Per una di quelle mirabili coincidenze della vita, mentre ragionavo su questo post ho letto l’ultimo numero della newsletter Bolena di Giulia Paganelli (iscrivetevi, merita) dove, nell’intervista di Giulia a Silvia Federici, si parla di disincarnamento. E io torno sulla questione AI e scrittura dopo un articolo di Wired che racconta cosa fa Grammarly.
Grammarly è quello che si suole chiamare un assistente virtuale di scrittura. In abbonamento, 144 dollari. Risponde a domande mentre scrivi, ha una funzione che suggerisce cambiamenti di stile, un “valutatore” che ipotizza il punteggio che il tuo testo otterrebbe in un corso universitario. Ha introdotto però una funzione, la “recensione dell’esperto”, che elenca veri accademici e autori che possono giudicare quello che stai scrivendo. Quegli accademici e quegli autori non ne sanno nulla.
Dunque, se pago, posso avere il parere di Stephen King, se scrivo horror, o, se sono interessata alla scienza, potrebbe darmi consigli l’astrofisico Neil deGrasse Tyson. Volendo, posso anche essere valutata da uno dei più noti critici e docenti di scrittura come William Zinsser o da un meraviglioso astronomo come Carl Sagan, oppure, se sto scrivendo un saggio storico, da David Abulafia. Che però sono tutti morti.
Ma non c’è problema, che vuoi che sia? Uso i defunti per darti consigli, per gratificarti, e naturalmente (così si difendono) non sono che “suggerimenti ispirati a opere di esperti”. Possono farlo? La risposta è sempre quella: nel momento in cui lo fanno, lo rendono possibile.
E, come ha scritto il giornalista Casey Newton, uno degli “esperti” a sua insaputa, “agisce con lo stesso senso di superiorità distruttiva del web che caratterizza il moderno settore dell’intelligenza artificiale”