“Rigettiamo l’uso delle bombe, dei proiettili e di tutti gli strumenti di violenza. Ci dedicheremo, assieme ai nostri vicini, giorno dopo giorno, alla costruzione di una società pacifica”. Betty Williams assiste alla morte di tre bambini nel 1976. Da quel momento dedica la sua vita alla pace. Riceve il Premio Nobel e, molto più tardi, contribuisce a fondare la Città della Pace per i Bambini in Basilicata, negli stessi siti destinati inizialmente a deposito di scorie nucleari.

«E’ da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile!»
Così Emilio Lussu, prima interventista, poi contro ogni guerra. Ho letto molti libri, in questi giorni, ho ascoltato molte storie che dicono che la guerra è nel nostro DNA, che è il nostro mito di fondazione. Sono convinta che ne esistano altri. E che occorra dar loro voce. Non basterà, ma è qualcosa.

“Verrà un giorno in cui le pallottole e le granate saranno sostituite dal diritto di voto, dal suffragio universale dei popoli, dal tribunale arbitrale di un Senato grande e sovrano che sarà per l’Europa ciò che il Parlamento è per l’Inghilterra, la Dieta per la Germania, l’Assemblea legislativa per la Francia.”
Così Victor Hugo, nel discorso al Congresso Internazionale della Pace che si tiene a Parigi nel 1849.

“Tra gli storici c’è un’implicita accettazione dell’idea che siano la violenza e la guerra che fanno la storia. In realtà, come diceva Gandhi, se fosse stata egemone la guerra noi non saremmo vivi. Quindi, la domanda vera, anche da una prospettiva storiografica, è chi abbia risparmiato il sangue nelle grandi vicende storiche e come abbia fatto”. 
Anna Bravo, una grande storica che ha saputo riflettere su nonviolenza, resistenza civile e sangue salvato.

“Nessun adeguato senso di giustizia, indispensabile per ogni cosa nella moderna civiltà, potrebbe essere garantito nella tempesta e pressione di una guerra”.
Cosa può fare una bambina dell’Illinois che a quattro anni si ammala di tubercolosi alla spina dorsale che le renderà difficile muoversi e vivere senza dolore? Tantissime cose. Tre su tutte: fondare la prima casa di assistenza sociale degli Stati Uniti a Chicago, Hull House, confondare l’ACLU (American Civil Liberties Union), presiedere  l’International Congress of Women nel 1915, dove è a capo di una Commissione incaricata a predisporre una piattaforma di proposte per porre fine alla guerra, chiedendo di incontrare dieci leader di nazioni neutrali o in guerra.
Ah, e vincere il Nobel per la pace. Come accadde a Jane Addams.

“Queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi…”
Le parole di don Tonino Bello per commemorare Moreno Locatelli, pacifista, ucciso da un cecchino a Sarajevo nel 1993.

Ho scritto solo un libro per ragazze e ragazzi prima del Senzacoda, che esce oggi per Salani: Pupa, che uscì per la meravigliosa Rrose Selavy nel 2013. Quella storia nasceva da mia madre, che avrei perso l’anno successivo, e racchiudeva tutto quello che sapevo sulla sua infanzia, perché l’infanzia delle madri è qualcosa di lontano e mitico, e avevo bisogno, più o meno consciamente, di guardarla ancora una volta, di scriverne, di regalargliela. 
Chissà perché i miei romanzi per giovani lettori nascono da una perdita, o da un dolore: Il senzacoda, come chi mi legge sa, nasce da uno strappo che riguarda uno dei miei due conviventi a quattro zampe, Lagna. Ma in questo caso è tutto diverso. Ho scoperto che da qualche parte esisteva ancora una mia  voce non malinconica ma allegra, innamorata dei nonsense e delle situazioni impossibili (eppure resto convinta che i fenicotteri scrivano davvero sonetti quando nessuno li vede). E sono felice di averla ritrovata. E anche che siano stati i gatti e le amiche a restituirmela, perché come si fa, come, senza di loro?

“Mai e poi mai ci saremmo sognati che promuovere la pace nel mondo potesse essere tanto pericoloso”, disse Yoko Ono. Già. Si può dedurre da “The U.S. vs. John Lennon”, un documentario firmato da David Leaf e John Scheinfeld, dove si ripercorrono i tentativi di espulsione da parte di FBI e amministrazione Nixon nei confronti di un’icona della musica che si ostinava a battersi contro la guerra e per la pace.
Resta quella canzone, Give Peace a Chance, registrata nel 1969 alla presenza di molti amici, replicata in un video del 1991 voluto da Yoko Ono e dal figlio Sean, dove vennero chiamati a raccolta i maggiori musicisti dell’epoca contro la guerra in Iraq. E oggi, sarebbe possibile?

Loredana Lipperini
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