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	Commenti a: I GIORNALI E IL MANTELLO DELLA VITTIMA (ANCORA SU RETE E CARTA)	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		<title>
		Di: Francesca Violi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Violi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 12:28:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anch&#039;io trovo sbagliati i modi di Feltri e certi argomenti (soprattutto dire che sia questa la causa del fallimento dei giornali...), però capisco la contrarietà e anche il voler evitare che articoli ancora freschi di giornata vengano riprodotti online senza permesso. Forse non ci sarà un danno concreto agli editori, però non lo trovo neanche corretto, copiare integralmente -sistematicamente- articoli altrui. Che vengano da un quotidiano cartaceo, digitale, o da un altro blog, se si decide che per i propri scopi serve far sapere cosa dice quell&#039;articolo, si può citarne degli stralci e restituire con parole proprie il contenuto generale.
Questo pure se fosse un articolo disponibile gratuitamente in rete: si cita qualche frase e per l&#039;articolo completo si mette il link all&#039;originale, in modo che eventuale traffico vada anche alla fonte.
Nel caso di Jack&#039;s Blog, degli articoli presi da vari quotidiani non c&#039;è neppure il link alle rispettive testate on line...
E trovo capzioso il paragone, letto qua e là, con la biblioteca o il bar: la peculiarità di internet è proprio di rendere fruibile lo stesso contenuto contemporaneamente e istantaneamente a ennemila lettori, dovunque siano fisicamente, è evidente che l&#039;articolo di un quotidiano riprodotto online ha un&#039;accessibilità, potenzialmente, ben diversa dalla copia che c&#039;è nella biblioteca comunale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anch&#8217;io trovo sbagliati i modi di Feltri e certi argomenti (soprattutto dire che sia questa la causa del fallimento dei giornali&#8230;), però capisco la contrarietà e anche il voler evitare che articoli ancora freschi di giornata vengano riprodotti online senza permesso. Forse non ci sarà un danno concreto agli editori, però non lo trovo neanche corretto, copiare integralmente -sistematicamente- articoli altrui. Che vengano da un quotidiano cartaceo, digitale, o da un altro blog, se si decide che per i propri scopi serve far sapere cosa dice quell&#8217;articolo, si può citarne degli stralci e restituire con parole proprie il contenuto generale.<br />
Questo pure se fosse un articolo disponibile gratuitamente in rete: si cita qualche frase e per l&#8217;articolo completo si mette il link all&#8217;originale, in modo che eventuale traffico vada anche alla fonte.<br />
Nel caso di Jack&#8217;s Blog, degli articoli presi da vari quotidiani non c&#8217;è neppure il link alle rispettive testate on line&#8230;<br />
E trovo capzioso il paragone, letto qua e là, con la biblioteca o il bar: la peculiarità di internet è proprio di rendere fruibile lo stesso contenuto contemporaneamente e istantaneamente a ennemila lettori, dovunque siano fisicamente, è evidente che l&#8217;articolo di un quotidiano riprodotto online ha un&#8217;accessibilità, potenzialmente, ben diversa dalla copia che c&#8217;è nella biblioteca comunale.</p>
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		<title>
		Di: Stefano		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 10:46:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie cmq per la risposta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie cmq per la risposta</p>
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		<title>
		Di: Stefano		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/i-giornali-e-il-mantello-della-vittima-ancora-su-rete-e-carta/comment-page-1/#comment-138778</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 10:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Chiarisco delle cose, giusto perché è un argomento che riguarda molti. Intanto siamo omonimi, poi Feltri mi pare sia intervenuto sul blog citato, quindi potrebbe passare anche qua. Sul resto, non una questione di additare al fallimento di un settore, e in ogni caso questo è un argomento indiretto. Il punto è se diffondere o meno, se leggere o meno gratuitamente ciò che non lo è, sia buono o no. Ovviamente non equiparo una casa editrice che avvia una collaborazione e quindi ha il dovere, anche legale, di pagare, con la scelta del lettore, che non ha responsabilità (se tutti andassimo in biblioteca il risultato sarebbe lo stesso). Non l&#039;ho specificato perché lo dò per scontato. Ma nei fatti, per questo parlo di unico piano, la sostanza non cambia. Se le case editrici fossero più responsabili e corrette, ugualmente non pagherebbero, perché non avrebbero avviato le mille pubblicazioni che sappiamo. Se si diminuiscono i lavori tradotti, questo significa meno lavoro per i traduttori. Ma questo, lo ripeto, è un argomento indiretto. Se fossimo nel periodo più florido per il settore culturale comunque Il fatto avrebbe ragione, perché la questione è etica. Al cinema, al concerto e in edicola si paga. In rete c&#039;è la possibilità di abbonarsi al digitale. Allora mi sfugge come non si noti la contraddizione tra il dire che il lavoro culturale si paga e sostenere che la diffusione gratuita di cose che gratuite non sono va bene. I soldi arrivano sempre dalla stessa parte. Il lettore non ha la responsabilità di sostenere un progetto in cui non crede, ma ce l&#039;ha nel momento in cui sceglie di goderne i frutti.
@ Fabio Lotti
“Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacchè gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa sperare in letteratura. In Italia si può dire che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a sé, ecc. (Pisa, 5 Feb. 1828) … Zibaldone
ecco, fra un po&#039; saranno duecento anni di questo pensiero che circola, non tanto banale, quanto sbagliato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chiarisco delle cose, giusto perché è un argomento che riguarda molti. Intanto siamo omonimi, poi Feltri mi pare sia intervenuto sul blog citato, quindi potrebbe passare anche qua. Sul resto, non una questione di additare al fallimento di un settore, e in ogni caso questo è un argomento indiretto. Il punto è se diffondere o meno, se leggere o meno gratuitamente ciò che non lo è, sia buono o no. Ovviamente non equiparo una casa editrice che avvia una collaborazione e quindi ha il dovere, anche legale, di pagare, con la scelta del lettore, che non ha responsabilità (se tutti andassimo in biblioteca il risultato sarebbe lo stesso). Non l&#8217;ho specificato perché lo dò per scontato. Ma nei fatti, per questo parlo di unico piano, la sostanza non cambia. Se le case editrici fossero più responsabili e corrette, ugualmente non pagherebbero, perché non avrebbero avviato le mille pubblicazioni che sappiamo. Se si diminuiscono i lavori tradotti, questo significa meno lavoro per i traduttori. Ma questo, lo ripeto, è un argomento indiretto. Se fossimo nel periodo più florido per il settore culturale comunque Il fatto avrebbe ragione, perché la questione è etica. Al cinema, al concerto e in edicola si paga. In rete c&#8217;è la possibilità di abbonarsi al digitale. Allora mi sfugge come non si noti la contraddizione tra il dire che il lavoro culturale si paga e sostenere che la diffusione gratuita di cose che gratuite non sono va bene. I soldi arrivano sempre dalla stessa parte. Il lettore non ha la responsabilità di sostenere un progetto in cui non crede, ma ce l&#8217;ha nel momento in cui sceglie di goderne i frutti.<br />
@ Fabio Lotti<br />
“Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacchè gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa sperare in letteratura. In Italia si può dire che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a sé, ecc. (Pisa, 5 Feb. 1828) … Zibaldone<br />
ecco, fra un po&#8217; saranno duecento anni di questo pensiero che circola, non tanto banale, quanto sbagliato.</p>
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		<title>
		Di: Fabio Lotti		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 09:52:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Lippierini
la crisi dei giornali e dei libri avrà infinite ragioni. Una banalotta, ma che vedo confermata dalla mia esperienza, è che molti che conosco preferiscono scrivere piuttosto che leggere. E mi sa che il fenomeno sia piuttosto ampio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Lippierini<br />
la crisi dei giornali e dei libri avrà infinite ragioni. Una banalotta, ma che vedo confermata dalla mia esperienza, è che molti che conosco preferiscono scrivere piuttosto che leggere. E mi sa che il fenomeno sia piuttosto ampio.</p>
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		<title>
		Di: lalipperini		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/i-giornali-e-il-mantello-della-vittima-ancora-su-rete-e-carta/comment-page-1/#comment-138776</link>

		<dc:creator><![CDATA[lalipperini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 09:44:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nazzareno, ma questo fa parte di un discorso ampio, che va assolutamente fatto, sulla cultura del gratis (che poi gratis non è mai). Che però, almeno secondo me, non è la sola causa della crisi attraversata da giornali e libri. E&#039; importantissimo rifletterci, e ti ringrazio per averlo fatto: ma non è la causa diretta, questo intendevo nel post.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nazzareno, ma questo fa parte di un discorso ampio, che va assolutamente fatto, sulla cultura del gratis (che poi gratis non è mai). Che però, almeno secondo me, non è la sola causa della crisi attraversata da giornali e libri. E&#8217; importantissimo rifletterci, e ti ringrazio per averlo fatto: ma non è la causa diretta, questo intendevo nel post.</p>
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		<title>
		Di: nazzareno		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nazzareno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 09:26:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Secondo me c’è un altro fatto da considerare, ed è quello che rendere liberamente disponibili in rete tanti contributi (spesso anche ottimi) in qualche modo finisce per deprezzarli, per svalutarli. Cioè, questo processo diseduca il lettore all’idea che i contenuti, soprattutto quelli buoni, vuoi o non vuoi vanno pagati, perché chi li produce e chi poi li distribuisce deve essere retribuito, e non solo o non tanto in visibilità e riconoscibilità. Se invece io, lettore mediamente sgamato, li trovo comodamente in rete nella loro interezza e senza dover pagare alcunché a parte quel che spendo per la mia connessione Adsl o per il piano tariffario del mio smartphone, alla lunga smetto anche di considerarli qualcosa per cui valga la pena tirare fuori dei soldi per usufruirne. Per leggere validi contenuti non ho infatti più bisogno di andare in un’edicola e nemmeno di attivare un abbonamento digitale: mi basta surfare un po’ in rete e con pochi clic ho a disposizione gratuitamente la mia super dieta mediatica del giorno, che non ha nulla da invidiare a quanto mi possono proporre anche un quotidiano o una rivista a pagamento (anzi, per tanti aspetti può essere migliore, perché tarata esplicitamente sui miei gusti e interessi). E come scrivevo ieri in un tweet, purtroppo o per fortuna il pagare porta generalmente con sé anche un’idea di valore: se l’iPhone costasse poco, per dire, chi lo vorrebbe?  Perciò, è brutto dirlo ma rendere tanti, troppi contenuti disponibili gratuitamente li svaluta pure, non li rende più così desiderabili, così appetibili come potevano essere un tempo, quando erano qualcosa che andava letteralmente conquistato e acquistato. Per contro, perché festival e appuntamenti letterari vari dove bisogna pagare per entrare o per assistere ai singoli eventi continuano ad attirare spettatori e anzi sembrano crescere di anno in anno, senza conoscere crisi? Non sarà anche perché quel dover pagare gli conferisce in automatico un’aura di maggior prestigio, di maggiore autorevolezza, di maggior valore?
Mi rendo conto che la mia è una tesi discutibile, non molto ben articolata e nemmeno troppo originale. Credo comunque che vada sviluppata una pur piccola riflessione su questo discorso della gratuità a tutti i costi che rischia di svalutare i contenuti che si producono e distribuiscono, diseducando al bisogno di remunerare chi li concepisce e mette in circolo anche – o soprattutto – in denaro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo me c’è un altro fatto da considerare, ed è quello che rendere liberamente disponibili in rete tanti contributi (spesso anche ottimi) in qualche modo finisce per deprezzarli, per svalutarli. Cioè, questo processo diseduca il lettore all’idea che i contenuti, soprattutto quelli buoni, vuoi o non vuoi vanno pagati, perché chi li produce e chi poi li distribuisce deve essere retribuito, e non solo o non tanto in visibilità e riconoscibilità. Se invece io, lettore mediamente sgamato, li trovo comodamente in rete nella loro interezza e senza dover pagare alcunché a parte quel che spendo per la mia connessione Adsl o per il piano tariffario del mio smartphone, alla lunga smetto anche di considerarli qualcosa per cui valga la pena tirare fuori dei soldi per usufruirne. Per leggere validi contenuti non ho infatti più bisogno di andare in un’edicola e nemmeno di attivare un abbonamento digitale: mi basta surfare un po’ in rete e con pochi clic ho a disposizione gratuitamente la mia super dieta mediatica del giorno, che non ha nulla da invidiare a quanto mi possono proporre anche un quotidiano o una rivista a pagamento (anzi, per tanti aspetti può essere migliore, perché tarata esplicitamente sui miei gusti e interessi). E come scrivevo ieri in un tweet, purtroppo o per fortuna il pagare porta generalmente con sé anche un’idea di valore: se l’iPhone costasse poco, per dire, chi lo vorrebbe?  Perciò, è brutto dirlo ma rendere tanti, troppi contenuti disponibili gratuitamente li svaluta pure, non li rende più così desiderabili, così appetibili come potevano essere un tempo, quando erano qualcosa che andava letteralmente conquistato e acquistato. Per contro, perché festival e appuntamenti letterari vari dove bisogna pagare per entrare o per assistere ai singoli eventi continuano ad attirare spettatori e anzi sembrano crescere di anno in anno, senza conoscere crisi? Non sarà anche perché quel dover pagare gli conferisce in automatico un’aura di maggior prestigio, di maggiore autorevolezza, di maggior valore?<br />
Mi rendo conto che la mia è una tesi discutibile, non molto ben articolata e nemmeno troppo originale. Credo comunque che vada sviluppata una pur piccola riflessione su questo discorso della gratuità a tutti i costi che rischia di svalutare i contenuti che si producono e distribuiscono, diseducando al bisogno di remunerare chi li concepisce e mette in circolo anche – o soprattutto – in denaro.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Angus		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/i-giornali-e-il-mantello-della-vittima-ancora-su-rete-e-carta/comment-page-1/#comment-138774</link>

		<dc:creator><![CDATA[Angus]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 09:19:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come già commentato...
Il sistema editoriale è solo uno dei tanti sistemi a sgretolarsi. Non si esce da una crisi con le stesse scarpe (e passi) con cui ci si è ficcati dentro...
&quot;Occorre avviare una discussione seria&quot;
Magari! Ma... chi avrebbe davvero il coraggio di mettersi in gioco e lasciare sulla soglia lustrini, corazza e armatura, giacca e cravatta, piedistallo e podio, io me mio, etc etc ? Tutti, per lo più, hanno interessi da difendere, se non sono economici son quelli dell&#039;ego.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come già commentato&#8230;<br />
Il sistema editoriale è solo uno dei tanti sistemi a sgretolarsi. Non si esce da una crisi con le stesse scarpe (e passi) con cui ci si è ficcati dentro&#8230;<br />
&#8220;Occorre avviare una discussione seria&#8221;<br />
Magari! Ma&#8230; chi avrebbe davvero il coraggio di mettersi in gioco e lasciare sulla soglia lustrini, corazza e armatura, giacca e cravatta, piedistallo e podio, io me mio, etc etc ? Tutti, per lo più, hanno interessi da difendere, se non sono economici son quelli dell&#8217;ego.</p>
]]></content:encoded>
		
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