Nel 2017 una fonte anonima, ex dirigente dei servizi segreti, dichiara a Massimo Numa su Italia Star: “sapevamo tutti i particolari della morte dei due giornalisti, chi li aveva rapiti, poi detenuti in una base palestinese, infine torturati e uccisi. I corpi furono sepolti sotto un cumulo di detriti, in un quartiere non distante da Tiro, vicino al mare, all’interno di un cantiere non lontano da uno svincolo autostradale”.
Quella frase viene rilanciata dalle famiglie De Palo e Toni in un appello letto ieri notte a Chi l’ha visto.
Servirà? Naturalmente è impossibile dirlo ed è impossibile non sperarlo. Per questo, come sempre, si va avanti.

Non parlo spesso di un libro specifico, qui sopra. Oggi faccio eccezione, perché ho finito di leggere Come D’Aria, di Ada d’Adamo, che è uscito da pochi giorni per Elliot. Sì, è un libro sulla maternità, ma non solo. Ada è una danzatrice e una coreografa, una di quelle donne che appunto sembrano poter galleggiare nell’aria, e che controllano ogni frammento del proprio corpo. Ma non tutto si controlla, purtroppo. Specie se non si viene aiutati.
Io sono una lettrice che diffida spesso delle storie del trauma: l’ho scritto tantissime volte, anche qui. Ma non stavolta. Perché questa storia non chiede a chi legge di specchiarsi e non è stata scritta per questo: certo avverrà lo stesso. Chi ha attraversato il terribile tempo sospeso in cui il figlio o la figlia sono nel limbo della terapia intensiva neonatale, e ancora nei sogni ascolta il suono dei monitor che sembrano campanellini di volta in volta magici o spettrali a seconda del ritmo, ecco, non potrà a sua volta non ripensare a quel che è stato. Ma c’è qualcosa di più del pelle-a-pelle fra chi scrive e chi legge. C’è la bellezza. C’è, nonostante tutto, luce e grazia. C’è quel che ci fa capire quanto  gli esseri umani rechino in sé speranza. Hope, dice Morfeo a Lucifero. Hope, anche all’inferno.

Le elefantesse di Dumbo sono quelle che dicono “Tesoro” all’elefantino, tranne poi bisbigliare perfidie quando scoprono che le sue orecchie sono più grandi del normale.
Le madri-elefantesse farebbero oggi qualcosa in più: direbbero che la colpa di quelle spropositate orecchie va ricercata in qualche debolezza, o errore, o inadeguatezza, della mamma di Dumbo. Le cattive madri, additate in ognuna delle centinaia di migliaia di discussioni in rete (o davanti alla scuola all’ora di uscita, o al parco, o sul luogo di lavoro, o dove volete) sono quelle che prendono tempo per sé.  Che danno ai figli gli omogeneizzati “per poter fare altro”. Che li piazzano davanti alla televisione “per poter fare altro”. Che fumano. Che, anche, lavorano.
Una delle cose che mi ha colpito di più nella terribile storia della mamma lasciata sola in ospedale, crollata per stanchezza, e risvegliatasi senza più il figlio: la reazione di alcune altre madri. Certo, sono prevalenti, e importanti da leggere, le testimonianze sulla solitudine e sull’abbandono della madri. Però è quella parte a turbarmi, tanto.
Ripropongo un brano da “Di mamma ce n’é più d’una”. Dieci anni fa. Dieci.

Come già detto, sto rileggendo Harry Potter: arrivata al secondo volume, Harry Potter e la camera dei segreti, dal libro (edizione d’epoca) scivola fuori un ritaglio di giornale del 25 gennaio 2001, che anticipa l’uscita del quinto volume, Harry Potter e il calice di fuoco. Non dirò né testata né autori, per rispetto al sacrosanto diritto all’oblio di ciascuno: il pezzo principale riguardava il merchandising di Potter. Articolo un po’ maligno, dove qua e là si insinua che l’ondata di magliette e bacchette e boccini fosse un’astuta operazione fin dall’inizio chiarissima nella mente dell’autrice. E pazienza, succede ogni volta che un libro diventa un giga-seller.
Di spalla, però, c’è un’intervista. Non a un esperto o esperta di letteratura per infanzia e adolescenza, anche se qui sarebbe meglio dire “di letteratura e basta”, bensì a uno psicoterapeuta. “E’ un successo che avrà dei limiti. Prima o poi dal punto di vista letterario verrà dimenticata, mentre Peter Pan o Pinocchio non lo saranno mai. Mi vengono in mente le Spice Girl (sic in originale): hanno avuto una fortuna straordinaria. Ma sono già finite”.
La morale? Non c’è. O meglio ce ne sarebbero un paio: non parlare di quel che non conosci e, se proprio devi, leggi prima di parlare.

So di averlo già riproposto. Ma vale sempre, quando leggo critiche che riguardano l’estetica della parola più del contenuto. Che è, mi pare, il rumore bianco dei nostri tempi.
Esiste una via terza tra i sentieri selvaggi dell’oltraggio alla grammatica e la ronda sull’oralità. Perché se oggi Umberto Terracini parlasse, a cosa andrebbe incontro? E cosa perderemmo, se ci si concentrasse sui suoi “nevero” e non su quel che aveva da dire?

Avevo otto anni, ero in vacanza a Miramare di Rimini e implorai mia madre di andare alla sagra del pesce sul lungomare, dove si mangiava la fritturina e si beveva vino rosso in certi coccetti decorati che poi potevi tenere e mettere sulle mensole della cucina insieme a decine di carabattole. C’era una gran folla, la folla  che poteva esserci negli anni Sessanta, non paragonabile a quella di oggi. Mia madre era nervosa, forse perché eravamo al mare, forse perché, diceva, era un po’ esaurita per la fatica, e quando tornammo in albergo col coccetto, dopo aver mangiato calamari gommosi, mi gridò che non valeva la pena passare un pomeriggio a farsi spintonare per così poco.
Ogni tanto ci ripenso, e mi chiedo cosa direbbe oggi, visto che l’idea di divertimento, per molte amministrazioni, coincide con lo spintone, il sudore, l’ottenere una cosa da poco come il coccetto senza, magari, godere del mare e del venticello che erano a disposizione. Ci ho ripensato soprattutto ieri, molti e molti anni dopo, apprendendo dell’iniziativa del Beach Cross sulle dune di Senigallia.

Circola, da ultimo, questa idea cannibale su speranze, desideri, gusti, delle giovani persone: piace ai giovani dunque è vincente dunque ce ne appropriamo, scendiamo su TikTok e li conquistiamo. Quel che in genere avviene è che è talmente difficile questa auspicata appropriazione culturale che una volta divenuta mainstream una piattaforma i presunti conquistandi scivolano via altrove. Capire è diverso da appropriarsi, ma questo è difficile da far passare.
C’è una strana e invincibile contraddizione in questo atteggiamento: da una parte si vuole il o la giovane da esibire, salvo poi sbarazzarsene quando i trenta diventano quasi quaranta, e pazienza per tutta l’esperienza fatta e le competenze affinate, largo al o alla prossima (ma quando si parlerà di questa storia? Perché è il frutto più avvelenato del giovanilismo di facciata, quello che espelle le persone che da giovani diventano adulte, e nessuno ne discute, mi pare). Dall’altra non si perde occasione per sostenere che alcune delle cose che amano sono tossiche.
Certo che è complicato, e certo che è difficile: ma la sacrosanta, benedetta istanza di dare opportunità alle giovani persone, possibilmente supportandole davvero e non facendosi belli con la loro freschezza per continuare a esercitare un potere su di loro, fin qui rischia di rimanere una facciata. Ed è ingiusto.

“Quelli della Bilancia” è una citazione da “Libra” di Don DeLillo. E’ lo spunto per ragionare un po’ sul romanzo storico, che sembra predominare nelle narrazioni contemporanee. Ma quale romanzo? E’ il “defamiliarizzare cose familiari, per far vedere in modo efficace fatti ai quali ci siamo tanto abituati da non accorgercene più”, come fa Kazuo Ishiguro ne “Il gigante sepolto”? E’ recuperare il mito e la funzione sociale come fanno i Wu Ming? Spesso ho la sensazione che il romanzo storico venga utilizzato per proiettare all’indietro non qualcosa di cui non ci accorgiamo più, come dice Ishiguro, ma qualcosa che avviene ora. Il nostro io, i nostri problemi, le nostre emozioni. Che è cosa diversa (sempre Wu Ming) del “dar conto di sé” di Judith Butler, ed è cosa diversissima della ricostruzione letteraria della storia di, per dire, Don DeLillo, o della proiezione nella distopia che appartiene a Margaret Atwood. E’ come se il tipo di narrazione che Le Guin definiva “da appartamento borghese di Manhattan” si fosse trasferita fra cascine o baite di un secolo fa.

Come usare la storia in narrativa. Negli ultimi tempi il racconto del passato si moltiplica, non solo in narrativa evidentemente, ma in quel mondo sempre più ampio che porta le storie fino a noi. Ne ho parlato in un articolo uscito a dicembre su Linus, dove parto proprio da una serie, House of the Dragon, per arrivare a un libro che non parla di storia (ma di sogno) come Infinito Moonlit. Buon week end.

Ieri abbiamo deciso di provare a capire i motivi dell’interesse, libresco e giornalistico, nei confronti della famiglia reale inglese e del tormentato principe Harry, la cui biografia è risultata già vendutissima nel primo giorno di uscita. Ora, anche se il solo parlare della vicenda ha turbato qualche puro spirito, o i soliti malignazzi, c’è una questione a mio parere non proprio secondaria, in editoria come nel giornalismo. Si chiama mutazione, ed è iniziata clamorosamente, sui quotidiani, nella tarda estate del 1992. All’epoca Repubblica mi chiese un articolo per capire come mai le prime pagine dei giornali fossero occupate dalla foto dell’alluce di Sarah Ferguson. Lo scrissi. In capo a pochi giorni si aggiunse Umberto Eco. Rileggere, anche se parliamo di 31 anni fa, aiuta: “Oggi tutti hanno gli stessi diritti a sapere tutto. Eppure è questa cancellazione della divisione sociale del pettegolezzo che costituisce il pericolo dei nostri mass media. Così come agli inizi della televisione i sociologi ci avevano raccontato che, per molti spettatori impreparati, non c’ era differenza di genere nel corso della serata, e si prendeva sia il telegiornale che il telefilm come rapporti di pari veridicità sulla stessa realtà, oggi non solo gli indotti ma persino i dotti non riescono più a districare la notizia pettegola dalla notizia che fa tremare il mondo.”

Loredana Lipperini
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