Come (spero) molte altre persone sono esterrefatta dall’accanimento della televisione sulla terribile storia del bambino a cui è stato trapiantato un cuore “guasto” per una catena di errori sconcertante. Ma questa storia non dovrebbe essere raccontata a Domenica In, con Mara Venier di azzurro vestita che incalza la madre del bimbo, o a Cartabianca con l’attesa del parere dei medici su un possibile nuovo trapianto. Giustamente Antonio Dipollina, su Repubblica, ha parlato di Vermicino 4.0, con le dirette, gli auricolari, le domande e tutto quello che caratterizza la televisione del dolore. Che ci si auspicava estinta, ma che non è mai scomparsa.
Però dovrebbe esistere il rispetto. Dovrebbe esserci un freno alla miscela di sofferenza e spettacolo che ci viene proposta quotidianamente, e che è ormai la cifra non solo della televisione, perché anche sui quotidiani, anche sui giornali on line si mischiano la confessione sentimentale di questo o quello e Gaza, la tartaruga che si getta dalla rupe e le dichiarazioni di Nordio. E’ una pappa appiccicosa che rimane piantata nella gola, e non va su né giù, e ci nutre da troppi anni. Non basta spegnere la televisione, per inciso, perché quei video e quelle storie si ripropongono nei social, o via mail persino, o nelle telefonate di chi ti dice “hai visto?”. E non si può essere sempre Walden.
Però si può essere il Comitato etico media e minori. Perché esporre un bambino o una bambina a questa roba, qualora siano davanti alla televisione, fa malissimo, esattamente come lo faceva, molti anni fa e in prima serata, il Bruno Vespa che si chiedeva “zoccolo o mestolo?” per introdurre la puntata sul delitto di Cogne. E’ sempre quella roba là, un po’ azzimata, un po’ al passo coi tempi. Ma fa sempre orrore.
Anche io ho la mia personale maratona su Umberto Eco, a cui ho guardato fin da ragazza con ammirazione, sperando di imparare almeno un po’ dal suo sapere e dal modo di guardare il mondo. Ho conservato dunque tre interventi, piccoli e grandi, a ritroso nel tempo, che vi ripropongo qui. E noterete quanto ci parlino ancora, e con quanta lucidità.
“Distinguere tra discorsi seri e discorsi frivoli, tra notizia d’ interesse generale e pettegolezzo irrilevante, diventa un dovere etico dei mezzi di massa, al di là di ogni calcolo di “audience”. Può darsi che a un certo punto uno scandalo apparentemente minore, come quello della collana di Maria Antonietta, possa diventare sintomo e forse concausa del crollo di un regime. Sono i casi in cui il pettegolezzo entra nella storia, e saper riconoscere per tempo (e non con troppo e frettoloso anticipo) questi casi, è grande arte e responsabilità giornalistica. Ma guai affidare il servizio a Cagliostro”.
E’ del 1992, e andrebbe letto pensando all’irruzione degli aggiornamenti della cronaca, anche tragica, all’interno di Domenica In.
The Minority Report , il racconto di Dick che parla esattamente di quel che avviene ora, ha la mia età: quest’anno compie settant’anni, ed è stato pubblicato nel 1956 su The Fantastic Universe. La storia è nota: ci sono mutanti, detti precog, che riescono a prevedere il futuro entro un tempo limitato e dunque a individuare i crimini prima che vengano commessi. La polizia predittiva lavora dunque sull’individuazione del potenziale assassino, o criminale, prima che diventi tale: “la punizione non è mai stata un deterrente significativo e difficilmente avrebbe potuto offrire conforto a una vittima già deceduta”.
Quello che forse non è noto a tutti è che la polizia predittiva esiste veramente, almeno dagli anni Zero, in diversi paesi del mondo. Anche in Italia, come racconta Puliafito nel suo articolo su Internazionale, scritto un anno fa.
Perché parlarne oggi? Perché mi è ricapitato fra le mani l’intervento di Philip K. Dick alla Vancouver Science Fiction Convention, nel 1972. Si intitola L’androide e l’umano, e prefigurava già uno stato di polizia. Diceva fra l’altro:
“La società totalitaria immaginata da George Orwell in 1984 dovrebbe essere ormai arrivata. I gadget elettronici sono qui. Il governo è qui, pronto a fare ciò che Orwell aveva previsto.
Cosa voglio dire? Una cosa banale e una meno: quella banale è che dovremmo dare ascolto alla letteratura fantastica, quando sa parlare, perché dice di noi fatti e incubi che non si sono ancora realizzati. Quella meno banale, ma ripetuta mille volte, e anche ieri, è che quando la letteratura, ma anche il cinema, e l’arte in assoluto, si occupano solo di se stessi, rischiano di perdere una delle possibilità più importanti che sono date ai visionari. Restituire le mutazioni del mondo. Tutto qui.
La domanda è semplice, e forse anche inutile, perché nel momento stesso di porla si presume che esista sempre e comunque una letteratura che sopravvive a chi la scrive, e come è noto e pure giusto tutto questo è imponderabile almeno dai tempi in cui Oderisi da Gubbio, nel canto XI del Purgatorio, mette in guardia Dante dai pericoli dell’ambizione e dal desiderio di fama.
Però questa mattina ho letto un articolo scritto da Carlo Pizzati per Repubblica: Pizzati è un giornalista, un reporter, un viaggiatore e uno scrittore, giustamente – mi sembra, almeno – lontano dalle infinite discussioni sul romanzo e la letteratura di questi anni. Che però stavolta affronta il tema dell’autofiction (o memoir, o chiamatelo come volete) intesa come salvezza:
“Se l’originalità è morta, se le grandi narrazioni sono esaurite, è ancora possibile dire una verità parziale ma autentica: quella di una coscienza specifica che trasforma la propria precarietà esistenziale in strumento di conoscenza. È l’unica forma di resistenza rimasta”.
Sul punto, ripetendomi, scrivo un paio di cose. Ma quello su cui non concordo è la sintesi con cui si liquidano oltre vent’anni di letteratura italiana: i cosiddetti cannibali non erano tutti giovinotti di buona famiglia privi di disperazione autentica. Bisogna intendersi su chi si intende per “cannibali”, al di fuori della famosa antologia, ma dire che tutta la letteratura degli anni Novanta, e Zero, non sia stata vitale è sconcertante. Fare l’elenco è sciocco (ma tanti nomi mi frullano per la testa e ne faccio uno solo, uno: Vitaliano Trevisan non è stato vitale? Ma veramente?), così come è purtroppo ininfluente notare che fra i grandi nomi letterari non appare una sola scrittrice (Morante? Ma davvero? Ortese?), anche se so che scrivendo queste precise parole tutto questo lungo post sarà ridotto a “eccola là, la solita femminista che mi attacca sulle quote rosa”. Pazienza, ci ho fatto il callo.
E’ un peccato che di quell’epoca vitalissima, invece, che sono stati i vent’anni tra la metà dei Novanta e la fine degli anni Zero rimanga solo la definizione di scopiazzatori cinici: ma chi ha attraversato di persona quel momento dovrebbe forse interrogarsi su quanto la nostra percezione sia diversa da chi la osserva oggi.
Ma poi, pazienza. Come diceva Oderisi,
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
Ricominciano le partenze: domani pomeriggio sarò a Reggio Emilia per chiacchierare con Giulia Paganelli, ed è una gioia. Venerdì a Torino, per cose di scrittura, sabato a Moncalieri per Rivelazioni, grazie a Nicola Lagioia, e in ottima compagnia.
Dunque il blog sarà aggiornato lunedì. Nel frattempo, una mia lettura dei racconti di Edith Wharton fatta per La Stampa, un po’ di tempo fa ma sempre valida.
“Come sarà per Shirley Jackson, Edith Wharton amava le case. al punto di dedicare loro il suo primo libro, scritto con l’architetto Ogden Codman Jr, che si intitolava La decorazione della casa. Quella di Wharton era a Lenox, Massachusetts, e venne decorata dall’autrice stessa, giardino incluso, dopo la fine del suo infelice matrimonio. Le case sono vive, e non solo la Hill House di Jackson sogna e aspetta (“Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta”), ma anche la villa di Dopo: “Ma la casa sapeva. La biblioteca dove trascorreva le sue lunghe serate solitarie sapeva […] e c’erano momenti in cui la coscienza delle vecchie pareti polverose pareva sul punto di dischiudersi per rivelare a voce alta il suo segreto”.
Naturalmente Wharton è moltissimo altro: anzi, è la scrittrice imprendibile, non incasellabile, che gioca con le questioni letterarie e si rappresenta segretamente nella Donna selvaggia, la creatura vitale che l’Eremita (in realtà Henry James, che la chiamava Scribbling Princess, Principessa Scribacchina) non potrà mai capire fino in fondo, perché è piena di vita e di curiosità, e per questo può infischiarsene persino dei canoni letterari, come fecero altre donne, Virginia Woolf (che non la amava), e Djuna Barnes. Selvagge anche loro, in modo diverso.”
A sedici anni si ha il sacrosanto diritto di essere imperfetti, anche se di questi tempi i sedici anni, e tutta l’adolescenza, sono talmente sotto sorveglianza che è difficile anche dirlo, ed è persino difficile per me, che ne ho quasi settanta, perché appunto le giovani persone sono vivisezionate, passate alla lente del talk show psicologico e giudicati da editorialisti pensosi. E’ nella forza e nell’ordine delle cose.
Così come è nella forza e nell’ordine del capitalismo usare e sfruttare i gusti e le scoperte dei giovani: nei tempi lontani, si trattava di portare l’hippie in pubblicità, i capelli lunghi sulle copertine dei primi magazine specializzati, e così via. Oggi è tutto molto più complicato.
Leggo molto, in rete e su carta, molti, troppi discorsi sui giovani. Noi che rivendicavamo il nostro anticonsumismo (a parole), condanniamo il loro. Noi che ci intrappolammo, come diceva ancora Pasolini, nel nostro mondo a parte, rivendichiamo quel mondo a parte come l’unico possibile. Vorremmo che i nostri figli fossero il nostro specchio: ma i figli sono altro da noi. Ci innamoriamo di quella che vorremmo la loro perfezione, invece di amare la loro unicità. E chiediamo conforto gli uni agli altri, come i pescatori di Raymond Carver che si fanno forti della non scelta del resto del gruppo per rimanere a prendere pesci quando scoprono il corpo di una ragazza annegata, invece di tornare indietro a chiedere aiuto.
Per questo non mi turba più di tanto la famosa copertina Einaudi di Cime tempestose, adottata in occasione dell’uscita del film. Fa credere che il romanzo di Brontë sia un romance? Sì, e il romanzo non lo è e chissà, magari sarà l’occasione giusta per scrollarsi di dosso l’idea che le storie debbano avere un finale lieto. Il fatto è che sarei un po’ stufa di tutti i discorsi sui giovani che vanno di pari passo allo sfruttamento dei giovani: il mondo delle booktoker è stato depredato da giornali, librerie e festival, e quasi nessuno ha detto lasciamole in pace, anzi, si è plaudito all’apertura. Finché, come sempre avviene nelle culture giovanili, nascerà qualcosa di nuovo, e quel nuovo sarà per un po’ nascosto, e poi verrà depredato di nuovo.
Zoe aveva 17 anni, è andata a una festa, ha incontrato Alex, il quale sostiene che avevano avuto una relazione anni prima. Si allontanano parlando, poi lui la colpisce :”All’improvviso, non so per quale motivo, le ho sferrato un pugno”. Più tardi corregge: “Non le ho dato solo un pugno, ma è stata una raffica veloce, solo con il destro”. A quel punto si rende conto che la ragazza sta male e invece di soccorrerla la getta nel fiume, ancora viva. Poi incolpa il solito ragazzo di colore, per, dice, scamparsela.
Le narrazioni influiscono sulle azioni, si diceva ieri. La narrazione del femminicidio di Zoe è stata oscurata dal chiasso mediatico, e social, sul ripensamento di un mediocre comico a presenziare al mediocre festival di Sanremo, e dalle dichiarazioni in proposito della premier, che evidentemente non aveva tempo e voglia di parlare della morta ammazzata numero 8 del 2026 (siamo all’inizio di febbraio, vorrei ricordare). E’ fin banale ricordare che forse una premier dovrebbe pur dire qualcosa anche sulle ragazze stuprate e abusate da un gruppo di oligarchi, ma non sogniamo troppo. La premier deve parlare di Sanremo, come no?
Ma è troppo facile prendersela con la presidente del consiglio.
Diamo uno sguardo ai social. Battuta chiama battuta, e di certe cose (i femminicidi, gli Epstein files) non si vuol sentir parlare.
Per averlo fatto, a me è toccata la minaccia di un crick, a Maria Grazia Calandrone è andata peggio: anche lei ha parlato del verminaio di potere che protegge se stesso attraverso violenza e ignoranza, e di sistema Epstein. Per lei, il colpo finale del caricatore (cosa che spetta a una “comunista”!).
Ecco, questo è il clima. Ma, si sa, dobbiamo piangere sul povero comico che non sarà a Sanremo per sua decisione . Di questo sistema di violenza e potere, di nuovo, si tace.
Lo scrittore è William Sloane, che ha attraversato la prima parte del Novecento (nato nel 1906, muore nel 1974) trascorrendo una vita intera con i libri, sia come amministratore delegato della Rutgers University Press, sia come fondatore della William Sloane Associates. I due romanzi sono dunque To Walk the Night (1937) e The Edge of Running Water (1939), riuniti come The Rim of Morning nel 1964. Adelphi, che aveva già pubblicato il primo, Attraverso la notte, ora ci restituisce il secondo, sempre con la traduzione di Gianni Pannofino e il titolo La porta dell’alba.
Ed è puro post-Lovecraft: perché il tema caro a Sloane, e caro a tutti gli autori di fantastico da Mary Shelley in poi, è quello del limite che non va superato, perché anche accostandosi soltanto, anche sbirciando nella serratura della porta chiusa, si rischia la follia, o la morte, o peggio.
In questo caso a varcare il limite è il professor Julian Blair, elettrofisico di grande ingegno che, dopo la morte per polmonite dell’adorata moglie Helen, si ritira dall’insegnamento per isolarsi, insieme alla giovane cognata, in una cittadina del Maine che non è ovviamente la Derry di King, ma che è sgradevole persino più di Derry. Si chiama Brasham Harbor, ed è là che il suo allievo di un tempo, lo psicologo Richard Sayles, si reca dopo aver ricevuto un messaggio con cui il suo vecchio professore gli comunica di aver bisogno di un consiglio. Una volta arrivato a destinazione, Richard dovrà affrontare un tassista diffidente, una gigantesca dimora in gran parte in rovina, una strana donna massiccia e severa che si presenta come l’assistente di Blair e soprattutto un Blair semidelirante che lo interroga sui suoi studi. Sayles, in effetti, aveva lavorato insieme ad altri medici e psicologi alla misurazione degli impulsi elettrici del cervello in attività, e a quanto pare è esattamente questo che serve a Blair per completare la sua invenzione.
Che ha un fine perseguito da molti personaggi della letteratura fantastica che maneggiano incautamente l’elettricità: attraversare il varco tra la vita e la morte. Ma quel varco, come dice amaramente Sayles nel compilare le sue memorie, “è in grado di lacerare il tessuto dell’esistenza umana da cima a fondo, lasciandoci nudi ed esposti a un vento gelido come lo spazio interstellare. Una volta quel gelo mi ha sfiorato. So di cosa parlo”.
Un mio articolo uscito su Tuttolibri de La Stampa.
Non da oggi uno dei miei librai preferiti, ovvero Giorgio Gizzi in arte Harry Crum, scrive le cose giuste a proposito della crisi dell’editoria. In un post su Facebook dice infatti fra l’altro:
“I dati diffusi dal’AIE a fine gennaio sull’anno appena trascorso non sono affatto buoni, specie se si pensa che quel 3% di libri in meno acquistati in Italia (-2,1% a valore) si raffronta con un 2024 – definito all’epoca ‘orribile’ e ‘preoccupante’ – in cui il nostro Paese aveva perso un milione di lettori (stessa fonte)”. E aggiunge: “La lettura ha a che fare con la democrazia. Con la capacità di comprendere la realtà. Se non c’è lettura siamo tutti più facilmente vittime delle autocrazie”.
Unisco qualche altra considerazione che riguarda la lettura e la capacità di comprensione: so di arrivare con qualche lustro di distanza, e con molta minore autorevolezza, rispetto a quanto diceva Umberto Eco, ma da ultimo constato ogni giorno di più come molti e molte non riescono a capire quello che leggono.
Qualche giorno fa ho letto un articolo del Post sui trent’anni di Infinite Jest. In fondo, dice la sua Martina Testa: “romanzi così grandi e impegnativi, ma capaci di ricompensare enormemente chi li legge, sono diventati una merce rara”.
Dunque, quella capacità di progettare di cui parla Giorgio Gizzi, capacità preziosa quanto mai, riguarda anche chi scrive e chi pubblica. Ma anche chi scrive online, vorrei dire. E’ una responsabilità comune che diventa urgente applicare, visto lo stato delle cose.
“Per difendersi dal gas grisou, i minatori di una volta portavano con loro una gabbietta con dei canarini, animali molto sensibili al gas. Se i canarini mostravano segni di soffocamento, era il momento di correre fuori dalla miniera”. Così Wikipedia. E’ la parte più debole che muore per prima, voglio dire. E c’è un sacco di gas in giro, da ultimo.
Questa mattina ho aperto Pagina3 leggendo il lungo articolo di Massimo Carlotto sul Manifesto, Una deriva securitaria della nera. Carlotto parte da quell’impressionante feuilleton che è il caso Garlasco per dire che la cronaca nera ha raggiunto un livello di spettacolarizzazione tale che condiziona la nostra percezione della realtà. Ad arte, naturalmente:
“vengono selezionati gli episodi di nera più eclatanti, che possono suscitare forti emozioni, meglio se provocano sdegno. Delitti relazionali, crimini più o meno violenti commessi da extracomunitari, preferibilmente maranza, truffe agli anziani, occupazioni di abitazioni. Il dato che emerge da sempre è che ovunque domina l’insicurezza, il cittadino ha paura. Le città sono preda dei delinquenti e di bande di giovani dediti alla droga, alla violenza, a comportamenti sociali devianti. E quindi le autorità devono intervenire, come deve intervenire il governo con leggi più severe. Ordine e disciplina. Non passa giorno che su tutte le reti non vengano promosse politiche securitarie: più polizia, più esercito a controllare le strade, oltre ovviamente a vecchie parole d’ordine, come la certezza della pena e carceri più dure. Propaganda precisa, efficace, martellante”.
Come si sfugge a questa macchina? Spegnendo la televisione? Non basta. Chiudendo i giornali? Non basta. Da anni e anni, ormai, il nostro modo di intendere il mondo sta virando nel terrore dell’insicurezza. E, come dice giustamente Carlotto, guarda caso non si parla più di mafie, criminalità organizzata, collusioni economiche e politiche della medesima.
Mi chiedo se il giallo e il noir, in Italia, siano ancora politici. In parte sì, in parte no. E’ vero che i gialli finiscono sempre nelle parti alte della classifica, ma quanto si sono accomodati in una forma più innocua, meno disturbante, di quanto avveniva vent’anni fa?
Discussione aperta.
