Libri di cui parlerò a Marsciano per Chatwin, la scuola nomade di narrazione di Umbria Green Festival, a partire da domani pomeriggio
Non solo alcuni fra quelli che cito spesso (Jackson e King, ovviamente), ma altri due. Uno lo conoscete, ne ho scritto qui e su Linus. E’ un racconto,  I miei tristi morti , tratto dall’ultima raccolta di Mariana Enriquez, Un luogo soleggiato per gente ombrosa (traduzione di Fabio Cremonesi, Marsilio editore).
L’altro, di cui ho scritto sempre per Linus (esce nel numero di giugno) è La radura di Alessandra Castellazzi (e/o). Qui non c’è una periferia ma un paese, che ansima per il caldo e la siccità, e che vede sparire, negli anni, ragazze giovani, affascinate, appunto, da una radura. E’ una bellissima storia che mi ha ricordato uno dei miei romanzi preferiti,  Picnic a Hanging Rock, che prima di essere film di Peter Weir, fu un romanzo dell’australiana Joan Lindsay, pubblicato nel 1967.
Ecco, le storie, secondo me, servono a farci guardare quel che abbiamo intorno con occhi diversi. Proveremo a farlo insieme, che è quello, poi, che mi sta a cuore davvero.

La discussione di questi giorni sugli autori e le autrici si complica se chiamiamo in causa l’intelligenza artificiale. Resoconto di una polemica recente che vede protagonista la premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk (da queste parti molto amata). 
Riassunto. Qualche giorno fa Tokarczuk partecipa a un evento, Impact, dove fa, o farebbe, queste affermazioni: 
“Contrariamente ai timori generali, credo che noi scrittori, data la natura specifica del nostro mestiere, saremo i più rapidi e incisivi nell’interagire con strumenti come l’IA. Le nostre menti letterarie funzionano in modo completamente diverso dalle altre, perché il nostro lavoro si basa su una vastissima rete di associazioni fra fatti eterogenei, che è estremamente diversa dal pensiero ristretto degli accademici. Ho acquistato la versione più avanzata di un modello linguistico e sono rimasta profondamente sorpresa da quanto abbia ampliato i miei orizzonti e approfondito il mio pensiero creativo”.
Segue intemerata di Lauren Groff e altri. Segue smentita di Tokarczuk, che spiega di utilizzare l’AI solo per le ricerche.
Tutto questo, però, mette in ombra la parte più importante del discorso della premio Nobel per la letteratura:
“Sembra che il mondo, con la sua inerzia distruttiva, non meriti più romanzi lunghi e impegnativi. Il numero di persone disposte a leggere libri del genere si sta semplicemente riducendo. Un tempo c’era una richiesta, mentre oggi l’idea di leggere un libro lungo è una sfida davvero scoraggiante per molti, e mi capita spesso di constatare che i lettori conoscono il finale de “I libri di Jakub” dai riassunti che trovano in rete. Non sono interessati a proseguire nella lettura, ma ci sono argomenti che non si possono trattare in breve. Il mondo è semplicemente e  incredibilmente complesso”.
Questo mi pare il punto reale: numero uno, la perdita di interesse generale per romanzi lunghi e soprattutto complessi, la crescita dell’interesse per l’autore o autrice guru, sempre pronto a scendere in campo su ogni battaglia: il che da una parte può essere un bene, ma se va a scapito di quanto scrive, è decisamente un male.

Oggi nella piccola palestra dove tre mattine a settimana vado religiosamente a fare la mia ginnastica posturale abbiamo registrato un video a uso interno: era una lezione  “sulla sedia” e  a ritmo di musica. Ci è stato chiesto se volevamo fare una diretta Instagram e io sono quasi caduta dalla sedia medesima. Un po’ perché ho pensato a voi del commentarium che vi sareste sganasciati per giorni vedendomi annaspare al ritmo di Shoo-wop sha whada whadda yippidy boom da boom/Chang chang, changity chang shoo bop (è Grease, giusto). Un po’ perché mi sono detta: ma diamine, questo è un mio momento privato, dove provo a prendermi cura del mio corpo dopo gli acciacchi degli ultimi mesi, e dunque posso indossare vecchie magliette e pantaloni della tuta ed essere goffa, sgraziata, struccata e scarmigliata (quello lo sono sempre).
Insomma, ho detto no e poi no, da brava rompiscatole, e poi mi sono anche detta che tutto questo ha a che vedere con i discorsi fatti sul Salone.
Ora, sia chiaro.
Io non ho interesse a parlare del Salone in quanto Salone, ci lavorano bravissime persone e hanno fatto tutto il meglio che si poteva fare e hanno avuto il meritato successo. Ed è per questo che sempre stamattina ho rifiutato di partecipare a una discussione radiofonica sul Salone in sè. Quello che mi interessa è il meccanismo che porta sempre più a identificare, come detto, il corpo dello scrittore come meta, e, cosa non secondaria, il dover documentare l’esserci, fotografando, facendosi fotografare e diffondendo le foto. Cosa che faccio pure io, sia chiaro, perché al solito siamo tutti freaks sotto lo stesso tendone, nessuno escluso.
Quindi, questa inesorabile trasformazione del privato in esposizione pubblica fa parte del discorso, secondo me.
C’è una profonda mutazione in atto, come hanno scritto Mario De Santis e Andrea Colamedici. Ne siamo consapevoli? Secondo me no. E non ho nulla, nulla in contrario all’esserci: il mondo della rete è così smemorato che ieri qualcuno ha capito che io sono contraria alla presentazioni, quando invece ho sempre scritto che sono indispensabili. Purché ancora una volta si sappia quel che si fa, quali sono gli intenti, quali sono le strade possibili.
Insomma, non sono tempi in cui si poté essere distratti (gentili sì, magari).

Ero partita con l’idea di scrivere qualcosa sui corpi, sul vedersi, ma anche sul come vedersi e incontrarsi. Ero partita, cioé, con una riflessione sul Salone del Libro, già anticipata ieri sera su Facebook. Ho letto stamattina l’articolo di Concita De Gregorio sulla “leggerezza dell’esserci” che parlava dell’importanza di essere presenti con i propri corpi in reazione alla loro smaterializzazione nel mondo digitale.
E però mi sono chiesta, per esserci, benissimo, ma come? Per la gioia, va bene. Ma per altro? Per il conflitto, per esempio? Un conflitto buono, positivo, che fa crescere?
Allora, mi sono ricordata che domani saranno dieci anni dalla morte di Marco Pannella. E ho deciso di proporvi una lettura.  E’ la prefazione al libro “Underground a pugno chiuso!” di Andrea Valcarenghi. Arcana editrice, luglio 1973. Leggiamo, riflettiamo, rilanciamo (intendo: non si torna indietro, ma forse si può fare il passo di lato che ci faccia uscire dallo schema che ci sfinisce.
“L’etica del sacrificio, della lotta eroica, della catarsi violenza mi ha semplicemente rotto le balle; come al “buon padre di famiglia”, al compagno chiedo una cosa prima d’ogni altra: di vivere e d’essere felice. Penso, personalmente, che avendo un certo bagaglio di speranze, di idee e di chiarezza non solo questo sia possibile, ma che non vi sia altro modo per creare e vivere davvero felicità. Ma esser “compagno” (come esser padre) non è scritto nel destino né prescritto dal medico. Se le vie divergono, lo constateremo e cercheremo di comprendere meglio. Ma basta con questa sinistra grande solo nei funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste, nelle celebrazioni: tutta roba, anche questa, nera: basta con questa “rivoluzione” clausevitziana, con le sue tattiche e strategie, avanguardie e retroguardie, guerre di popolo e guerre contro il popolo, di violenza purificatrice e necessaria, di necessarie medaglie d’oro; la rivoluzione fucilocentrica o fucilo-cratica, o anche solo pugnocentrica o pugnocratica non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue. Non solo il “Re” ma anche questa “Rivoluzione” vestita di potere e di violenza è nuda, Andrea.”

Con quale spirito sto per andare al Salone del Libro? Sarà solo sabato pomeriggio, alle 16.45 per parlare con Roberto Saviano dei vent’anni di Gomorra e alle 18.15 per i trent’anni di Stile Libero. Si potrebbe dunque pensare che il mio sarà uno spirito celebrativo, con una punta di nostalgia. Non è esattamente così: certo, venti e ancor di più trent’anni fa spirava un’altra aria, era possibile immaginare possibilità e futuri diversi, e non solo in letteratura. Mentre rileggo e prendo appunti e ricordo, penso che dovremmo pur affrontare, prima o poi, la nostra stanchezza: non mi permetto di parlare per tutte e per tutti, ma se avverto uno spirito del tempo, è esattamente quello. Una stanchezza che viene da abbastanza lontano e con cui ancora (lo so, sono noiosa) non abbiamo fatto i conti.
Ricordate? Cinque anni fa, dunque al secondo o terzo lockdown, non ce la facevamo più.  Voi e io, qualunque sia la situazione, se c’era il privilegio di un lavoro e di una casa o no, se c’erano figli o no, se quei figli andavano a scuola o no, se eravamo solissimi o ammucchiati in quattro o cinque in due stanze. Eravamo appunto stanchi, tristi, inquieti, dormivamo male, ci svegliavamo all’alba, ci intorpidivamo in serate alcoliche o televisive, uscivamo con circospezione, scalpitavamo, non ci ricordavamo quasi com’era prima, e prima, al tempo, era l’anno precedente, soltanto un anno, e passata la scarica di adrenalina dei primi mesi provavamo a convivere con un trauma che si è allungato fino a imprigionarci.
E dunque? Dunque  ecco come vanno le cose. Non solo non abbiamo impedito che il mondo si incrinasse, ma nuove guerre, ancora più sanguinose, sono apparse al nostro orizzonte stringendoci sempre più da vicino, e poi c’è tutto quello che non è cambiato, e anzi è peggiorato in moltissimi casi. Ma per progettare un futuro ci vogliono tre cose, tre stati d’animo che non a caso David Foster Wallace ricordava nella famosa lezione agli studenti: “compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose”. 
Invece di mangiarci gli uni con gli altri, invece di accusare gli altri di privilegio, o comunque, come diceva ancora Wallace, di INTRALCIARCI, così, scritto in maiuscolo, possiamo scegliere di guardare le cose in un altro modo. E’ solo così che possiamo sperare, almeno credo, almeno provo a credere.

Partiamo dalla fine: ho letto Arkansas di Chiara Tagliaferri, e fatelo anche voi, qualunque sia la vostra opinione sulla gestazione per altri e qualunque visione del mondo voi coltiviate. E’ un romanzo, sì, ma è un romanzo politico e non semplicemente un memoir su come Lula è arrivata dai suoi genitori, Chiara e Nicola: e a mio parere non ha proprio nulla a che fare con tutte le accuse, i giudizi, gli insulti e i disdegni, anche di parte dei femminismi. Perché ha un romanzo che si riassume in una parola semplicissima, e la parola è amore.
Com’è Arkansas? E’ un romanzo scritto in modo impietoso verso se stessa, dove ogni parola, ogni pensiero, sono fatti per non concedere attenuanti ai desideri, le paure, i ripensamenti. Come in Strega comanda colore, questa è la storia di una donna che è cresciuta desiderando, appunto, e cercando bellezza, e che non ha mai avuto paura di raccontarlo, sapendo benissimo che la bellezza è fatta di ombre, e il dono e forse il compito di chi scrive è di riconoscere quelle ombre e quegli abissi e di restituirli con sincerità. 
E’, come dicevo, un romanzo politico, perché fa comprendere fino in fondo come funziona la GPA e come è regolamentata in altri paesi e quanto sia  ossessivo e ingiusto e insomma privo di pietà e comprensione limitarsi a dire “ok, reato universale”. Ma non è un romanzo ideologico: è una storia, con tutte le emozioni e le passioni che le storie portano con sé.
Se potessi chiedere un favore, direi solo: prima di parlare, leggetelo. E dal momento che non succederà, aggiungo solo una nota personale. Ci sono molti dinosauri in questo libro: all’inizio sono un piccolo acquisto che Chiara fa da un gruppetto di bambini che vendono giocattoli, i dinosauri sono tre, uno rosa, uno giallo screziato e uno verde. Il terzo potrebbe essere il figlio o la figlia della coppia Chiara-Nicola, ma a un certo punto sparisce, sottratto da una bambina in visita. E poi ci sono i dinosauri raccontati dalle persone vicine, quando Lula è nata: un brachiosauro in fibra di vetro intravisto in aeroporto e un brontosauro bambino, Piedino della Valle incantata. 
Sono sempre stata convinta che  i dinosauri e i bambini si capiscano subito: i miei figli li amavano e li amano moltissimo ancora oggi, e a gennaio, quando sono andata a Londra con Carlotta, l’ho seguita al Museo di Scienze Naturali entusiasmandomi a ogni rettile (finto) e persino a ogni scheletro (vero) in cui ci imbattevamo.
I bei libri fanno scintillare l’amore che provi con l’amore che raccontano. Non dovrebbe servire altro.

C’è un particolare che davvero non capisco nella discussione sull’AI, che è necessaria, e che sarà lunga, e che non può essere risolta a suon di battutacce. Il particolare riguarda tutte le invenzioni che nella storia dell’umanità hanno suscitato timori, e che vengono usate per irridere chi esprime dubbi. Sciocchi che siete! Guardate al passato! La scrittura! Socrate (e Platone) temevano che gli esseri umani avrebbero impoverito la loro memoria e la loro capacità di dialogare. La stampa! La ferrovia! La bicicletta! E l’elettricità? Tutti ne sono stati terrorizzati, e Mary Shelley non avrebbe scritto Frankenstein se gli esperimenti galvanici non avessero suscitato timore. Ma ci serve! E vogliamo parlare dell’editoriale che il 25 marzo 1878 il New York Times riservò a Edison per il fonografo?
Se il ragionamento è questo, bisogna metterci anche i rischi reali. Il test nucleare Castle Bravo nell’atollo di Bikini del 1954, per esempio, che contaminò gli abitanti delle isole adiacenti; e senza voler citare Hiroshima e Nagasaki, e Chernobyl e Fukushima in altro senso, bisognerà pur ammettere che qualche conseguenza negativa c’è stata. 
Ancora. L’amianto, che è stato usato in edilizia fino a che non è stato messo fuori legge (tardissimo in Italia: era il 1992) lasciandosi dietro la sua scia di morti. O, che so, il talidomide, di cui ben racconta Azzurra Tafuro nel suo “Un’altra storia dell’aborto”: era raccomandato come tranquillante e antinausea alle donne incinte, ma risultò teratogeno per i feti, con le catastrofi che oggi abbiamo dimenticato. 
Infine, il DDT, giudicato miracoloso in agricoltura finché Rachel Carson, nel 1962, scrisse “Primavera silenziosa”, raccontando come il “miracolo” avesse portato quasi all’estinzione intere specie animali, e non solo.
Naturalmente posso andare avanti anche io: e sottolineo che l’AI è una innovazione ancora più complessa e potente di quello che a oggi immaginiamo, e per giunta concentrata nelle mani di tecnocrati bilionari, e non sempre a posto con la testa, se posso. Nessuno vuole “fermare il progresso”: bisogna però discuterne moltissimo. Ma bene: non dando dell’imbecille a chi prova a dire che non tutte le invenzioni umane sono state portatrici di un futuro radioso (semmai, a volte, radioattivo). 

E dunque i quotidiani e tutti gli organi di informazione, e non solo, tornano a occuparsi di contagi, contatti, quarantene, dopo il caso Hantavirus. Non è certo mio compito ragionare su questo dal punto di vista medico e scientifico, perché altri lo faranno meglio di me. Però un paio di riflessioni sul nostro grande rimosso hanno senso.
Anche perché è maggio, e sei anni fa eravamo storditi dai mesi del lockdown, e anche se abbiamo dimenticato abbiamo comunque vissuto  lo smarrimento, l’incredulità delle strade deserte, i cieli pieni di uccelli, il silenzio. Ma anche: gli inviti, pure istituzionali, a denunciare gli assembramenti e comportamenti ritenuti scorretti via portale, whatsapp, post su Facebook. Ma anche: le riunioni via zoom, il Salone del Libro on line con la lezione di Alessandro Barbero sulla peste. Si chiamava “Conseguenze inattese”, ed era in collegamento da una Mole Antonelliana deserta.
C’è un articolo molto bello che ho già citato,  uscito nel 2007 su The Believer (Isbn). E’ di un giornalista americano, Jyoti Thottam, e si intitola La peste come linguaggio. Il punto di partenza non può che essere la Susan Sontag di  Malattia come metafora, laddove il linguaggio militaresco che “riempie di senso” la malattia “non fa che isolare chi ne soffre”.  Ma cosa succede quando quel linguaggio militaresco non riguarda più il cancro, e dunque il singolo in quanto malato ma non contagioso, ma la collettività?
Conclude Thottam:
“L’unica metafora utile è quella di Dostoevskij. I sogni, dopotutto, funzionano secondo una loro logica. Possono mostrarci di cosa abbiamo veramente paura rappresentandolo con un’immagine di qualcos’altro”.
E oggi che sbirciamo notizie sull’hantavirus, dovremmo chiederci, di nuovo, se serve a qualcosa parlare del Covid? Sì, moltissimo. Serve come serviva allora lavarsi le mani. Perché abbandonarsi al flusso di notizie e contronotizie non ha fatto  che immergerci nell’abitudine all’eccezionalità. Occorre sempre guardare quell’eccezionalità negli occhi, e sapere esattamente dove siamo.
Lo ha fatto, per esempio, Le Monde Diplomatique, in un articolo che riflette sul confinamento, e dice: “La chiusura della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni”
Noi non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo. Ed è un virus, anche questo.

Tornerà Gita al Faro: grazie a tutti coloro che hanno contribuito, saremo infine e di nuovo a Ventotene dal 17 al 20 giugno. Dico saremo, perché ci saranno sei autori e autrici (più uno, anzi più due e tre e quattro: ma di questo si dirà) i cui nomi saranno svelati fra una decina di giorni. Per festeggiare, però, un piccolo regalo: è parte della mia introduzione a L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, che trovate nei tipi di Nutrimenti. 
“Ci vuole una vista speciale per raccontare i tanti strati di Ventotene, intanto, e per vedere dietro le case “attintate di giallo” e di rosa, dietro le persiane verdi e i balconi, e anche per saper guardare il finocchio marino e l’elicriso in fiore, e la ginestra e i gerani e le bocche di leone della primavera che l’accoglie: “Ma qui in piazza la primavera nessuno la vuole più. Che rimanga con i suoi capricci in cielo, confinata o esiliata, e lasci libero il passo all’estate”.
  Perché la Ventotene di Ramondino è quella che sta passando da luogo remoto a meta turistica: due anni prima era arrivato nelle sale Ferie d’agosto di Paolo Virzì, e aveva già rappresentato quella trasformazione ancora biforcata, da una parte gli innamorati della storia e della natura, dall’altra i festaioli chiassosi e irriverenti per i quali si provvede ad abbellire l’isola e a rinfrescare le case aspettando che sbarchino da traghetti e aliscafi e, in tempi meno turistici, ci sono anche gli uomini che giocano ai war games, o i cacciatori di frodo che a volte pernottano nelle celle del vecchio carcere, “usando le reti arrugginite dei letti rimasti, lordando gli angoli di escrementi, le mura di disegni osceni o di scritte, i pavimenti sconnessi di lattine, bottiglie, scatolette vuote, di piatti e buste di plastica, di preservativi e siringhe”. E così è stato: almeno fin quando un uomo straordinario come Salvatore Schiano Di Colella si è posto a presidio e narratore di Santo Stefano, custodendone la memoria con ostinazione e amore. Chissà se Ramondino lo ha incontrato. Forse no, perché nel 1998 Salvatore era un giovane uomo e non aveva ancora iniziato a lavorare come operaio negli scavi di villa Giulia, e alla sua nascita il carcere era chiuso da quattro anni, e lui non aveva dunque vissuto la paura doppia di cui parla Ramondino, quella dei carcerati e delle guardie, paura, diceva, cui “si è sostituita l’estraneità e la diffidenza tra turisti e isolani”.

Poi, non è che io sia una santa.
Non sono immune, ovvero, da tutte le passioni tristi che osservo negli altri.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di frequentazione del mondo dei libri e altrettanti, direi, del mondo dei social, è contare fino a dieci. Non riesce sempre, intendiamoci, perché appunto non sono una santa, e magari i santi non esistono e neanche, chissà, servono. 
Però, ho imparato a riconoscere quando le polemiche vengono avviate con l’idea non di discutere davvero ma di piantare un casino, oppure di sfogarsi e dire apertamente quello che si pensa senza mediazioni. Questa mattina mi sono trattenuta dall’intervenire in un paio di discussioni, perché non avrebbero portato molto in là.
E allora non si scrive più niente? E allora ci si lascia andare in questo mondo di ladri e per fortuna almeno non ci sono gli eroi? In un mondo che, ma guarda quanta gente si sveglia adesso, si sta autoavvitando su se stesso? 
No, affatto. A parte che, volendo essere pignolissime, di quella crisi e di quel distacco della letteratura della realtà ho personalmente scritto centinaia di volte fin ad annoiarmi da sola. E non mi tiro indietro se c’è da parlarne di nuovo: ma per quel che mi riguarda preferisco scegliermi le cause su cui vale la pena impegnarsi. E sinceramente, quando sento puzza di chiuso, preferisco aprire le finestre.
E ci sono altre due cose nel piccolo mondo dei libri così come in quello grande, che dovremmo imparare: la prudenza e la pietà. Concederci la fragilità dello spavento o della delusione, sempre, ma provare a non alimentare le risse, perché ce ne sono già troppe, e in moltissimi casi non servono. Per dire, la polemica sul trailer dell’Odissea di Nolan mi interessa pochissimo: andrò a vedere il film  e dopo dirò la mia, ma adesso, onestamente, accapigliarsi serve solo a passar tempo davanti a uno schermo.
Non mi sto trasformando in cavaliere jedi, gente, sto solo cercando di essere lucida, sto cercando di tirar fuori da me stessa qualcosa di buono, per nascosto che sia: perché questi non sono tempi da trascorrere prendendoci a morsi per delle sciocchezze, direi.

Loredana Lipperini
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