Si vota fra una manciata di giorni e io mi chiedo se esista un altro modo di parlare di politica. Ma anche di cultura. Ma anche di qualsiasi argomento. Ieri riflettevo su Facebook sul confronto televisivo tra Vera Gheno ed Emanuele Trevi pensando proprio, al di là del tema, alla prassi consolidata per cui si va in televisione per annientare l’avversario, e che si parli di linguaggio o di qualsiasi altro argomento a questo punto poco conta. 
Salutammo la Neotelevisione di Angelo Guglielmi, quella che trasformò RaiTre dal 1987 al 1994, come il cambiamento necessario, come l’avvento di un progetto intellettuale e insieme popolare fino a quel momento inedito. E così era. Ma oggi non c’è un Angelo Guglielmi a ragionare sui progetti: e quelli che allora erano programmi o modalità innovative hanno oggi esasperato i toni e svuotato i contenuti, prendendo su di sé la brevità dei social, e rendendo inutile ogni possibilità di approfondimento reale.
E allora, come ci si informa, come si va al voto?

Ieri pomeriggio ho partecipato a una discussione molto interessante organizzata da Pandora Rivista presso la sede di Treccani, coordinata da Giacomo Bottos, compagni di chiacchierata Paolo Di Paolo e Giorgio Zanchini. Interlocutore prezioso, Giuseppe Laterza in platea.
Occasione rara, quella di potersi confrontare allargando il campo in un momento complesso e, sì, frammentato da ogni punto di vista, dove è difficile progettare a lungo termine e dove è difficile anche trovare i luoghi dove prendersi il tempo per discutere. Il web e i social, certo. Ma servono anche i luoghi fisici. E, come scrivevo qualche giorno fa, i grandi festival si stanno orientando più verso l’enfasi del numero che verso l’occasione dell’incontro. Come, forse, era fatale.

L’umana pietà è quella che dovrebbe sempre guidarci, quella che dovrebbe impedirci di gioire per la morte altrui, in ogni circostanza. Ammetto, però, che stavolta mi è difficile: non esulto, non gioisco, ma quando ho saputo della morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi ho pensato che, se esiste una morte giusta, forse è proprio questa.
Ho pensato ai crani fracassati di Mahsa Amini, di Armita Garawand, di Nika Shakarami e delle loro coetanee, alle sei pallottole che hanno ucciso Hadith Najafi, alle migliaia di esecuzioni (numero ufficiale nel 2023, 853: ma secondo Amnesty International è molto più alto). Ho pensato al rapper che ha sei mesi in più di mia figlia, Toomaj Salehi, e che è stato condannato a morte per aver partecipato alle proteste. E penso che abbia ragione Azar Nafisi: “I Paesi europei dovevano scegliere tra il regime e il popolo iraniano e hanno scelto il regime”.

Cinquant’anni fa, il 5 aprile 1974, Stephen King pubblicava il suo primo romanzo: anomalo, anche stilisticamente, rispetto ai molti altri che sarebbero seguiti. Con Carrie infranse parecchi tabù, incluso quello, ancora non del tutto superato, di iniziare una storia di bullismo e di paranormale (o quasi) con il sangue mestruale.  Chi ha letto Carrie sa che è per intero un libro scarlatto, in effetti: perché  più avanti nella storia un secchio di sangue di maiale verrà piazzato sulla sommità di un palco per inzaccherare la ragazza che è appena stata nominata reginetta della festa. Moriranno, per questo, tutti i partecipanti al ballo della scuola, o quasi.

La recensione del venerdì. Questa riguarda La casa del deserto di Catriona Ward ed è uscita settimane fa su TuttoLibri della Stampa.
A Sundial si compivano esperimenti sui cani, nell’ingenuità hippie che fosse possibile eliminare il male intervenendo direttamente sul cervello. Ward si ispira dichiaratamente al progetto MKULTRA, il programma clandestino della CIA che negli anni Cinquanta e Sessanta usava cittadini ignari per sperimentare farmaci per il controllo mentale, nella folle ipotesi di creare assassini inconsapevoli durante la guerra fredda. La pratica ha ispirato almeno due romanzi di King, L’incendiaria e L’istituto, appare in Infinite Jest di David Foster Wallace e, più recentemente, nella serie Stranger Things, dove Undici riesce a sfuggire agli esperimenti. Ward si sofferma su un aspetto, l’installazione degli elettrodi nel cervello dei cani, per “telecomandarli” e provare a estirparne l’aggressività.

“Proprio non ti capisco, eppure sei un professore!”. Così si sente apostrofare Immanuel Raat, detto Unrat (ovvero Spazzatura), ne L’angelo azzurro, che Josef von Sternberg trasse nel 1930 dal romanzo di Heinrich Mann. La storia è quella di un insegnante tirannico che cade vittima della malia amorosa per una ballerina, smarrendo senno e lavoro per aver agito contro il decoro, pur avendolo considerato indispensabile durante il suo insegnamento: perché ogni risata o distrazione era per lui “una ribellione al potere pubblico”.
La frase “eppure sei un professore” probabilmente non ci sarà nell’istruttoria interna che riguarda Christian Raimo, insegnante e scrittore.  Ma, ci scommettiamo, il decoro sì. L’indagine disciplinare è stata annunciata all’inizio di aprile dopo la sua partecipazione alla trasmissione L’aria che tira, quando aveva affermato: “Che cosa bisogna fare con i neonazisti? Per me bisogna picchiarli”.  Non è malizioso pensare, però, che probabilmente l’approfondimento disciplinare riguarderà soprattutto i numerosi articoli e post su Facebook dove Raimo prende le distanze dall’orizzonte pedagogico di Valditara: in questo modo potrebbe essergli contestato un danno d’immagine al ministero. Perché, e questo è il bello, esistono articoli del codice etico che impongono di astenersi su giornali e social “da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza”.

“All’ improvviso, apre uno spazio bianco in un racconto. In quel bianco trascorrono anni, decenni: un abisso allontana il presente e il passato: il tempo passa senza che nessuno se ne accorga; e noi avvertiamo, al tempo stesso, il senso della continuità e quello della lacerazione che formano il tessuto diseguale della nostra vita”.
Un vecchio e bellissimo articolo di Pietro Citati per Alice Munro, la più grande, la più umile anche.

L’ultima cosa che si può dire tornando dal Salone del Libro di Torino è che manchi una comunità letteraria. Non vedi? C’eravamo proprio tutti, chi a presentare il proprio libro, chi a presentare il libro altrui (alcuni bellissimi, invero, come Triste Tigre di Neige Sinno, che ha vinto il Premio Strega Europeo). Eravamo insieme nelle code interminabili per i bagni, insieme nelle code per il caffè, insieme a fumare una sigaretta agli ingressi dei padiglioni. Ci siamo salutati e abbracciati, con la promessa di vederci e sentirci presto. Abbiamo sospirato sul mondo che ci circonda, riso per una battuta divertente, ci siamo immalinconiti per gli anni che passano. Abbiamo bevuto. Siamo andati a cena. Siamo andati alle feste. Abbiamo condiviso un taxi.
Abbiamo contato i poliziotti presenti (alcuni). Abbiamo ascoltato (pochi) con sconcerto Faccetta nera dagli altoparlanti dello stand Città di Torino (hackerato, è intervenuta la Digos).
Ah, due di noi, Zerocalcare e Christian Raimo, sono usciti per parlare con le ragazze e i ragazzi che manifestavano in favore della Palestina.
E’ che il Salone che è stato bello e grande e partecipato, come altre grandi occasioni d’incontro, ti porta a interrogarti su quella che un tempo si chiamava comunità letteraria. Che secondo me esiste, e non è solo quella che ci si immagina leggendo le cronache, con le mani occupate da calici di vino e stuzzichini al formaggio. Ma che forse non trova ancora il modo di riconoscersi fino in fondo, e di incidere fino in fondo.

Sette Saloni dopo, domani torno al Salone del libro di Torino. Ci torno con uno stato d’animo strano: perché è il primo Salone da ospite e l’ultimo da conduttrice di Fahrenheit, ma ci torno comunque con la gioia che mi ha accompagnato in questi sette anni e con cui ho attraversato un’esperienza non dimenticabile.
Oggi c’è un nuovo gruppo di lavoro, di cui fanno ancora parte vecchi compagni di strada, a cui vanno gli auguri miei e, spero, di tutti. Sul Corriere della Sera Paolo Di Stefano ricorda stamattina una frase di Ernesto Ferrero: “Questa voglia di essere presenti ai grandi eventi culturali rivela una passione politica non soddisfatta da nessuno. È come un’offerta di disponibilità, un’esigenza di impegno che non trova ascolto altrove”.
Non so se sia ancora così. Sicuramente c’è voglia di stare insieme al di là dell’occasione, al di là del “vado e saluto tutti” e del “vado a presentare il mio libro”. Di questo occorre tener conto. Per il resto, ci vediamo a Torino.

Va così. Fino a dopo il Salone gli aggiornamenti del blog saranno discontinui e saltellanti, come me. Quindi, per ora, un articolo uscito a marzo su Linus (prometto che recupererò).
Parlo di sciamane: i libri di Mary Poppins ritradotti, anzoni funebri per ragazze quasi morte di Cherie Dimaline, Quando avevamo le ali di Ayanna Lloyd Banwo

Loredana Lipperini
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