Adam Broomberg è un artista e un fotografo che a lungo, nei suoi lavori, si è occupato di guerra. Ieri, sui suoi canali social, ha detto la sua sul servizio di Annie Leibowitz per Vogue, e scrive fra l’altro: “In qualche modo, penso che queste immagini confermino il nostro bisogno di una visione binaria del mondo, i buoni e i cattivi, e di un modello obsoleto di eroi maschi con le loro donne che li supportano. Nel frattempo i giovani senza volto e per ora senza nome muoiono quotidianamente. Non fraintendetemi: non sto in alcun modo sostenendo Putin ma questa sessione fotografica alimenta tutte le idee patriarcali, eteronormative, tossiche che rendono la guerra inevitabile”.
Si può essere d’accordo o meno con Broomberg, certamente. Non è sufficiente avere una lunga storia di competenze sul punto, certamente di nuovo. Ma quel che sta avvenendo, su questa come su altre vicende, è che è diventato quasi impossibile dirlo.
Tutto questo è veleno. Lasciamo aperta la possibilità di discutere seriamente (serenamente è un po’ dura) su questo e altri punti, senza che scatti la trappola dell’appartenenza.

C’è un racconto di Ray Bradbury che segue una strada simile a quella intrapresa da Ursula Le Guin per Omelas. Responsabilità individuale e collettiva. E fato, certamente. C’è un uomo che viaggia con la sua famiglia. Non hanno soldi, non hanno neanche più benzina. Ma c’è una casa sulla loro strada, e il cadavere di un vecchio su un letto, e una falce posata contro il muro. E un foglietto, con cui Drew Erickson, il protagonista del racconto, apprende che potrà ereditare tutto, a patto di tagliare il grano, perché in quella terra  il grano cresce in modo discontinuo, e soprattutto marcisce appena viene tagliato. In cambio, avrà casa, animali, cibo per la propria famiglia. L’uomo, dunque, falcia, e il grano ricresce, velocissimo, e marcisce, e ricresce. Ogni giorno. Infine, l’uomo capisce cosa significa falciare.

Se diamo per assodato, e qui lo si fa, che la narrazione letteraria influisca sul nostro immaginario e possa, Valerio Evangelisti alla mano, addirittura ribaltarlo, scelgo James Holden come personaggio pacifista. Per chi non lo conoscesse, l’invito è di fare una visita a Montelago Celtic Festival, che è imminente (4,5,6 agosto) per ascoltare la lectio di Vera Gheno.
Holden è il protagonista di The Expanse, saga in sette volumi, pubblicata in italia da Sergio Fanucci, a firma di James S. A. Corey, pseudonimo dietro il quale ci sono Daniel Abraham e Ty Franck, già collaboratori di George R.R. Martin.

Nei giorni passati a ElbaBook (giorni benedetti, dove ho avuto la possibilità di rivedere vecchi amici e di partecipare a un bellissimo incontro su incanto e reincanto e disincanto con Wu Ming 1 e Mariano Tomatis), ho sentito nominare molto spesso Alex Langer.
Alla luce dei fatti recenti e soprattutto di quelli venturi, andrebbe riletto un intervento del 1987.
Dove dice fra l’altro: “Molto spesso la comunità locale può essere quella che dice “purché vengano i turisti, noi facciamo anche 7 sciovie e se c’è bisogno costruiamo anche un nuovo monte, perché il vecchio non basta più per la quantità di turisti che vorremmo ospitare”. Non e che automaticamente la comunità locale, l’autonomia locale sia risolutiva, ma se non si trova un ambito entro il quale (come in una qualsiasi comunità percepibile reale) le autolimitazioni hanno un senso, cioè non sono soltanto la paura della multa o della pena o della repressione, il discorso non regge. Se non si trova una dimensione in cui la ragione ecologica possa coniugarsi con la democrazia, allora probabilmente le virtù di cui parlavo prima rischiano di essere un nobile e minoritario esercizio di ascesi ecologica, un nobile esercizio di solidarietà, ma un esercizio probabilmente con in grado di invertire la tendenza, o per lo meno di rallentare o arrestare il degrado, cosa che d’altra parte vorremmo tentare di fare”.

Non tanto, non solo Eugenio Scalfari, ma quegli anni. Gli anni dei giornali su cui ha scritto o che ha fondato. Il Mondo, L’Espresso, Repubblica. Quegli anni in cui noi crescevamo, e noi credevamo.
Questo non è in modo alcuno un post nostalgico sulla giovinezza perduta. E’ però la preoccupazione per una perdita, questo sì: la perdita della possibilità di credere in qualcuno, in qualcosa, in un progetto.
Noi credevamo, appunto, che attraverso un giornale si potessero sventare i piani dei servizi segreti deviati, portare allo scoperto i fili di trame velenose, provare a costruire un mondo meno oscuro. Il fatto che oggi  non sia possibile credere, questo sì, innesca il rimpianto.

Ieri su Facebook si è discusso, anche, di parole. Quando ci si inoltra in una discussione linguistica, è facile che si badi al singolo termine e alla sua provenienza anziché al contesto in cui è inserito. L’ho sempre trovato un pericolo, culturale e politico. Dunque, oggi lascio da parte le mie parole per dare spazio a quelle di Nelson Mandela e al suo discorso del 1993 in occasione del conferimento del Nobel per la pace.
“Fate sì che gli impegni di tutti noi dimostrino che non eravamo dei semplici sognatori quando parlavamo della bellezza della genuina fratellanza e quando dicevamo che la pace era più preziosa dei diamanti, dell’oro o dell’argento.
Fate risorgere il nostro secolo”

C’è stata una guerra dell’acqua, una fra le molte, ma questa è da raccontare. Oltre vent’anni fa, il governo boliviano, per ottenere finanziamenti dalla Banca mondiale, accettò di privatizzare la fornitura idrica della terza città della nazione. Nel giro di pochi mesi gli abitanti di Cochabamba vedono aumentare le tariffe del 300%, mentre le condizioni precarie delle reti idriche e fognarie non subiscono alcuna operazione di mantenimento o miglioramento. La spesa media dell’acqua arriva così a toccare circa 12 dollari mensili, su un salario medio di 60 dollari. Viene vietata anche la raccolta dell’acqua piovana e privatizzate le fonti naturali gestite dai regantes, i contadini che storicamente sono i manutentori dell’acqua delle Ande.
Come va a finire? Male. Per la multinazionale.

Le parole possono essere più efficaci di un’arma? No, risponderanno in molti, e forse molti altri risponderanno sì. Questi sono giorni di fuoco, fuoco vero, dove molte zone di Roma vanno in fumo e anche le bancarelle di libri usati: il che, per molti, sarà poco significativo, ma quando i libri bruciano, come sono bruciati quelli della Pecora elettrica, la libreria nello stesso quartiere in cui si è sviluppato l’incendio di sabato, qualcosa luccica in fondo al cuore, che sia significativo o meno.
Dunque, mi torna in mente un giornalista e scrittore che nel Novecento provò a usare le parole per cercare qualcosa che gli era caro, la verità. Manlio Cancogni firmò uno degli articoli che hanno fatto la storia di questo paese:  uscì sull’Espresso dell’11 dicembre 1955, a pagina 3, con il titolo “Quattrocento miliardi”. Il titolo in copertina era “Capitale corrotta=nazione infetta”.

Questa mattina, e velocemente, cito un romanzo. La Storia di Elsa Morante. Non ritorno sulle polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita: e che comunque erano enormemente più degne delle miserie che leggo sui social post-Strega 2022 e che riguardano le ricrescite dei capelli delle ospiti (miserie che danno la misura della discussione e di chi la intraprende e delle piccolissime vite di chi mette mi piace). Ne prendo un passo, le parole di Davide Segre. Di più non serve.

Loredana Lipperini
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