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	Commenti a: LA PIRAMIDE	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		Di: Paolo1984		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo1984]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 16:33:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[So benissimo che la legge è a mio favore e me ne rallegro (ed è a favore anche del coniuge economicamente più debole e penso sia giusto così), ma i miei non vivranno per sempre e l&#039;indipendenza economica sarà per me (spero il più tardi possibile) una stringente necessità oltre che un diritto.
E poi ribadisco che mantenersi con il proprio lavoro mi pare una condizione generalmente preferibile al suo contrario (non posso usare il termine &quot;mantenuto/a&quot; ma non mi viene in mente altro) non foss&#039;altro che per orgoglio personale e rispetto di sè (ma non è solo questo).
Ciò detto, ognuno nella vita fa le sue scelte e ne è responsabile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>So benissimo che la legge è a mio favore e me ne rallegro (ed è a favore anche del coniuge economicamente più debole e penso sia giusto così), ma i miei non vivranno per sempre e l&#8217;indipendenza economica sarà per me (spero il più tardi possibile) una stringente necessità oltre che un diritto.<br />
E poi ribadisco che mantenersi con il proprio lavoro mi pare una condizione generalmente preferibile al suo contrario (non posso usare il termine &#8220;mantenuto/a&#8221; ma non mi viene in mente altro) non foss&#8217;altro che per orgoglio personale e rispetto di sè (ma non è solo questo).<br />
Ciò detto, ognuno nella vita fa le sue scelte e ne è responsabile.</p>
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		Di: vincent		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111485</link>

		<dc:creator><![CDATA[vincent]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 14:38:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Paolo1984: se non lavori perché studi dipendi economicamente dai tuoi, ma il diritto familiare e la Cassazione sono a tuo favore. Non avete proprio idea di cosa significa &quot;dipendenza&quot; e scrivete senza cognizione di causa. Siete fortunati perché usate la parola dipendenza appunto o la parola &quot;mantenuta/o! senza nessuna lacerazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo1984: se non lavori perché studi dipendi economicamente dai tuoi, ma il diritto familiare e la Cassazione sono a tuo favore. Non avete proprio idea di cosa significa &#8220;dipendenza&#8221; e scrivete senza cognizione di causa. Siete fortunati perché usate la parola dipendenza appunto o la parola &#8220;mantenuta/o! senza nessuna lacerazione.</p>
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		<title>
		Di: Paolo1984		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111484</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo1984]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 11:21:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[X frau Dinosauro: chi non lavora (e mi ci metto anch&#039;io) dipende economicamente dai genitori (nel mio caso) o dal coniuge ed è terribile specie se i due si separano, lei magari è in età avanzata non riesce a trovare un lavoro economicamente adeguato perchè ha sempre fatto la casalinga, l&#039;ex marito è incazzato perchè gli tocca mantenerla, insomma si viene a creare una tensione che l&#039;indipendenza economica femminile potrebbe evitare magari potrebbe crearne altre (ma se stai con un uomo intelligente lui sarà felice che lavori e ti mantieni da sola), ma insomma a me preme ribadire che è importantissimo potersi mantenersi col proprio lavoro.
e comunque ho già detto che il lavoro di cura della casa e dei figli andrebbe il più possibile condiviso fra i coniugi quini ben venga ridiscutere i ruoli all&#039;interno del nucleo familiare. Tanto è vero che io nei &quot;ruoli&quot; tradizionali della famiglia intesi come gabbie da cui non si deve uscire. non ci ho mai creduto. Anzi a dire il vero non credo troppo nemmeno nella famiglia come istituzione ma sarebbe un discorso troppo lungo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>X frau Dinosauro: chi non lavora (e mi ci metto anch&#8217;io) dipende economicamente dai genitori (nel mio caso) o dal coniuge ed è terribile specie se i due si separano, lei magari è in età avanzata non riesce a trovare un lavoro economicamente adeguato perchè ha sempre fatto la casalinga, l&#8217;ex marito è incazzato perchè gli tocca mantenerla, insomma si viene a creare una tensione che l&#8217;indipendenza economica femminile potrebbe evitare magari potrebbe crearne altre (ma se stai con un uomo intelligente lui sarà felice che lavori e ti mantieni da sola), ma insomma a me preme ribadire che è importantissimo potersi mantenersi col proprio lavoro.<br />
e comunque ho già detto che il lavoro di cura della casa e dei figli andrebbe il più possibile condiviso fra i coniugi quini ben venga ridiscutere i ruoli all&#8217;interno del nucleo familiare. Tanto è vero che io nei &#8220;ruoli&#8221; tradizionali della famiglia intesi come gabbie da cui non si deve uscire. non ci ho mai creduto. Anzi a dire il vero non credo troppo nemmeno nella famiglia come istituzione ma sarebbe un discorso troppo lungo.</p>
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		<title>
		Di: ilaria		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111483</link>

		<dc:creator><![CDATA[ilaria]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 10:42:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Devo rispondere anche a Barbara, anche se preferisco non scrivere solo a Barbara, perché non sono qui per contrappormi a nessuno. Soprattutto sono qui con dei testi, non come persona, anche se quei testi riflettono pensieri che partecipano a una discussione con tutta la correttezza etica possibile, e chiaramente anche con  tutti i limiti della soggettività che li esprime, in quel dato momento, in relazione al discorso nel quale sente di voler entrare. I nomi sono importanti, però, in quanto riflettono la responsabilità che ci si prende per le proprie parole, e i miei testi portano sempre lo stesso nome e solo quello, da una parte e dall’altra dello schermo.
Detto questo, non vorrei entrare nel personale, anche perché l’intento con cui ho cominciato a partecipare era semmai di ampliare la questione. Però è vero che non possiamo tralasciare le condizioni materiali e le esperienze personali. Tanto per chiarire da che punto parto io, sono una che ha reagito male alla lettura di testi che parlano di donne che si annoiano in ufficio, che preferirebbero fare la spesa e cucinare. Io non mi sono mai annoiata nel mio lavoro, semmai posso funzionare in un ruolo di cura solo se ho anche un lavoro, e mi preoccupano i femminismi (che ci sono) che rischiano di ridurre a un inno alla “casalinga” (lo metto apposta tra virgolette) la differenza. E quando cito le donne che devono scegliere tra lavoro e figli, penso anche al fatto terribile che poi spesso si hanno i figli e non ci sono i soldi, ma non c’è il lavoro né come possibilità in termini di tempo (non ci sono asili, il nido costa, magari non c’è una famiglia di supporto), né come posto di lavoro disponibile. Quando cito certi testi o sottolineo l’importanza di uscire dagli stereotipi non lo faccio con l’intenzione di portare avanti una crociata in favore di una categoria. Se la coperta è corta per tutti, insomma, l’idea è che forse dovremmo cominciare a tesserne una diversa, più ampia e più calda. Ma nel frattempo capisco benissimo le obiezioni di Barbara.
Non so se il testo che riporto risponde almeno in parte, lo spero. Mi piace proprio per l&#039;accenno finale a non dimenticare le condizioni materiali di ognuno/a di noi. Segnalo anche il link dell’articolo. Ce ne sono tanti, credo che la riflessione su questo argomento, nella sua accezione più ampia, sia al centro del dibattito femminista.
“L’aspetto che può risultare politicamente interessante e da approfondire, per il femminismo contemporaneo, mi pare essere il collegamento che può essere immaginato tra lavoro cognitivo desalarizzato e lavoro di cura oggi salarizzato attraverso il ricorso ad assistenti domiciliari e badanti. In un certo senso il lavoro domestico può cominciare a esistere davvero come oggetto di studio perché ha superato l’internità alla famiglia. Mentre, d’altro lato, andrebbe ridefinito complessivamente il concetto di lavoro, poiché la mobilitazione di empatia e affetto, la produzione di informazione e la trasmissione di esperienza, la mercificazione della cultura e del corpo non sono altro che il risultato richiesto dalla totalità del modo di produzione biocapitalistico contemporaneo.
La faccenda, certamente, non si esaurisce in una breve descrizione, anzi. Il collante fondamentale va ricercato sempre nelle condizioni materiali che ciascuno affronta. Assumere consapevolezza dei meccanismi che ci governano è un primo passo per imparare a mettere, come ha fatto Cappuccetto Rosso, delle pietre al posto nostro nella pancia del lupo.”
http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=8782:ti-chiedo-lanima-in-cambio-meno-diritti-una-vita-per-il-lavoro&#038;catid=34&#038;Itemid=54
Vorrei scrivere di più, e spero di riuscire a farlo, perché tanto è stato scritto che merita dialogo. Ma ora devo studiare, scrivere, preparare il pranzo, poi andare a prendere due dei miei tre figli, portarle a fare le loro attività pomeridiane, in modo che possano crescere colte, formate, e, spero, avere un lavoro e una famiglia, e contribuire a pagare le pensioni delle generazioni più anziane.  Sto cambiando lavoro, per questo studio e faccio tirocinio. Sto cercando di ritagliarmene uno che mi permetta di conciliare tante cose, nel frattempo il mio compagno “mantiene” la famiglia, senza farmi sentire (e senza che io mi senta) una mantenuta, perché non lo sono. Io farei lo stesso per lui. Credo che dobbiamo evitare il disprezzo per le scelte altrui, c’è molta sofferenza e difficoltà per tutti/e in questo momento. All’incontro milanese del gruppo Di Nuovo c’era anche Susanna Camusso, che si è espressa con chiarezza sulla necessità di proporre una organizzazione diversa del lavoro, come di avere una rappresentanza forte (50%, ha detto chiaramente) per dire la nostra, di donne, su che tipo di società vogliamo. E non sarà certo una visione unica, ma sarà diversa da quella in cui ci troviamo, almeno spero.
Vedo solo ora Diana e mi scuso con tutti/e se ignoro qualcosa. Il dibattito è interessante e importante, come lo sono i commenti, per me. Il problema di chi non trova lavoro è drammatico, a mio avviso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Devo rispondere anche a Barbara, anche se preferisco non scrivere solo a Barbara, perché non sono qui per contrappormi a nessuno. Soprattutto sono qui con dei testi, non come persona, anche se quei testi riflettono pensieri che partecipano a una discussione con tutta la correttezza etica possibile, e chiaramente anche con  tutti i limiti della soggettività che li esprime, in quel dato momento, in relazione al discorso nel quale sente di voler entrare. I nomi sono importanti, però, in quanto riflettono la responsabilità che ci si prende per le proprie parole, e i miei testi portano sempre lo stesso nome e solo quello, da una parte e dall’altra dello schermo.<br />
Detto questo, non vorrei entrare nel personale, anche perché l’intento con cui ho cominciato a partecipare era semmai di ampliare la questione. Però è vero che non possiamo tralasciare le condizioni materiali e le esperienze personali. Tanto per chiarire da che punto parto io, sono una che ha reagito male alla lettura di testi che parlano di donne che si annoiano in ufficio, che preferirebbero fare la spesa e cucinare. Io non mi sono mai annoiata nel mio lavoro, semmai posso funzionare in un ruolo di cura solo se ho anche un lavoro, e mi preoccupano i femminismi (che ci sono) che rischiano di ridurre a un inno alla “casalinga” (lo metto apposta tra virgolette) la differenza. E quando cito le donne che devono scegliere tra lavoro e figli, penso anche al fatto terribile che poi spesso si hanno i figli e non ci sono i soldi, ma non c’è il lavoro né come possibilità in termini di tempo (non ci sono asili, il nido costa, magari non c’è una famiglia di supporto), né come posto di lavoro disponibile. Quando cito certi testi o sottolineo l’importanza di uscire dagli stereotipi non lo faccio con l’intenzione di portare avanti una crociata in favore di una categoria. Se la coperta è corta per tutti, insomma, l’idea è che forse dovremmo cominciare a tesserne una diversa, più ampia e più calda. Ma nel frattempo capisco benissimo le obiezioni di Barbara.<br />
Non so se il testo che riporto risponde almeno in parte, lo spero. Mi piace proprio per l&#8217;accenno finale a non dimenticare le condizioni materiali di ognuno/a di noi. Segnalo anche il link dell’articolo. Ce ne sono tanti, credo che la riflessione su questo argomento, nella sua accezione più ampia, sia al centro del dibattito femminista.<br />
“L’aspetto che può risultare politicamente interessante e da approfondire, per il femminismo contemporaneo, mi pare essere il collegamento che può essere immaginato tra lavoro cognitivo desalarizzato e lavoro di cura oggi salarizzato attraverso il ricorso ad assistenti domiciliari e badanti. In un certo senso il lavoro domestico può cominciare a esistere davvero come oggetto di studio perché ha superato l’internità alla famiglia. Mentre, d’altro lato, andrebbe ridefinito complessivamente il concetto di lavoro, poiché la mobilitazione di empatia e affetto, la produzione di informazione e la trasmissione di esperienza, la mercificazione della cultura e del corpo non sono altro che il risultato richiesto dalla totalità del modo di produzione biocapitalistico contemporaneo.<br />
La faccenda, certamente, non si esaurisce in una breve descrizione, anzi. Il collante fondamentale va ricercato sempre nelle condizioni materiali che ciascuno affronta. Assumere consapevolezza dei meccanismi che ci governano è un primo passo per imparare a mettere, come ha fatto Cappuccetto Rosso, delle pietre al posto nostro nella pancia del lupo.”<br />
<a href="http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=8782:ti-chiedo-lanima-in-cambio-meno-diritti-una-vita-per-il-lavoro&#038;catid=34&#038;Itemid=54" rel="nofollow ugc">http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=8782:ti-chiedo-lanima-in-cambio-meno-diritti-una-vita-per-il-lavoro&#038;catid=34&#038;Itemid=54</a><br />
Vorrei scrivere di più, e spero di riuscire a farlo, perché tanto è stato scritto che merita dialogo. Ma ora devo studiare, scrivere, preparare il pranzo, poi andare a prendere due dei miei tre figli, portarle a fare le loro attività pomeridiane, in modo che possano crescere colte, formate, e, spero, avere un lavoro e una famiglia, e contribuire a pagare le pensioni delle generazioni più anziane.  Sto cambiando lavoro, per questo studio e faccio tirocinio. Sto cercando di ritagliarmene uno che mi permetta di conciliare tante cose, nel frattempo il mio compagno “mantiene” la famiglia, senza farmi sentire (e senza che io mi senta) una mantenuta, perché non lo sono. Io farei lo stesso per lui. Credo che dobbiamo evitare il disprezzo per le scelte altrui, c’è molta sofferenza e difficoltà per tutti/e in questo momento. All’incontro milanese del gruppo Di Nuovo c’era anche Susanna Camusso, che si è espressa con chiarezza sulla necessità di proporre una organizzazione diversa del lavoro, come di avere una rappresentanza forte (50%, ha detto chiaramente) per dire la nostra, di donne, su che tipo di società vogliamo. E non sarà certo una visione unica, ma sarà diversa da quella in cui ci troviamo, almeno spero.<br />
Vedo solo ora Diana e mi scuso con tutti/e se ignoro qualcosa. Il dibattito è interessante e importante, come lo sono i commenti, per me. Il problema di chi non trova lavoro è drammatico, a mio avviso.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: donatella		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111482</link>

		<dc:creator><![CDATA[donatella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 09:33:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Infatti, Barbara, le pensioni di reversibilità non possono bastare alle donne, per questo credo necessario un riconoscimento del lavoro di cura e non la sua continua e preoccupante rimozione.
Diana, non ti preoccupare, ho già detto cosa penso di eventuali equivoci quindi stiamo al tema. Credo che una risposta la puoi trovare anche nei post di Manuela quando parla della società perfetta. Che non abbiamo ma che dovremmo tentare di costruire e confrontarci ne è solo l&#039;inizio.
E comunque. Il lavoro di cura ha un valore di mercato che se viene svolto da una colf o una badante o altre/i, viene remunerato, mentre se viene svolto dai componenti di una famiglia no e ciò ha conseguenze materiali autoevidenti. Se in ragione del lavoro che io svolgo in casa, il mio partner può esserne sgravato e procacciare reddito, io col mio lavoro in casa, partecipo, anche se indirettamente, ma concretamente alla formazione di quel reddito. Davvero credo sia necessario uno sforzo per distinguere il lavoro che si fa in casa dalla connotazione di naturalità. Cosa c&#039;è di naturale nello svolgere compiti lavorativi? Perché non si riesce a capire che quel lavoro è fatto di milioni di gesti concreti e materiali, che quel tempo che si impiega è tempo a tutti gli effetti e che questa società si comporta male a considerarlo implicito ai doveri di mutualità? Che quei compiti vengono svolti perché c&#039;è qualcuno competente a farli? E perché solo alle donne viene riconosciuta e solo in apparenza, quella competenza mai tradotta in valore economico?
Spero di averti risposto, Diana. E qui si aprirebbero altri interrogativi sulle ragioni per cui il lavoro svalutato è esattamente quello che viene svolto dal soggetto più socialmente svalutato in un intreccio che in Italia sembra non avere fine, mentre in altri paesi è stato egregiamente risolto e da tempo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Infatti, Barbara, le pensioni di reversibilità non possono bastare alle donne, per questo credo necessario un riconoscimento del lavoro di cura e non la sua continua e preoccupante rimozione.<br />
Diana, non ti preoccupare, ho già detto cosa penso di eventuali equivoci quindi stiamo al tema. Credo che una risposta la puoi trovare anche nei post di Manuela quando parla della società perfetta. Che non abbiamo ma che dovremmo tentare di costruire e confrontarci ne è solo l&#8217;inizio.<br />
E comunque. Il lavoro di cura ha un valore di mercato che se viene svolto da una colf o una badante o altre/i, viene remunerato, mentre se viene svolto dai componenti di una famiglia no e ciò ha conseguenze materiali autoevidenti. Se in ragione del lavoro che io svolgo in casa, il mio partner può esserne sgravato e procacciare reddito, io col mio lavoro in casa, partecipo, anche se indirettamente, ma concretamente alla formazione di quel reddito. Davvero credo sia necessario uno sforzo per distinguere il lavoro che si fa in casa dalla connotazione di naturalità. Cosa c&#8217;è di naturale nello svolgere compiti lavorativi? Perché non si riesce a capire che quel lavoro è fatto di milioni di gesti concreti e materiali, che quel tempo che si impiega è tempo a tutti gli effetti e che questa società si comporta male a considerarlo implicito ai doveri di mutualità? Che quei compiti vengono svolti perché c&#8217;è qualcuno competente a farli? E perché solo alle donne viene riconosciuta e solo in apparenza, quella competenza mai tradotta in valore economico?<br />
Spero di averti risposto, Diana. E qui si aprirebbero altri interrogativi sulle ragioni per cui il lavoro svalutato è esattamente quello che viene svolto dal soggetto più socialmente svalutato in un intreccio che in Italia sembra non avere fine, mentre in altri paesi è stato egregiamente risolto e da tempo.</p>
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		<title>
		Di: barbara		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111481</link>

		<dc:creator><![CDATA[barbara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 09:11:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Intanto scuse a tutti per i nomi sbagliati -) La pensione di reversibilità è calcolata in base ai contributi versati dal coniuge defunto e non al contributo che ha dato il sopravvissuto all&#039;economia familiare. Mi piacerebbe - e dipende dalla gentilissima e paziente padrona di casa - vedere se il dibattito è abbastanza interessante da essere approfondito. Per quanto mi riguarda mi fermo qui. Grazie per le informazioni che non avrei avuto senza questa discussione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intanto scuse a tutti per i nomi sbagliati -) La pensione di reversibilità è calcolata in base ai contributi versati dal coniuge defunto e non al contributo che ha dato il sopravvissuto all&#8217;economia familiare. Mi piacerebbe &#8211; e dipende dalla gentilissima e paziente padrona di casa &#8211; vedere se il dibattito è abbastanza interessante da essere approfondito. Per quanto mi riguarda mi fermo qui. Grazie per le informazioni che non avrei avuto senza questa discussione.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: diana		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111480</link>

		<dc:creator><![CDATA[diana]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 08:39:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@donatella. Cosa intendi per &quot;riconoscimento economico&quot;, esattamente? (lo chiedo senza alcuna polemica, solo per capire come dovrebbe tradursi in pratica) Non so quanto sia corretto dire che è il lavoro delal donna in casa che rende possibile la produzione di reddito del marito: se entrambi i coniugi scegliessero di lavorare e condividere  - nel possibile - i compiti di cura, magari delegandone una parte a una persona pagata, entrambi diventerebbero produttori di reddito. Naturalmente, ci sono casi in cui nessuno dei due può produrre reddito perché nessuno dei due trova lavoro. Ma lì entrano in campo altri fattori e problemi, ceh esulano dal discorso che stiamo facendo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@donatella. Cosa intendi per &#8220;riconoscimento economico&#8221;, esattamente? (lo chiedo senza alcuna polemica, solo per capire come dovrebbe tradursi in pratica) Non so quanto sia corretto dire che è il lavoro delal donna in casa che rende possibile la produzione di reddito del marito: se entrambi i coniugi scegliessero di lavorare e condividere  &#8211; nel possibile &#8211; i compiti di cura, magari delegandone una parte a una persona pagata, entrambi diventerebbero produttori di reddito. Naturalmente, ci sono casi in cui nessuno dei due può produrre reddito perché nessuno dei due trova lavoro. Ma lì entrano in campo altri fattori e problemi, ceh esulano dal discorso che stiamo facendo.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: donatella		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111479</link>

		<dc:creator><![CDATA[donatella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 07:47:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vedo che con i nomi si fa confusione, Barbara, per cui sarà meglio esprimersi senza dare troppa importanza anche ai toni, già che ci siamo. Del resto non credo che l&#039;obiettivo principale di un blog sia quello di creare dinamiche tra i partecipanti, anche se succede, ma non lo ritengo importante tanto quanto sviluppare i temi. Dispiace, è ovvio, sentirsi fraintesi ma si può superare.
Quando si parla di violenza economica contro le donne, in genere, ci si riferisce alla sottrazione di beni e denaro già posseduti dalle donne stesse perché accumulati tramite il lavoro retribuito o per eredità. Non si considera il patrimonio economico che le donne che lavorano esclusivamente in casa contribuiscono a determinare attraverso la possibilità, per chi si reca fuori di casa a lavorare, di produrre reddito. Ciò corrisponde raramente al riconoscimento economico di tale lavoro anche in seno ad un contesto familiare ed è anche questo a fare sì che, nel caso di scioglimento del nucleo, le donne si ritrovano redditi insufficienti, se non mortificanti come le pensioni di reversibilità e simili (pochi!). Sto dicendo che non si riesce a svincolare la produzione di reddito (che infatti viene qui insistemente chiamato profitto, non a caso!)dal lavoro che effettivamente viene svolto dai componenti di una famiglia perché si considera degno del nome lavoro solo quello che produce direttamente denaro. Il lavoro femminile in casa produce denaro, in molti modi, produce economia. Anche una figlia o un figlio che svolge compiti di cura produce economia e non solo perché consente, ad esempio, di non ricorrere ad altri aiuti, ma perché partecipa produttivimente all&#039;andamento familiare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vedo che con i nomi si fa confusione, Barbara, per cui sarà meglio esprimersi senza dare troppa importanza anche ai toni, già che ci siamo. Del resto non credo che l&#8217;obiettivo principale di un blog sia quello di creare dinamiche tra i partecipanti, anche se succede, ma non lo ritengo importante tanto quanto sviluppare i temi. Dispiace, è ovvio, sentirsi fraintesi ma si può superare.<br />
Quando si parla di violenza economica contro le donne, in genere, ci si riferisce alla sottrazione di beni e denaro già posseduti dalle donne stesse perché accumulati tramite il lavoro retribuito o per eredità. Non si considera il patrimonio economico che le donne che lavorano esclusivamente in casa contribuiscono a determinare attraverso la possibilità, per chi si reca fuori di casa a lavorare, di produrre reddito. Ciò corrisponde raramente al riconoscimento economico di tale lavoro anche in seno ad un contesto familiare ed è anche questo a fare sì che, nel caso di scioglimento del nucleo, le donne si ritrovano redditi insufficienti, se non mortificanti come le pensioni di reversibilità e simili (pochi!). Sto dicendo che non si riesce a svincolare la produzione di reddito (che infatti viene qui insistemente chiamato profitto, non a caso!)dal lavoro che effettivamente viene svolto dai componenti di una famiglia perché si considera degno del nome lavoro solo quello che produce direttamente denaro. Il lavoro femminile in casa produce denaro, in molti modi, produce economia. Anche una figlia o un figlio che svolge compiti di cura produce economia e non solo perché consente, ad esempio, di non ricorrere ad altri aiuti, ma perché partecipa produttivimente all&#8217;andamento familiare.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Frau Dinosauro		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111478</link>

		<dc:creator><![CDATA[Frau Dinosauro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 07:21:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/?p=3989#comment-111478</guid>

					<description><![CDATA[@ Barbara (purtroppo molto in fretta). Io credo che, idealmente, il sostegno migliore sia quello che, riconoscendo il valore sociale della &quot;cura&quot;, consente alle donne e agli uomini una certa libertà di scegliere - se lavorare o restare a casa a occuparsi dei figli (piccoli), e per quanto tempo farlo. Anch&#039;io personalmente non penso sia sano né desiderabile passare la vita a occuparsi di faccende domestiche e figli (alla lunga non lo è né per noi né per loro), ma so che non tutti i genitori, anche avendone la possibilità (asili nido ecc.), sono felici di lasciare i figli di pochi mesi per molte ore al giorno, cosa che spesso il lavoro fuori casa impone (se non per legge, almeno per necessità di carriera).
Secondo: è vero che &quot;la donna che sta in casa a badare i figli e alla casa è un’invenzione abbastanza recente&quot;, ma non perché in tempi passati se ne occupassero di più gli uomini, o perché nel Settecento francese esistesse una fitta rete di asili nido. Semplicemente, le strutture familiari e abitative e le modalità di lavoro erano molto diverse e consentivano generalmente una cura più diffusa, affidata a più fratelli, parenti e vicini (qualcuno qui ne ha già parlato). Oppure esisteva già il modello della madre colta e benestante che affidava i figli a un&#039;altra donna (con meno possibilità di sviluppo individuale e culturale, ovviamente).
Terzo e ultimo: è vero che la cultura spesso si deve &quot;comprare&quot;, ma non sempre e non esclusivamente. Esistono le biblioteche (per quanto disastrate come sappiamo), esiste la condivisione, esistono e si dovrebbero creare sempre più punti di incontro e di scambio di idee. (O magari, si può pensare di comprarsi un libro di seconda mano risparmiando sulla tintoria?)
Un&#039;ultima cosa: non sono Ilaria... ciao, scusa ancora la fretta!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Barbara (purtroppo molto in fretta). Io credo che, idealmente, il sostegno migliore sia quello che, riconoscendo il valore sociale della &#8220;cura&#8221;, consente alle donne e agli uomini una certa libertà di scegliere &#8211; se lavorare o restare a casa a occuparsi dei figli (piccoli), e per quanto tempo farlo. Anch&#8217;io personalmente non penso sia sano né desiderabile passare la vita a occuparsi di faccende domestiche e figli (alla lunga non lo è né per noi né per loro), ma so che non tutti i genitori, anche avendone la possibilità (asili nido ecc.), sono felici di lasciare i figli di pochi mesi per molte ore al giorno, cosa che spesso il lavoro fuori casa impone (se non per legge, almeno per necessità di carriera).<br />
Secondo: è vero che &#8220;la donna che sta in casa a badare i figli e alla casa è un’invenzione abbastanza recente&#8221;, ma non perché in tempi passati se ne occupassero di più gli uomini, o perché nel Settecento francese esistesse una fitta rete di asili nido. Semplicemente, le strutture familiari e abitative e le modalità di lavoro erano molto diverse e consentivano generalmente una cura più diffusa, affidata a più fratelli, parenti e vicini (qualcuno qui ne ha già parlato). Oppure esisteva già il modello della madre colta e benestante che affidava i figli a un&#8217;altra donna (con meno possibilità di sviluppo individuale e culturale, ovviamente).<br />
Terzo e ultimo: è vero che la cultura spesso si deve &#8220;comprare&#8221;, ma non sempre e non esclusivamente. Esistono le biblioteche (per quanto disastrate come sappiamo), esiste la condivisione, esistono e si dovrebbero creare sempre più punti di incontro e di scambio di idee. (O magari, si può pensare di comprarsi un libro di seconda mano risparmiando sulla tintoria?)<br />
Un&#8217;ultima cosa: non sono Ilaria&#8230; ciao, scusa ancora la fretta!</p>
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		Di: barbara		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-piramide/comment-page-2/#comment-111477</link>

		<dc:creator><![CDATA[barbara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 05:27:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scusate mi è partito l&#039;invio troppo presto. A titolo personale non valuto le persone per il reddito che producono o per il mestiere che fanno. Tuttavia il denaro non è che ti qualifica socialmente, ti permette di svolgere le attività di cui parla Ilaria. Il cinema non è gratis, non lo sono i libri e dischi. Il collegamento alla rete ha un costo così come il telefono. Ora questi bene materiali o immateriali o sei in grado di pagarteli con il tuo stipendio o con quello del tuo partner o della tua famiglia di origine. Al momento terze vie non ce ne sono.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scusate mi è partito l&#8217;invio troppo presto. A titolo personale non valuto le persone per il reddito che producono o per il mestiere che fanno. Tuttavia il denaro non è che ti qualifica socialmente, ti permette di svolgere le attività di cui parla Ilaria. Il cinema non è gratis, non lo sono i libri e dischi. Il collegamento alla rete ha un costo così come il telefono. Ora questi bene materiali o immateriali o sei in grado di pagarteli con il tuo stipendio o con quello del tuo partner o della tua famiglia di origine. Al momento terze vie non ce ne sono.</p>
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