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	Commenti a: PATRIMONIO: DA DOVE VIENE LA PRATICA DI DE-UMANIZZARE	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		Di: Davide		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jul 2018 00:29:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da dove provenga questa volontà di de-umanizzare è un enigma. Frustrazione, superbia, alienazione... Tante le ragioni, ma non saprei indicare con sicurezza un filo conduttore, una o più linee culturali di massa. Per il medico chirurgo, ad esempio, l&#039;umanità del paziente risulta fuori luogo: egli vede il fegato, la mammella, il colon. A ragione e a torto insieme. Quel colon potrebbe svelare qualcosa di più su di sé se quel medico accogliesse l&#039;umanità del paziente, se non giudicasse inopportune le considerazioni di chi con quel colon, con quella mammella, con quel fegato convive da una vita e, dunque, conosce in modo speciale e inaccessibile al medico chirurgo. Mentre la conoscenza medica risulta quantomeno accessibile, aperta con la regola di apprenderne la nomenclatura.
Non si assiste forse ad una pratica di de-umanizzazione?
O, ancora, la volontà di immettere informazioni e nozioni per sentirle ripetere, sminuire le costruzioni originali inascoltandole, talvolta sanzionandole, imporre il criterio pedagogico verso l&#039;esternazione emotiva: non è pure de-umanizzare? Non è forse questa la prassi della scolarizzazione di massa escluse poche, marginali, impotenti eccezioni destinate, data la potenza della prassi, a deperire in una contorta, isolata campagna svilente?
Senza occupare ulteriore spazio, mi chiedo quale uomo e quale donna abbiano ancora in sé lo stimolo di considerare l&#039;uomo o la donna vicini, che incontrano nelle loro solitudini, come universi da esplorare, nominarne le costellazioni, scoprirne le strutture. Quali uomini e quali donne usano le proprie energie in questa direzione con abitudine, giornalmente?
Un saluto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da dove provenga questa volontà di de-umanizzare è un enigma. Frustrazione, superbia, alienazione&#8230; Tante le ragioni, ma non saprei indicare con sicurezza un filo conduttore, una o più linee culturali di massa. Per il medico chirurgo, ad esempio, l&#8217;umanità del paziente risulta fuori luogo: egli vede il fegato, la mammella, il colon. A ragione e a torto insieme. Quel colon potrebbe svelare qualcosa di più su di sé se quel medico accogliesse l&#8217;umanità del paziente, se non giudicasse inopportune le considerazioni di chi con quel colon, con quella mammella, con quel fegato convive da una vita e, dunque, conosce in modo speciale e inaccessibile al medico chirurgo. Mentre la conoscenza medica risulta quantomeno accessibile, aperta con la regola di apprenderne la nomenclatura.<br />
Non si assiste forse ad una pratica di de-umanizzazione?<br />
O, ancora, la volontà di immettere informazioni e nozioni per sentirle ripetere, sminuire le costruzioni originali inascoltandole, talvolta sanzionandole, imporre il criterio pedagogico verso l&#8217;esternazione emotiva: non è pure de-umanizzare? Non è forse questa la prassi della scolarizzazione di massa escluse poche, marginali, impotenti eccezioni destinate, data la potenza della prassi, a deperire in una contorta, isolata campagna svilente?<br />
Senza occupare ulteriore spazio, mi chiedo quale uomo e quale donna abbiano ancora in sé lo stimolo di considerare l&#8217;uomo o la donna vicini, che incontrano nelle loro solitudini, come universi da esplorare, nominarne le costellazioni, scoprirne le strutture. Quali uomini e quali donne usano le proprie energie in questa direzione con abitudine, giornalmente?<br />
Un saluto.</p>
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