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	Commenti a: PERCHE&#039; NON VOGLIAMO ESSERE DEFINITI DEPRESSI	</title>
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	<description>di Loredana Lipperini</description>
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		<title>
		Di: Luca Perilli		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138473</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luca Perilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2015 15:34:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giuste correzioni, Giovanni, ma il discorso (che è di Ainis, fonte verificata) non cambia: che cos&#039;è il &quot;diritto al perseguimento della felicità&quot;? E&#039; davvero così diverso dal &quot;diritto alla felicità&quot;? In ogni caso sarebbe sempre stato preferibile (e ben più realisticamente realizzabile) un diritto a combattere l&#039;infelicità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giuste correzioni, Giovanni, ma il discorso (che è di Ainis, fonte verificata) non cambia: che cos&#8217;è il &#8220;diritto al perseguimento della felicità&#8221;? E&#8217; davvero così diverso dal &#8220;diritto alla felicità&#8221;? In ogni caso sarebbe sempre stato preferibile (e ben più realisticamente realizzabile) un diritto a combattere l&#8217;infelicità.</p>
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		<title>
		Di: Giovanni		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138472</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 22:49:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Luca Perilli Nessuno ha introdotto &quot;il diritto alla felicità&quot; nella Costituzione americana: è un errore comune, questo. Intanto, si tratta della Dichiarazione d&#039;indipendenza, e non della Costituzione. E poi non è il &quot;diritto alla felicità&quot; ma il diritto &quot;al perseguimento della felicità&quot;, che è cosa ben differente. La frase fa riferimento ai diritti inalienabili, &quot;among which are the preservation of life, and liberty, and the pursuit of happiness&quot;. Espressioni analoghe si trovano nella Costituzione del Giappone (1947, scritta dagli americani) e nella dichiarazione d&#039;indipendenza del Vietnam (1945).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Luca Perilli Nessuno ha introdotto &#8220;il diritto alla felicità&#8221; nella Costituzione americana: è un errore comune, questo. Intanto, si tratta della Dichiarazione d&#8217;indipendenza, e non della Costituzione. E poi non è il &#8220;diritto alla felicità&#8221; ma il diritto &#8220;al perseguimento della felicità&#8221;, che è cosa ben differente. La frase fa riferimento ai diritti inalienabili, &#8220;among which are the preservation of life, and liberty, and the pursuit of happiness&#8221;. Espressioni analoghe si trovano nella Costituzione del Giappone (1947, scritta dagli americani) e nella dichiarazione d&#8217;indipendenza del Vietnam (1945).</p>
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		<title>
		Di: Maurizio		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138471</link>

		<dc:creator><![CDATA[Maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 23:06:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io mi trovo un po&#039; a disagio, ultimamente, con questo ruolo di gelido enunciatore di verità statistiche. Che poi verità non sono: semmai, paletti che delimitano quello che si può dire da ciò che non sta né in cielo né in terra. Davvero, vorrei non doverlo fare. Ma troppe persone, in totale buona fede (quasi sempre, almeno), le sparano grosse sulla base di percezioni personali o di vulgate del tutto campate per aria. Queste persone (tra cui a mio parere c&#039;è anche Berardi, che però è solo l&#039;ultimo arrivato) fanno un danno enorme alla causa che vorrebbero sostenere: rendendone poco credibili le ragioni, che raffazzonate in quel modo sono facilmente sputtanabili dai pierini di turno; confondendo le idee a possibili compagni di strada, che trovandosi sputtanati si potrebbero rivoltare contro; spacciando una realtà che non esiste, e nella mia esperienza la realtà (quella vera) arriva sempre, prima o poi, a presentare il conto. Ma, soprattutto, perché la ricerca della verità, qualunque cosa sia, è un imperativo categorico e non ci si può sottrarre ad esso, men che mai se ci leva a pronunciare parola pubblica contro la narrazione dominante. In quel caso la retorica va ancora bene, la buona retorica; ma solo dentro i rigidi paletti rappresentati dai fatti. Rigore, rigore e ancora rigore: questo ci dobbiamo imporre. Deve finire, il tempo delle favole e delle approssimazioni. Questo paese non se le può più permettere, che le inventi Berlusconi, Renzi o Berardi non fa differenza alcuna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io mi trovo un po&#8217; a disagio, ultimamente, con questo ruolo di gelido enunciatore di verità statistiche. Che poi verità non sono: semmai, paletti che delimitano quello che si può dire da ciò che non sta né in cielo né in terra. Davvero, vorrei non doverlo fare. Ma troppe persone, in totale buona fede (quasi sempre, almeno), le sparano grosse sulla base di percezioni personali o di vulgate del tutto campate per aria. Queste persone (tra cui a mio parere c&#8217;è anche Berardi, che però è solo l&#8217;ultimo arrivato) fanno un danno enorme alla causa che vorrebbero sostenere: rendendone poco credibili le ragioni, che raffazzonate in quel modo sono facilmente sputtanabili dai pierini di turno; confondendo le idee a possibili compagni di strada, che trovandosi sputtanati si potrebbero rivoltare contro; spacciando una realtà che non esiste, e nella mia esperienza la realtà (quella vera) arriva sempre, prima o poi, a presentare il conto. Ma, soprattutto, perché la ricerca della verità, qualunque cosa sia, è un imperativo categorico e non ci si può sottrarre ad esso, men che mai se ci leva a pronunciare parola pubblica contro la narrazione dominante. In quel caso la retorica va ancora bene, la buona retorica; ma solo dentro i rigidi paletti rappresentati dai fatti. Rigore, rigore e ancora rigore: questo ci dobbiamo imporre. Deve finire, il tempo delle favole e delle approssimazioni. Questo paese non se le può più permettere, che le inventi Berlusconi, Renzi o Berardi non fa differenza alcuna.</p>
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		Di: Luca Perilli		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138470</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luca Perilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 22:16:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie delle preziose precisazioni, Maurizio: totalmente d&#039;accordo con te.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie delle preziose precisazioni, Maurizio: totalmente d&#8217;accordo con te.</p>
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		Di: Maurizio		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138469</link>

		<dc:creator><![CDATA[Maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 17:36:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E comunque, ripeto: io non contesto la critica al capitalismo e semmai rincarerei la dose. Contesto il metodo, l&#039;inconsistenza della costruzione logica, la superficialità delle argomentazioni. Sa certamente fare di meglio, Berardi, che mettersi su piazza ad acchiappare tutte le notizie impiegabili a sostegno delle sue tesi. Lo faccia, allora. Altrimenti si esporrà a critiche feroci e diventerà il comodissimo straw man da impallinare per tutti quelli che vogliono squalificare per sempre ogni forma di vita a sinistra del liberismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E comunque, ripeto: io non contesto la critica al capitalismo e semmai rincarerei la dose. Contesto il metodo, l&#8217;inconsistenza della costruzione logica, la superficialità delle argomentazioni. Sa certamente fare di meglio, Berardi, che mettersi su piazza ad acchiappare tutte le notizie impiegabili a sostegno delle sue tesi. Lo faccia, allora. Altrimenti si esporrà a critiche feroci e diventerà il comodissimo straw man da impallinare per tutti quelli che vogliono squalificare per sempre ogni forma di vita a sinistra del liberismo.</p>
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		Di: Maurizio		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138468</link>

		<dc:creator><![CDATA[Maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 17:30:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Demografo, non demografica. Qualcuno mi dovrà spiegare, un giorno, perché uno più ignorante di me e che conosce meno parole si debba arrogare il diritto di sostituire quello che scrivo con cose prive di senso, senza nemmeno darsi la pena di chiedermi che ne penso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Demografo, non demografica. Qualcuno mi dovrà spiegare, un giorno, perché uno più ignorante di me e che conosce meno parole si debba arrogare il diritto di sostituire quello che scrivo con cose prive di senso, senza nemmeno darsi la pena di chiedermi che ne penso.</p>
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		<title>
		Di: Maurizio		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138467</link>

		<dc:creator><![CDATA[Maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 17:26:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Luca, sulla globalizzazione hai ragione a metà, nel senso che il &quot;furto&quot; di lavoro avviene attraverso le delocalizzazioni e non è operato dagli immigrati. Io, ormai lo sapete tutti e vi sarete di certo stufati di sentirmi dire questa cosa, mi baso sui dati; i quali dicono che finora l&#039;immigrazione è andata a coprire buchi lasciati da noi. Ma non per la solita storia  dei lavori che noi non vogliamo più fare, o non solo: si tratta di una vera e propria supplenza a gente mai nata, a causa del calo demografico. Al momento il contributo netto degli immigrati alla nostra economia è ampiamente positivo, soprattutto sul versante previdenziale. In pratica, con i loro versamenti stanno pagando pensioni nostre per un paio di miliardi, se non ricordo male. Tutto questo lo puoi leggere in un libro di Giampiero Dalla Zuanna, demografica,  pubblicato  (mi pare) dal Mulino. Comunque con la mia battuta io mi riferivo all&#039;insopportabile voglia di pogrom che in questo paese serpeggia verso i rom. Nemmeno troppo nascosta, anzi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luca, sulla globalizzazione hai ragione a metà, nel senso che il &#8220;furto&#8221; di lavoro avviene attraverso le delocalizzazioni e non è operato dagli immigrati. Io, ormai lo sapete tutti e vi sarete di certo stufati di sentirmi dire questa cosa, mi baso sui dati; i quali dicono che finora l&#8217;immigrazione è andata a coprire buchi lasciati da noi. Ma non per la solita storia  dei lavori che noi non vogliamo più fare, o non solo: si tratta di una vera e propria supplenza a gente mai nata, a causa del calo demografico. Al momento il contributo netto degli immigrati alla nostra economia è ampiamente positivo, soprattutto sul versante previdenziale. In pratica, con i loro versamenti stanno pagando pensioni nostre per un paio di miliardi, se non ricordo male. Tutto questo lo puoi leggere in un libro di Giampiero Dalla Zuanna, demografica,  pubblicato  (mi pare) dal Mulino. Comunque con la mia battuta io mi riferivo all&#8217;insopportabile voglia di pogrom che in questo paese serpeggia verso i rom. Nemmeno troppo nascosta, anzi.</p>
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		<title>
		Di: Luca Perilli		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138466</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luca Perilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 09:20:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giuste osservazioni, picobeta. Aggiungo solo che forse senza accorgercene, stiamo scivolando nuovamente nelle difficili condizioni contadine di un tempo ma in modalità e contesti (ovviamente) mutati (allora erano le dure condizioni fisiche a uccidere e costringere, oggi sono quelle mentali e relazionali). Se la vediamo in questa prospettiva, l&#039;analisi di Berardi può acquistare un suo senso forte.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giuste osservazioni, picobeta. Aggiungo solo che forse senza accorgercene, stiamo scivolando nuovamente nelle difficili condizioni contadine di un tempo ma in modalità e contesti (ovviamente) mutati (allora erano le dure condizioni fisiche a uccidere e costringere, oggi sono quelle mentali e relazionali). Se la vediamo in questa prospettiva, l&#8217;analisi di Berardi può acquistare un suo senso forte.</p>
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		<title>
		Di: picobeta		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138465</link>

		<dc:creator><![CDATA[picobeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 08:40:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Premesso che quando parla Corbellini bisogna ascoltare e meditare con attenzione, vorrei aggiungere quello che mi raccontava il medico condotto del mio paese diversi anni fa. MI diceva che aveva poco senso paragonare la medicina d&#039;antan a quella moderna, perché un tempo le durissime condizioni di vità e l&#039;elevata mortalità infantile portavano in età adulta gente robustissima e al riparo da molte malattie. Ma per le malattie per cui non era maturata questa immunità non c&#039;era scudo e tra queste c&#039;erano le malattie mentali, visto che allora non si parlava ancora di depressione.
E la depressione uccideva anche nelle civiltà contadine, perché abbassava le soglie di resistenza sia immunitarie e sia psicologiche in un contesto molto duro, perché l&#039;unico psicofarmaco di massa disponibile era l&#039;alcool in dosi massicce, perché la gente si ammazzava, come racconta ad esempio Fenoglio nel Gorgo e in Un giorno di fuoco, anche se spesso la cosa passava pietosamente sotto silenzio perché il suicidio era peccato mortale e a chi lo commetteva erano negate le esequie in chiesa e garantita l&#039;eterna dannazione. E per chi si concedeva uno sfogo maniacale, c&#039;era l&#039;ergastolo al manicomio. E tutto questo accadeva senza il turbocapitalismo.
Su Lubitz c&#039;è stata l&#039;inchiesta più sgangherata degli ultimi anni, sistematicamente afflitta dalle fughe di notizie e poi in ritardo su rivelazioni fatte da altri e finite prima ai giornali e che agli inquirenti. Ora i giornalisti, con la loro proverbiale pigrizia interpretativa, cercano solo gli indizi che confermano l&#039;ipotesi consolidata e distorcono tutti gli indizi che trovano in quel senso (Lubitz due settimane fa non ha ricambiato il saluto del benzinaio, ovvia e ulteriore prova del fatto che aveva in odio il mondo). Ma per quanto sia discutibile fare diagnosi psichiatriche a distanza, sembra proprio che il pilota fosse seriamente afflitto da depressione e viene da pensare che se fosse stato il cocchiere di una vettura carica di passeggeri che transitava per il Moncenisio visto che ancora non c&#039;era la provvidenziale TAV (citazione obbligatoria), avrebbe spinto i cavalli al galoppo giù da qualche dirupo e forse anche il macchinista della locomotiva di Guccini era seriamente depresso, anche se l&#039;assenza della categoria di depressione nel tardo Ottocento, ci tramandò la vicenda secondo la categoria allora disponibile dell&#039;anarchico bombarolo.
Sui labile confini tra spiegazione e giustificazione, tra condizionamento e libertà di scelta di fronte a tragedie condizionate dalla malattia mentale, lascio discutere neuroscienziati, filosofi morali e giuristi, li osservo rispettosamente e non oso intervenire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Premesso che quando parla Corbellini bisogna ascoltare e meditare con attenzione, vorrei aggiungere quello che mi raccontava il medico condotto del mio paese diversi anni fa. MI diceva che aveva poco senso paragonare la medicina d&#8217;antan a quella moderna, perché un tempo le durissime condizioni di vità e l&#8217;elevata mortalità infantile portavano in età adulta gente robustissima e al riparo da molte malattie. Ma per le malattie per cui non era maturata questa immunità non c&#8217;era scudo e tra queste c&#8217;erano le malattie mentali, visto che allora non si parlava ancora di depressione.<br />
E la depressione uccideva anche nelle civiltà contadine, perché abbassava le soglie di resistenza sia immunitarie e sia psicologiche in un contesto molto duro, perché l&#8217;unico psicofarmaco di massa disponibile era l&#8217;alcool in dosi massicce, perché la gente si ammazzava, come racconta ad esempio Fenoglio nel Gorgo e in Un giorno di fuoco, anche se spesso la cosa passava pietosamente sotto silenzio perché il suicidio era peccato mortale e a chi lo commetteva erano negate le esequie in chiesa e garantita l&#8217;eterna dannazione. E per chi si concedeva uno sfogo maniacale, c&#8217;era l&#8217;ergastolo al manicomio. E tutto questo accadeva senza il turbocapitalismo.<br />
Su Lubitz c&#8217;è stata l&#8217;inchiesta più sgangherata degli ultimi anni, sistematicamente afflitta dalle fughe di notizie e poi in ritardo su rivelazioni fatte da altri e finite prima ai giornali e che agli inquirenti. Ora i giornalisti, con la loro proverbiale pigrizia interpretativa, cercano solo gli indizi che confermano l&#8217;ipotesi consolidata e distorcono tutti gli indizi che trovano in quel senso (Lubitz due settimane fa non ha ricambiato il saluto del benzinaio, ovvia e ulteriore prova del fatto che aveva in odio il mondo). Ma per quanto sia discutibile fare diagnosi psichiatriche a distanza, sembra proprio che il pilota fosse seriamente afflitto da depressione e viene da pensare che se fosse stato il cocchiere di una vettura carica di passeggeri che transitava per il Moncenisio visto che ancora non c&#8217;era la provvidenziale TAV (citazione obbligatoria), avrebbe spinto i cavalli al galoppo giù da qualche dirupo e forse anche il macchinista della locomotiva di Guccini era seriamente depresso, anche se l&#8217;assenza della categoria di depressione nel tardo Ottocento, ci tramandò la vicenda secondo la categoria allora disponibile dell&#8217;anarchico bombarolo.<br />
Sui labile confini tra spiegazione e giustificazione, tra condizionamento e libertà di scelta di fronte a tragedie condizionate dalla malattia mentale, lascio discutere neuroscienziati, filosofi morali e giuristi, li osservo rispettosamente e non oso intervenire.</p>
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		<title>
		Di: Luca Perilli		</title>
		<link>https://www.lipperatura.it/perche-non-vogliamo-essere-definiti-depressi/comment-page-1/#comment-138464</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luca Perilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 08:37:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Michela Murgia: quando i giornali scrivono di depressioni, disoccupazione e altre giustificazioni a un femminicidio, lo fanno per evitare di essere criticati se scrivessero del solito &quot;delitto passionale o di gelosia&quot;. Oppure per mero superficialismo, cioè tanto per fare &quot;psicologia da bancarella&quot;. Ti ribadisco che il femminicidio ha cause culturali molto ben precise e delineate, contrariamente al suicidio. Berardi azzarda una spiegazione il cui limite è che l&#039;accusato potrebbe non essere il solo a scatenare quelle tendenze depressivo-suicide: se l&#039;imputato unico del femminicidio non può che essere la cultura patriarcale che lo ispira e che abbassa significativamente la barriera verso il passaggio all&#039;atto, la depressione e il suicidio sono la risultante di diversi fattori che agiscono più o meno paritariamente in concomitanza. Certo, nel caso specifico la componente lavorativa non può che schizzare in primissimo piano e dunque credo sia inevitabile una critica all&#039;organizzazione del lavoro che dagli anni Ottanta in poi è stata imposta a partire da Stati Uniti e Regno Unito (anche questa un&#039;ideologia. Incrollabile, apparentemente!) e che, grazie alla crisi, sembra non avere alternative possibili.
La riprova di quel che dice Berardi sta, paradossalmente, proprio nel rilievo mosso da Davide: sì, siamo soli a combattere contro noi stessi e contro il disprezzo sociale. Proprio questo è l&#039;elemento definitivamente inquietante e disperante dell&#039;attuale situazione.
@Maurizio: la globalizzazione è stata imposta col preciso scopo di introdurre una concorrenza sfrenata tra lavoratori, Friedman lo dichiara senza remore, p.es. Dunque, dietro alle frasi volgari e approssimative che tu citi, un fondo di verità c&#039;è: se qualcuno è disposto/non può far altro che accettare condizioni sempre peggiori di lavoro, a meno che io non peggiori significativamente il mio, prima o poi mi sottrarrà lavoro. Quel che fatichiamo a capire è che ciò accade su scala mondiale e non solo nel nostro orticello, unico luogo nel quale si concentrano gli impotenti (ma ahimé efficacissimi) populisti odierni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Michela Murgia: quando i giornali scrivono di depressioni, disoccupazione e altre giustificazioni a un femminicidio, lo fanno per evitare di essere criticati se scrivessero del solito &#8220;delitto passionale o di gelosia&#8221;. Oppure per mero superficialismo, cioè tanto per fare &#8220;psicologia da bancarella&#8221;. Ti ribadisco che il femminicidio ha cause culturali molto ben precise e delineate, contrariamente al suicidio. Berardi azzarda una spiegazione il cui limite è che l&#8217;accusato potrebbe non essere il solo a scatenare quelle tendenze depressivo-suicide: se l&#8217;imputato unico del femminicidio non può che essere la cultura patriarcale che lo ispira e che abbassa significativamente la barriera verso il passaggio all&#8217;atto, la depressione e il suicidio sono la risultante di diversi fattori che agiscono più o meno paritariamente in concomitanza. Certo, nel caso specifico la componente lavorativa non può che schizzare in primissimo piano e dunque credo sia inevitabile una critica all&#8217;organizzazione del lavoro che dagli anni Ottanta in poi è stata imposta a partire da Stati Uniti e Regno Unito (anche questa un&#8217;ideologia. Incrollabile, apparentemente!) e che, grazie alla crisi, sembra non avere alternative possibili.<br />
La riprova di quel che dice Berardi sta, paradossalmente, proprio nel rilievo mosso da Davide: sì, siamo soli a combattere contro noi stessi e contro il disprezzo sociale. Proprio questo è l&#8217;elemento definitivamente inquietante e disperante dell&#8217;attuale situazione.<br />
@Maurizio: la globalizzazione è stata imposta col preciso scopo di introdurre una concorrenza sfrenata tra lavoratori, Friedman lo dichiara senza remore, p.es. Dunque, dietro alle frasi volgari e approssimative che tu citi, un fondo di verità c&#8217;è: se qualcuno è disposto/non può far altro che accettare condizioni sempre peggiori di lavoro, a meno che io non peggiori significativamente il mio, prima o poi mi sottrarrà lavoro. Quel che fatichiamo a capire è che ciò accade su scala mondiale e non solo nel nostro orticello, unico luogo nel quale si concentrano gli impotenti (ma ahimé efficacissimi) populisti odierni.</p>
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