INQUIETE, LA RIVOLTA, LA CARAFFA

C’è un Festival a Roma per cui bisognerebbe ogni giorno ringraziare: è InQuiete, che nasce dieci anni fa, e sembra ieri. Lo organizza un gruppo di donne, attiviste culturali, amiche, insieme alla Libreria Tuba, che è un altro luogo per cui bisogna ringraziare ogni giorno. Per chi non lo conoscesse, è un festival di scrittrici: ma non è frequentato solo da donne, perché quest’anno, per esempio, c’erano moltissimi uomini fra il pubblico ad ascoltare tutto quello che si può dire sulla scrittura e non solo. Si parla di questioni letterarie, di scuola, di economia, di cultura,  c’è una fellowship, LetteraFutura, che ogni anno permette a una scrittrice esordiente di pubblicare. Ci si incontra, si ascolta.
Volevo raccontare questo.
I tempi sono sempre più stretti.  Soprattutto dopo la pandemia. So che tendiamo a non parlarne più, come se non fosse mai avvenuta, ma portiamo addosso tutti i segni di quel trauma. Siamo stanchi, tristi, inquieti (appunto), dormiamo male, ci svegliamo all’alba, ci intorpidiamo in serate alcoliche o televisive, usciamo con circospezione, scalpitiamo, non ci ricordiamo quasi com’era prima, e prima era sei anni fa, e passata la scarica di adrenalina dei primi mesi del 2020 ci siamo lasciati alle spalle tutto o quasi.
Non siamo felici, quasi mai.
Ma le cose finiscono. Finiscono certamente anche se non sappiamo quando, e tutti noi vorremmo, di certo, essere già in avanti, essere ai tempi in cui l’Associazione Storica di Studi Gileadiani, presieduta dalla Prof.ssa Maryann Crescent Moon, si riunisce a convegno per raccontare qualcosa che è diventato, appunto, storia.
Far finire il trauma della solitudine è possibile attraverso due cose: gli incontri e le storie. InQuiete permette entrambe. Certo, ci vorrà ancora tempo, ma almeno le basi vengono poste.
Per esempio, ieri sera ho partecipato all’incontro di chiusura, una staffetta collettiva sulla parola Rivolta. Vi posto qui il mio intervento, che riassume molte cose di cui ho parlato in questa settimana. Ma un singolo intervento non vale, non conta: conta, ancora una volta, l’insieme di tutte le storie. Perché solo così la rivolta è possibile.
Grazie, InQuiete.

 

La caraffa e la rivolta

Nelle settimane appena trascorse ho avuto ben chiaro il senso della parola rivolta, o meglio ho avuto chiaro come declinarlo qui, fra le amiche e sorelle di Inquiete.
Lo ho avuto chiaro per contrappasso, perché i tempi si sono fatti oscurissimi e quando ci servirebbe memoria storica non la troviamo. Perché si è infragilita, perché si sta sbriciolando, e perché quei tempi oscuri riguardano le donne, da ogni punto di vista.
Ho pensato, in questi giorni a Mrs America,  una serie che racconta la battaglia di Phyllis Schlafly contro l’Equal Rights Amendment, nonché i mille rivoli del femminismo statunitense anni Settanta di Betty Friedan e Gloria Steinem. E rende a perfezione sia l’utopia sia le contraddizioni che col tempo si sono evidenziate: bell hooks, già negli anni Ottanta, rilevò che l’indagine della Mistica della femminilità di Friedan si rivolgeva alle donne bianche e benestanti, tagliando fuori tutte le altre. Di fatto, però, avere memoria del femminismo di quegli anni è vitale: non significa sposarne in pieno le tesi, ma capire, semmai, quanta strada c’è ancora da fare.
In questo settembre sono morte due donne che hanno percorso quella strada: Gloria Steinem ed Emma Bonino. E il modo in cui è stata accolta sui social la loro scomparsa è una piccola pagina di storia che ci dice due cose: intanto, la memoria degli anni Settanta è scomparsa, fagocitata da un manicheismo che azzera quanto è stato fatto per il diritto all’aborto, arrivando persino a distorcere la storia, e dimenticando la fatica che i movimenti femministi e, nel caso italiano, i radicali degli anni Settanta hanno fatto per far accettare ai partiti tradizionali di sinistra quelli che con un certo spregio si chiamano diritti civili. Oggi si imbrogliano le carte dicendo che è tutto merito del PCI, dimenticando o ignorando che il PCI è stato tirato per i capelli in quella battaglia.
Dunque, non sono stati solo i fondamentalisti cattolici ad esultare per la morte di Steinem e Bonino, bensì i purissimi e durissimi che hanno rimproverato loro, in ordine sparso, la vicinanza a Israele, il liberismo, il capitalismo. Non metto in dubbio le critiche. Metto in dubbio che quello che è stato fatto prima non conti: molti ammettono che all’epoca non erano nati, o erano piccoli, e Google dice che i radicali votarono no alla 194 (certo: ma basta vedere cosa ne è oggi della 194 per capirne i motivi), e sempre Google dice che la legge sul divorzio non si deve ai radicali perché non erano in Parlamento (certo: ma furono loro, con il socialista Loris Fortuna, a spingere per quella legge: rileggere le lettere dei separati su ABC, grazie). E’ come se delle persone contasse solo la parte di vita di cui siamo stati testimoni, insomma: il resto è roba passata, perché dovremmo parlare ancora di aborto?
Su questo conviene lasciare la parola ad Annie Ernaux in L’evento: “che la clandestinità in cui ho vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta. Tanto più che il paradosso di una legge giusta è quasi sempre quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo, con la scusa che «le cose sono cambiate”. E non sono neppure così cambiate. Non negli Stati Uniti, non in Polonia, e forse neanche da noi. Dunque, occorre constatare che i durissimi e purissimi di cui sopra, quasi tutti docenti universitari (maschi), che decostruiscono la vita di Bonino a loro vantaggio, sono assolutamente disinteressati al corpo delle donne e alla lunga battaglia che è stata condotta per rivendicare il diritto di scelta (del resto, come si diceva allora e si dice oggi, i diritti civili sono “un vizio borghese”).
Quel che intendo dire è che se la storia delle donne diventa ininfluente anche a sinistra, gli antagonisti che abbiamo davanti sono numerosi. Anche perché, da sinistra, scambiano Roberto Vannacci per la causa del disastro che incombe, mentre ne è semplicemente la conseguenza. Come è avvenuto e avviene negli Stati Uniti con il movimento MAGA, è la manosfera che genera i Vannacci, e anche quel suo professor Lorenzo Gasperini che ha steso il programma di Futuro Nazionale e che viene invitato a decine di talk show televisivi nonostante le sue simpatiche battute sul “viricidio”. Il machismo, la famiglia tradizionale, il rifiuto della parola femminicidio, l’odio per i femminismi che svantaggerebbero gli uomini e sovvertirebbero le tradizioni, preesistono a Vannacci, hanno serpeggiato per decenni anche a sinistra (magari con un poco di pudore in più), anche nel mondo letterario, dove alcuni esponenti oggi celebrati come interessanti giovani scrittori scrivevano sui loro blog che le femministe hanno la “bava alla bocca”.
E ci si chiede anche come sia possibile che si parli oggi di onda nera senza essersene mai accorti prima, ci si chiede cosa sia accaduto a chi scrive e chi prende parola pubblica e magari invita Ignazio La Russa alla manifestazione Il tempo delle donne.
Ci si chiede, soprattutto, come si organizza la rivolta. Mi piacerebbe avere una risposta netta. So però cosa si può fare con la scrittura. E lo so grazie a Ursula Le Guin, in una risposta che diede a Michael Cunningham e che tengo cara, e ho già citato qui a Inquiete. Questa:
Quando scrivo, mi diverto un mondo a sfidare tutte le convenzioni, danzando una piccola giga metanarrativa sulla tomba dello scrittore che- si-nasconde. Il “galateo dello scrittore” è un’espressione che mi piace molto. Mi fa pensare a quando misi piede per la prima volta, nel 1947, al Radcliff College. Con tono paterno, il preside del college informò noi ragazze che eravamo lì per imparare a vivere con grazia. Lo diceva a noi, una manciata di pazze intellettuali sgraziate, piene di passione, avide di tutto ciò che Harvard poteva darci: e avremmo dovuto star lì per imparare le buone maniere, comportarci da signore, apparecchiare la tavola con gusto, versare il tè? Ma per fortuna Harvard ci ha dato una formazione eccellente, preparando almeno alcune di noi a capire come e quando rovesciare il tavolo e la caraffa del tè. E per quali motivi.

 

 

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