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	Commenti a: L&#039;ARTE DELLA PERSUASIONE, IL TELEFONO SENZA FILI, LA GENTACCIA, I LETTORI	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		Di: nazzareno		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nazzareno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jul 2018 11:09:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«Dunque bisogna tacere? Ma neanche un po’. Bisogna parlare di più, ma pensandoci sopra mille e una volta. E, secondo me, non parlare in reazione, ma iniziando per primi il discorso.»
Condivido. Aggiungerei solo che, tante volte, anche non ascoltare, non far caso a tutto quello che si dice, può essere di aiuto. In concreto, se qualcuno ripete, quasi come un disco rotto, più o meno sempre gli stessi argomenti, e inasprendo sempre di più i toni, è pressoché inutile, se la si pensa diversamente, stare lì ogni volta a ribattere, a cercare di esprimere un’opinione contraria con discorsi più o meno ragionati. Peggio di tutto è rispondere volta per volta con battute, punzecchiamenti, prese in giro varie: questo non fa che ringalluzzire l’altra parte, che continuerà a martellare, perché a quel punto sa di avere toccato un nervo scoperto e raggiunto l’obiettivo che si era proposto, ovvero suscitare attenzione, fare rumore, mettere gli uni contro gli altri, misurare il livello di consensi. Se tante sparate verbali venissero invece raccolte con un’alzata di spalle, con uno sdegnoso silenzio, magari si depotenzierebbero da sé. Come dice un proverbio ascolano: un paio di orecchie sorde, sai quante campane fanno stancare.
Non dico quindi che non si dovrebbe rispondere e prendere ferma posizione di fronte a ciò che viene detto e che non condividiamo, ma per raggiungere l’obiettivo auspicato andrebbero misurati per bene i modi e anche i tempi. Prioritario, soprattutto, credo sia sottrarsi alla replica immediata, piccata, a suon di battute; prendersi il tempo di ragionare e di articolare discorsi non scontati, capaci di cambiare i termini del dibattito, e non subirlo semplicemente; in definitiva, direi, riscoprire il valore della lentezza (girando un po’ anche al largo dai social, magari).
Cito, riguardo alla “lentezza”, un passo di Sandro Onofri, da “Pianeta giovani”, contenuto in _Le magnifiche sorti. Racconti di viaggio (e da fermo)_ (Baldini&#038;Castoldi, Milano 1997, pp. 11-12): mi sembra centratissimo.
«Un tempo consideravo la lentezza come un difetto da eliminare, quasi una malattia da curare. Quando un professore diceva di qualche mio compagno, o anche di me in materie come calcolo algebrico o tecnica commerciale, che eravamo “lenti nell’apprendere”, provavo una specie di brivido d’impotenza, il segno di una condanna soprannaturale alla stupidità. Più tardi, quando sono diventato a mia volta un insegnante e ho potuto rispecchiare il mio nel processo di apprendimento di certi alunni, ho avuto motivo di rivalutare e riconsiderare anche la gravità dei miei ritardi di scolaro. Perché non c’è dubbio che la maggior parte degli alunni ritardatari, quando arrivano alla comprensione di un concetto o di un contenuto, lo fanno loro profondamente. E anzi, mi sono reso conto che il loro ritardo è causato proprio da un istintivo rifiuto di una forma superficiale di comprensione.
Ugualmente però mi è rimasto dentro qualcosa di incompiuto, che sentivo bisogno di chiarire. Non ho mancato di leggere tutto ciò che mi capitava fra le mani riguardo al “tardare” e al “trattenersi” come forma diversa di conoscenza; a cominciare dalle pagine sui giardini di Adone nel _Fedro_ di Platone, fino a _La scoperta della lentezza_ di Sten Nadolny e al _Saggio sulla stanchezza_ di Peter Handke. Eppure, anche dopo quelle letture, è rimasto ugualmente qualcosa di non chiarito e insieme di affascinante.
Sarà perché vengo da una famiglia di artigiani, ma sono stato educato a considerare le pause non semplicemente come una convenienza e un lusso, ma come una necessità. Un imperativo imposto da mio padre nel metodo di rilegatura dei libri è la pausa dopo ogni fase di lavorazione: “Interrompi, accenditi una sigaretta, fai quello che vuoi, ma fermati a guardare quello che hai fatto. Devi solo guardare. È il libro che ti dice quello che va e quello che non va. Se non ti fermi, non te ne accorgi”.
Tempo fa mi è capitato di leggere su “l’Unità” un’intervista a Mario Soldati riguardo alla carenza di sigarette causata da un prolungato sciopero dei lavoratori del Monopolio. Mario Soldati, fumatore incallito che fra un sigaro e l’altro è arrivato all’età di novant’anni alla faccia di tutti gli iettatori antifumo, diceva che il sigaro è per lui indispensabile per scrivere. Perché il sigaro inevitabilmente si spegne, ed è proprio in quella pausa in cui si cercano i cerini sul tavolo, nascosti magari sotto chissà quale pila di fogli, è in quella perdita di tempo che nasce l’idea. E di questo sono convinto anch’io. Gli stimoli nascono nei silenzi, nelle interruzioni, in quelle pause che la vita si prende fra un fatto e la sua continuazione.»]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Dunque bisogna tacere? Ma neanche un po’. Bisogna parlare di più, ma pensandoci sopra mille e una volta. E, secondo me, non parlare in reazione, ma iniziando per primi il discorso.»<br />
Condivido. Aggiungerei solo che, tante volte, anche non ascoltare, non far caso a tutto quello che si dice, può essere di aiuto. In concreto, se qualcuno ripete, quasi come un disco rotto, più o meno sempre gli stessi argomenti, e inasprendo sempre di più i toni, è pressoché inutile, se la si pensa diversamente, stare lì ogni volta a ribattere, a cercare di esprimere un’opinione contraria con discorsi più o meno ragionati. Peggio di tutto è rispondere volta per volta con battute, punzecchiamenti, prese in giro varie: questo non fa che ringalluzzire l’altra parte, che continuerà a martellare, perché a quel punto sa di avere toccato un nervo scoperto e raggiunto l’obiettivo che si era proposto, ovvero suscitare attenzione, fare rumore, mettere gli uni contro gli altri, misurare il livello di consensi. Se tante sparate verbali venissero invece raccolte con un’alzata di spalle, con uno sdegnoso silenzio, magari si depotenzierebbero da sé. Come dice un proverbio ascolano: un paio di orecchie sorde, sai quante campane fanno stancare.<br />
Non dico quindi che non si dovrebbe rispondere e prendere ferma posizione di fronte a ciò che viene detto e che non condividiamo, ma per raggiungere l’obiettivo auspicato andrebbero misurati per bene i modi e anche i tempi. Prioritario, soprattutto, credo sia sottrarsi alla replica immediata, piccata, a suon di battute; prendersi il tempo di ragionare e di articolare discorsi non scontati, capaci di cambiare i termini del dibattito, e non subirlo semplicemente; in definitiva, direi, riscoprire il valore della lentezza (girando un po’ anche al largo dai social, magari).<br />
Cito, riguardo alla “lentezza”, un passo di Sandro Onofri, da “Pianeta giovani”, contenuto in _Le magnifiche sorti. Racconti di viaggio (e da fermo)_ (Baldini&amp;Castoldi, Milano 1997, pp. 11-12): mi sembra centratissimo.<br />
«Un tempo consideravo la lentezza come un difetto da eliminare, quasi una malattia da curare. Quando un professore diceva di qualche mio compagno, o anche di me in materie come calcolo algebrico o tecnica commerciale, che eravamo “lenti nell’apprendere”, provavo una specie di brivido d’impotenza, il segno di una condanna soprannaturale alla stupidità. Più tardi, quando sono diventato a mia volta un insegnante e ho potuto rispecchiare il mio nel processo di apprendimento di certi alunni, ho avuto motivo di rivalutare e riconsiderare anche la gravità dei miei ritardi di scolaro. Perché non c’è dubbio che la maggior parte degli alunni ritardatari, quando arrivano alla comprensione di un concetto o di un contenuto, lo fanno loro profondamente. E anzi, mi sono reso conto che il loro ritardo è causato proprio da un istintivo rifiuto di una forma superficiale di comprensione.<br />
Ugualmente però mi è rimasto dentro qualcosa di incompiuto, che sentivo bisogno di chiarire. Non ho mancato di leggere tutto ciò che mi capitava fra le mani riguardo al “tardare” e al “trattenersi” come forma diversa di conoscenza; a cominciare dalle pagine sui giardini di Adone nel _Fedro_ di Platone, fino a _La scoperta della lentezza_ di Sten Nadolny e al _Saggio sulla stanchezza_ di Peter Handke. Eppure, anche dopo quelle letture, è rimasto ugualmente qualcosa di non chiarito e insieme di affascinante.<br />
Sarà perché vengo da una famiglia di artigiani, ma sono stato educato a considerare le pause non semplicemente come una convenienza e un lusso, ma come una necessità. Un imperativo imposto da mio padre nel metodo di rilegatura dei libri è la pausa dopo ogni fase di lavorazione: “Interrompi, accenditi una sigaretta, fai quello che vuoi, ma fermati a guardare quello che hai fatto. Devi solo guardare. È il libro che ti dice quello che va e quello che non va. Se non ti fermi, non te ne accorgi”.<br />
Tempo fa mi è capitato di leggere su “l’Unità” un’intervista a Mario Soldati riguardo alla carenza di sigarette causata da un prolungato sciopero dei lavoratori del Monopolio. Mario Soldati, fumatore incallito che fra un sigaro e l’altro è arrivato all’età di novant’anni alla faccia di tutti gli iettatori antifumo, diceva che il sigaro è per lui indispensabile per scrivere. Perché il sigaro inevitabilmente si spegne, ed è proprio in quella pausa in cui si cercano i cerini sul tavolo, nascosti magari sotto chissà quale pila di fogli, è in quella perdita di tempo che nasce l’idea. E di questo sono convinto anch’io. Gli stimoli nascono nei silenzi, nelle interruzioni, in quelle pause che la vita si prende fra un fatto e la sua continuazione.»</p>
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