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	Commenti a: LA RAGIONE ECOLOGICA, LA DEMOCRAZIA, ALTRI IMMAGINARI: FRAMMENTI DI UN DISCORSO DI ALEX LANGER	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
	<lastBuildDate>Sat, 05 May 2018 09:52:01 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Pietro Del Zanna		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-ragione-ecologica-la-democrazia-altri-immaginari-frammenti-di-un-discorso-di-alex-langer/comment-page-1/#comment-141013</link>

		<dc:creator><![CDATA[Pietro Del Zanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 May 2018 09:52:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Maurizio, ho letto tutto con attenzione, non fosse altro per solidarietà. Ho scritto una lunga lettera a Langer (che puoi trovare nei commenti a questo post di Loredana sulla pagina FB), ai primi di marzo che, pensavo, potesse suscitare un po&#039; di dibattito. Niente di niente. Qualche apprezzamento da qualche amico e poco più. In quella lettera credo anche di rispondere in parte a qualche tua domanda. O meglio, Langer rispondeva alla tua domanda sul perché dell&#039;atteggiamento che ci porta a chiudere gli occhi. Non è che le persone non credono al riscaldamento globale, è che il problema è talmente immenso che rischia di portarti alla paralisi. Allora ciascuno si attrezza privatamente per sopravvivere. C&#039;è bisogno di una conversione ecologica, ma questa non può basarsi sul catastrofismo, deve essere desiderabile. Per il resto, sempre in quella lettera cerco di evidenziare (forse dovevo farlo di più, ma se uno ha la pazienza di aprire i link delle note si capisce bene) che c&#039;è un intero mondo che si sta muovendo in questa direzione, e non si tratta solo di scelte individuali, ma di movimenti collettivi, amministrazioni comunali, aziende innovative nel campo del risparmio e energetico ed energie rinnovabili. Rimane il fatto che stiamo parlando tra noi. Cari saluti e a tempi migliori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Maurizio, ho letto tutto con attenzione, non fosse altro per solidarietà. Ho scritto una lunga lettera a Langer (che puoi trovare nei commenti a questo post di Loredana sulla pagina FB), ai primi di marzo che, pensavo, potesse suscitare un po&#8217; di dibattito. Niente di niente. Qualche apprezzamento da qualche amico e poco più. In quella lettera credo anche di rispondere in parte a qualche tua domanda. O meglio, Langer rispondeva alla tua domanda sul perché dell&#8217;atteggiamento che ci porta a chiudere gli occhi. Non è che le persone non credono al riscaldamento globale, è che il problema è talmente immenso che rischia di portarti alla paralisi. Allora ciascuno si attrezza privatamente per sopravvivere. C&#8217;è bisogno di una conversione ecologica, ma questa non può basarsi sul catastrofismo, deve essere desiderabile. Per il resto, sempre in quella lettera cerco di evidenziare (forse dovevo farlo di più, ma se uno ha la pazienza di aprire i link delle note si capisce bene) che c&#8217;è un intero mondo che si sta muovendo in questa direzione, e non si tratta solo di scelte individuali, ma di movimenti collettivi, amministrazioni comunali, aziende innovative nel campo del risparmio e energetico ed energie rinnovabili. Rimane il fatto che stiamo parlando tra noi. Cari saluti e a tempi migliori.</p>
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		Di: lalipperini		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-ragione-ecologica-la-democrazia-altri-immaginari-frammenti-di-un-discorso-di-alex-langer/comment-page-1/#comment-141012</link>

		<dc:creator><![CDATA[lalipperini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 May 2018 19:44:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.lipperatura.it/la-ragione-ecologica-la-democrazia-altri-immaginari-frammenti-di-un-discorso-di-alex-langer/comment-page-1/#comment-141011&quot;&gt;Maurizio&lt;/a&gt;.

Maurizio, grazie. Tu poni questioni importantissime, e io mi chiedo, davvero, da dove si possa ricominciare a discutere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.lipperatura.it/la-ragione-ecologica-la-democrazia-altri-immaginari-frammenti-di-un-discorso-di-alex-langer/comment-page-1/#comment-141011">Maurizio</a>.</p>
<p>Maurizio, grazie. Tu poni questioni importantissime, e io mi chiedo, davvero, da dove si possa ricominciare a discutere.</p>
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		Di: Maurizio		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/la-ragione-ecologica-la-democrazia-altri-immaginari-frammenti-di-un-discorso-di-alex-langer/comment-page-1/#comment-141011</link>

		<dc:creator><![CDATA[Maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 May 2018 16:06:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Temevo che questo tema avrebbe attratto pochi commenti, ma non credevo così pochi. Il che è sconsolante: l’ambientalismo, a quanto pare, non scalda più i cuori. Come se fosse un orpello che si può dismettere quando passa di moda, e non un attitudine necessaria per un corretto stare al mondo. O meglio: per poter continuare a starci, al mondo, perché non è una fake news che di questo passo ci estingueremo in meno tempo di quanto ne abbiamo impiegato a costruire una civiltà tecnologica. Ma questa è una cosa alla quale la maggior parte della gente non crede, nemmeno a sinistra. Nonostante le evidenze scientifiche sempre più numerose. Diciamocelo chiaramente, avremo già fatto un passo avanti verso la diagnosi. Per cui, volendo riprendere i punti sintetici che ho provato a mettere giù stamattina sotto la tua bacheca FB, Loredana, cambierei l’ordine e comincerei proprio da qui:
-	la sfiducia nella scienza e, più in generale, l’anti intellettualismo. E’ un male antico, molto più di quanto si creda di solito. “Non è lontano il tempo in cui la gente si troverà costretta a prendere l’università in mano e a rimetterla al suo posto. Avrebbe dovuto essere un’istituzione sotto il controllo dello Stato, a beneficio dei giovani dello Stato; ma ha acquisito le arie di un dittatore aristocratico, indipendente dalla gente, sopra la gente, con l’aspirazione a governare sulla gente”. Non è Salvini che parla: è un politico del Kansas di metà Ottocento (la fonte: “I due volti del diritto: Elite e uomo comune nel costituzionalismo americano”, Di Lucia Corso). Il problema, ancora una volta, sembra essere la capacità di risonanza che queste dottrine hanno trovato nella connessione globale prodotta dalla Rete, oltre che la potenzialità distruttiva che possono esercitare se, anziché essere applicate a comunità poco dense e poco numerose, sono applicate a un mondo sovraffollato in cui la tecnologia ha generato rischi enormemente superiori a quelli delle macchine a vapore. Paradossalmente, oggi al riscaldamento globale crede probabilmente meno gente di ieri, anche se le prove sono ormai schiaccianti. Il fatto è che è così comodo non crederci, e sono così spocchiosi questi professori che pretendono di dirmi come mi devo comportare anche nel tinello di casa… Ovviamente io non ho soluzioni, non saprei dire in che misura questo fenomeno sia una reazione a un presunto atteggiamento sprezzante di molti intellettuali e in che misura sia invece amplificato e abilmente sfruttato da politici che hanno interesse  a privare la società dei filtri che potrebbero depotenziare la virulenza dei loro messaggi. Quello che so è soltanto che agli esperti va restituita la loro autorevolezza, in tutti gli ambiti. E quindi anche ai climatologi, agli urbanisti, agli esperti forestali, agli zoologi, ai biologi e via discorrendo. Questo è un punto di partenza necessario e imprescindibile: come pretendiamo di risolvere un problema, se non crediamo neppure a chi ne fa la diagnosi?
-	la necessità di un pensiero capace di indicare un nuovo mainstream che rimetta al suo posto il concetto (centrale) che l&#039;individuo è membro di una comunità, in cui trova sia la sua potenzialità che il suo limite. Questo punto mi sta particolarmente a cuore. Trent’anni di liber(al)ismo economico, da Reagan e Thatcher in poi, hanno cablato (penso che sia il termine appropriato) nella testa della gente l’idea thatcheriana che “non esiste la società, esistono soltanto individui e famiglie”, e che di conseguenza il benessere collettivo sia niente più che la somma del benessere dei singoli. Questa è un’idea perniciosa, che ha reso le persone del tutto incapaci di dare un valore a ciò che abbiamo in comune, all’idea stessa di comunità. Non serve notare, come spesso fanno tanti, che l’altruismo non è morto, che basta guardare all’estensione del volontariato per rendersene conto, perché non è di altruismo che si sta parlando qui; il volontariato può benissimo esistere su base individuale, come aiuto ai singoli, senza che ci sia dietro alcuna idea di comunità; la comunità è una cosa diversa, è il sentirsi parte di un tutto che va oltre quello che siamo come individui, è la coscienza che il rispetto di certi limiti e certe regole necessarie al vivere comune si traduce in un maggior beneficio per tutti in termini di protezione, rapporti umani, possibilità di realizzare progetti collettivi, ma anche individuali. Questo, a mia memoria, c’era nel mondo di ieri molto più di quanto non ci sia in quello di oggi. Se ci fosse nella stessa misura sarebbe molto più facile, oggi, parlare dell’ambiente come di un bene comune, da rispettare e amare in prospettiva etica oltre che utilitaristica e pragmatica; perché c’è sempre un’etica, alla base di una comunità. E questo ci porta dritti a un altro punto, forse meno evidente, ma fondamentale.
-	Il significato dei beni collettivi e il cosiddetto &quot;altro modo di possedere&quot;, che è quello dei demani civici. Noi siamo abituati, fondamentalmente, a  due forme di proprietà: quella privata e quella pubblica. Sono diverse, ma c’è sempre un soggetto che possiede, definito come persona fisica o giuridica: un essere umano nel primo caso (o una società), un ente pubblico (Stato, Comune, Regione, ecc.) nel secondo. Eppure – e Elinor Ostrom ci ha vinto un Nobel nel 2010 su questo concetto – esiste un modo di possedere molto più antico, che è quello della proprietà collettiva. Fino a qualche decennio fa era una forma di possesso di cui, soprattutto nei piccoli centri, c’era coscienza precisa e diffusa: il bosco del demanio civico, per esempio, non era del Comune ma era “di tutti”, della comunità, che ne faceva uso (diritto di legnatico, raccolta di funghi e di erbe, ecc.) e aveva quindi tutto l’interesse a manutenerlo eseguendo i tagli a regola d’arte, pulendo il sottobosco. Lo stesso per i pascoli e molti altri beni collettivi. Questo modo di possedere, disciplinato dalla normativa sugli usi civici (si vedano, in proposito, le opere del Presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Grossi), era in perfetta armonia con il territorio e con la natura. Oggi, essendo cambiato il paradigma economico, è stato presto dimenticato e quegli stessi beni comuni sono spesso oggetto di attacco speculativo da parte dei figli e dei nipoti di quegli stessi contadini che a suo tempo li preservavano, nonostante la disciplina sugli usi civici sia tuttora in vigore. Chiaro che non è possibile ripristinare un’economia tramontata, e non sarebbe neppure desiderabile; ma un parco urbano, per esempio, non potrebbe essere concepito proprio a partire da questo concetto, mettendolo in mano a una comunità che lo senta suo e ne faccia il centro di un’azione comune? Sarebbe solo un primo, timido passo, ma nella direzione giusta.
-	La capacità (ma direi soprattutto la voglia) di praticare un ambientalismo che non si ponga in contrapposizione spocchiosa con le esigenze delle comunità locali, ma sappia farsi carico di un confronto anche duro (le comunità locali, lo dice anche Langer, non hanno sempre ragione), ma sempre rispettoso (discorso complesso, questo, e in fondo identico a quello che andrebbe fatto a sinistra per ristabilire un dialogo con gli elettori leghisti e 5s). Su questo, probabilmente, ci sono persone molto più qualificate di me a dire qualcosa di utile. A cominciare proprio da te, Loredana. Io semmai potrei aggiungerci molta, ma molta esperienza personale, ricca di passione e di una montagna di errori. Ma per oggi penso che possa bastare, dubito che qualcuno avrà voglia di leggersi questo commentone fino in fondo; meno che mai di dire la sua, temo :-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Temevo che questo tema avrebbe attratto pochi commenti, ma non credevo così pochi. Il che è sconsolante: l’ambientalismo, a quanto pare, non scalda più i cuori. Come se fosse un orpello che si può dismettere quando passa di moda, e non un attitudine necessaria per un corretto stare al mondo. O meglio: per poter continuare a starci, al mondo, perché non è una fake news che di questo passo ci estingueremo in meno tempo di quanto ne abbiamo impiegato a costruire una civiltà tecnologica. Ma questa è una cosa alla quale la maggior parte della gente non crede, nemmeno a sinistra. Nonostante le evidenze scientifiche sempre più numerose. Diciamocelo chiaramente, avremo già fatto un passo avanti verso la diagnosi. Per cui, volendo riprendere i punti sintetici che ho provato a mettere giù stamattina sotto la tua bacheca FB, Loredana, cambierei l’ordine e comincerei proprio da qui:<br />
&#8211;	la sfiducia nella scienza e, più in generale, l’anti intellettualismo. E’ un male antico, molto più di quanto si creda di solito. “Non è lontano il tempo in cui la gente si troverà costretta a prendere l’università in mano e a rimetterla al suo posto. Avrebbe dovuto essere un’istituzione sotto il controllo dello Stato, a beneficio dei giovani dello Stato; ma ha acquisito le arie di un dittatore aristocratico, indipendente dalla gente, sopra la gente, con l’aspirazione a governare sulla gente”. Non è Salvini che parla: è un politico del Kansas di metà Ottocento (la fonte: “I due volti del diritto: Elite e uomo comune nel costituzionalismo americano”, Di Lucia Corso). Il problema, ancora una volta, sembra essere la capacità di risonanza che queste dottrine hanno trovato nella connessione globale prodotta dalla Rete, oltre che la potenzialità distruttiva che possono esercitare se, anziché essere applicate a comunità poco dense e poco numerose, sono applicate a un mondo sovraffollato in cui la tecnologia ha generato rischi enormemente superiori a quelli delle macchine a vapore. Paradossalmente, oggi al riscaldamento globale crede probabilmente meno gente di ieri, anche se le prove sono ormai schiaccianti. Il fatto è che è così comodo non crederci, e sono così spocchiosi questi professori che pretendono di dirmi come mi devo comportare anche nel tinello di casa… Ovviamente io non ho soluzioni, non saprei dire in che misura questo fenomeno sia una reazione a un presunto atteggiamento sprezzante di molti intellettuali e in che misura sia invece amplificato e abilmente sfruttato da politici che hanno interesse  a privare la società dei filtri che potrebbero depotenziare la virulenza dei loro messaggi. Quello che so è soltanto che agli esperti va restituita la loro autorevolezza, in tutti gli ambiti. E quindi anche ai climatologi, agli urbanisti, agli esperti forestali, agli zoologi, ai biologi e via discorrendo. Questo è un punto di partenza necessario e imprescindibile: come pretendiamo di risolvere un problema, se non crediamo neppure a chi ne fa la diagnosi?<br />
&#8211;	la necessità di un pensiero capace di indicare un nuovo mainstream che rimetta al suo posto il concetto (centrale) che l&#8217;individuo è membro di una comunità, in cui trova sia la sua potenzialità che il suo limite. Questo punto mi sta particolarmente a cuore. Trent’anni di liber(al)ismo economico, da Reagan e Thatcher in poi, hanno cablato (penso che sia il termine appropriato) nella testa della gente l’idea thatcheriana che “non esiste la società, esistono soltanto individui e famiglie”, e che di conseguenza il benessere collettivo sia niente più che la somma del benessere dei singoli. Questa è un’idea perniciosa, che ha reso le persone del tutto incapaci di dare un valore a ciò che abbiamo in comune, all’idea stessa di comunità. Non serve notare, come spesso fanno tanti, che l’altruismo non è morto, che basta guardare all’estensione del volontariato per rendersene conto, perché non è di altruismo che si sta parlando qui; il volontariato può benissimo esistere su base individuale, come aiuto ai singoli, senza che ci sia dietro alcuna idea di comunità; la comunità è una cosa diversa, è il sentirsi parte di un tutto che va oltre quello che siamo come individui, è la coscienza che il rispetto di certi limiti e certe regole necessarie al vivere comune si traduce in un maggior beneficio per tutti in termini di protezione, rapporti umani, possibilità di realizzare progetti collettivi, ma anche individuali. Questo, a mia memoria, c’era nel mondo di ieri molto più di quanto non ci sia in quello di oggi. Se ci fosse nella stessa misura sarebbe molto più facile, oggi, parlare dell’ambiente come di un bene comune, da rispettare e amare in prospettiva etica oltre che utilitaristica e pragmatica; perché c’è sempre un’etica, alla base di una comunità. E questo ci porta dritti a un altro punto, forse meno evidente, ma fondamentale.<br />
&#8211;	Il significato dei beni collettivi e il cosiddetto &#8220;altro modo di possedere&#8221;, che è quello dei demani civici. Noi siamo abituati, fondamentalmente, a  due forme di proprietà: quella privata e quella pubblica. Sono diverse, ma c’è sempre un soggetto che possiede, definito come persona fisica o giuridica: un essere umano nel primo caso (o una società), un ente pubblico (Stato, Comune, Regione, ecc.) nel secondo. Eppure – e Elinor Ostrom ci ha vinto un Nobel nel 2010 su questo concetto – esiste un modo di possedere molto più antico, che è quello della proprietà collettiva. Fino a qualche decennio fa era una forma di possesso di cui, soprattutto nei piccoli centri, c’era coscienza precisa e diffusa: il bosco del demanio civico, per esempio, non era del Comune ma era “di tutti”, della comunità, che ne faceva uso (diritto di legnatico, raccolta di funghi e di erbe, ecc.) e aveva quindi tutto l’interesse a manutenerlo eseguendo i tagli a regola d’arte, pulendo il sottobosco. Lo stesso per i pascoli e molti altri beni collettivi. Questo modo di possedere, disciplinato dalla normativa sugli usi civici (si vedano, in proposito, le opere del Presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Grossi), era in perfetta armonia con il territorio e con la natura. Oggi, essendo cambiato il paradigma economico, è stato presto dimenticato e quegli stessi beni comuni sono spesso oggetto di attacco speculativo da parte dei figli e dei nipoti di quegli stessi contadini che a suo tempo li preservavano, nonostante la disciplina sugli usi civici sia tuttora in vigore. Chiaro che non è possibile ripristinare un’economia tramontata, e non sarebbe neppure desiderabile; ma un parco urbano, per esempio, non potrebbe essere concepito proprio a partire da questo concetto, mettendolo in mano a una comunità che lo senta suo e ne faccia il centro di un’azione comune? Sarebbe solo un primo, timido passo, ma nella direzione giusta.<br />
&#8211;	La capacità (ma direi soprattutto la voglia) di praticare un ambientalismo che non si ponga in contrapposizione spocchiosa con le esigenze delle comunità locali, ma sappia farsi carico di un confronto anche duro (le comunità locali, lo dice anche Langer, non hanno sempre ragione), ma sempre rispettoso (discorso complesso, questo, e in fondo identico a quello che andrebbe fatto a sinistra per ristabilire un dialogo con gli elettori leghisti e 5s). Su questo, probabilmente, ci sono persone molto più qualificate di me a dire qualcosa di utile. A cominciare proprio da te, Loredana. Io semmai potrei aggiungerci molta, ma molta esperienza personale, ricca di passione e di una montagna di errori. Ma per oggi penso che possa bastare, dubito che qualcuno avrà voglia di leggersi questo commentone fino in fondo; meno che mai di dire la sua, temo 🙂</p>
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