lusinghe (le foto-orgoglio mater/paterno), ma, piuttosto, consistere nel confronto con la (presumibilmente) maggiore esperienza dell&#8217;adulto, nel processo di crescita e di formazione di una coscienza personale e di desideri autonomi. Poi, pure chi non ha figli, figlio è stato obbligatoriamente, e un genitore appostato in ogni angolo della casa a fotografare qualunque operazione quotidiana come fosse un allunaggio, semplicemente perché non si hanno ancora tutti i denti in bocca o le gambe ben salde, non credo sia auspicabile per nessuno, neppure per i più esibizionisti di noi.</p>
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		<title>
		Di: donatella		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/figli/comment-page-1/#comment-115383</link>

		<dc:creator><![CDATA[donatella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 09:28:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un modo cosciente e sereno di porre il problema, Frau Dinosauro, non è, però, quello di presentare il proprio punto di vista suffragato da considerazioni che attengono al senso (e alla paura) comune. Mi riferisco a quella di prospettare la catastrofe demografica presentandola come un effetto che attiene al razionale e l&#039;ipotesi opposta a processi spontanei (adattamento). Magari si potrebbe fare lo  sforzo per dire, e prima pensare, che potremmo tutti impegnarci per avere un mondo più giusto, adottando tutti i bambini adottabili e vedere come il pianeta e chi lo abita sarebbe diverso, meno inquinato, meno affamato, meno grasso e malato per via dell&#039;ingordigia...Come si rispettano le scelte di chi non ha figli se ciò che passa è di nuovo l&#039;ingiunzione moral(istica)e di conformarsi ai dettami  patriarcali e, in Italia e altrove, cattolici? Forse, come dice lei, è già in atto un processo di adattamento che facilita il risultato di cui io parlo,  in modo &quot;spontaneo&quot;, di certo non è incoraggiato culturalmente perché sotto quel punto di vista si continua a colpevolizzare le donne fornendo il continuo monito: dipenderà da te se la specie si estingue. Stesso monito è rivolto ai gay. Così si diffonde un giudizio pesantissimo verso chiunque decida di adottare metodi contraccettivi e, per le donne, di agire la propria autodeterminazione. Lo  trovo incivile, inopportuno, violento. Per cui prima di arrivare a ciò che lei correttamente auspica, bisognerebe, mi scusi, evitare anche di utilizzare terminologie censorie.
Infine, mi perdoni se ho usato il suo intervento per dire la mia e se l&#039;ho fatto in parte sottolineando ciò che lei dice ma che è intenta a superare. La verità è che preferisco confrontarmi con chi ha già fatto un passo oltre il proprio pensiero, come nel suo apprezzabilissimo caso. E la ringrazio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un modo cosciente e sereno di porre il problema, Frau Dinosauro, non è, però, quello di presentare il proprio punto di vista suffragato da considerazioni che attengono al senso (e alla paura) comune. Mi riferisco a quella di prospettare la catastrofe demografica presentandola come un effetto che attiene al razionale e l&#8217;ipotesi opposta a processi spontanei (adattamento). Magari si potrebbe fare lo  sforzo per dire, e prima pensare, che potremmo tutti impegnarci per avere un mondo più giusto, adottando tutti i bambini adottabili e vedere come il pianeta e chi lo abita sarebbe diverso, meno inquinato, meno affamato, meno grasso e malato per via dell&#8217;ingordigia&#8230;Come si rispettano le scelte di chi non ha figli se ciò che passa è di nuovo l&#8217;ingiunzione moral(istica)e di conformarsi ai dettami  patriarcali e, in Italia e altrove, cattolici? Forse, come dice lei, è già in atto un processo di adattamento che facilita il risultato di cui io parlo,  in modo &#8220;spontaneo&#8221;, di certo non è incoraggiato culturalmente perché sotto quel punto di vista si continua a colpevolizzare le donne fornendo il continuo monito: dipenderà da te se la specie si estingue. Stesso monito è rivolto ai gay. Così si diffonde un giudizio pesantissimo verso chiunque decida di adottare metodi contraccettivi e, per le donne, di agire la propria autodeterminazione. Lo  trovo incivile, inopportuno, violento. Per cui prima di arrivare a ciò che lei correttamente auspica, bisognerebe, mi scusi, evitare anche di utilizzare terminologie censorie.<br />
Infine, mi perdoni se ho usato il suo intervento per dire la mia e se l&#8217;ho fatto in parte sottolineando ciò che lei dice ma che è intenta a superare. La verità è che preferisco confrontarmi con chi ha già fatto un passo oltre il proprio pensiero, come nel suo apprezzabilissimo caso. E la ringrazio.</p>
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