Lo scrittore è William Sloane, che ha attraversato la prima parte del Novecento (nato nel 1906, muore nel 1974) trascorrendo una vita intera con i libri, sia come amministratore delegato della Rutgers University Press, sia come fondatore della William Sloane Associates. I due romanzi sono dunque To Walk the Night (1937) e The Edge of Running Water (1939), riuniti come The Rim of Morning nel 1964. Adelphi, che aveva già pubblicato il primo, Attraverso la notte, ora ci restituisce il secondo, sempre con la traduzione di Gianni Pannofino e il titolo La porta dell’alba.
Ed è puro post-Lovecraft: perché il tema caro a Sloane, e caro a tutti gli autori di fantastico da Mary Shelley in poi, è quello del limite che non va superato, perché anche accostandosi soltanto, anche sbirciando nella serratura della porta chiusa, si rischia la follia, o la morte, o peggio.
In questo caso a varcare il limite è il professor Julian Blair, elettrofisico di grande ingegno che, dopo la morte per polmonite dell’adorata moglie Helen, si ritira dall’insegnamento per isolarsi, insieme alla giovane cognata, in una cittadina del Maine che non è ovviamente la Derry di King, ma che è sgradevole persino più di Derry. Si chiama Brasham Harbor, ed è là che il suo allievo di un tempo, lo psicologo Richard Sayles, si reca dopo aver ricevuto un messaggio con cui il suo vecchio professore gli comunica di aver bisogno di un consiglio. Una volta arrivato a destinazione, Richard dovrà affrontare un tassista diffidente, una gigantesca dimora in gran parte in rovina, una strana donna massiccia e severa che si presenta come l’assistente di Blair e soprattutto un Blair semidelirante che lo interroga sui suoi studi. Sayles, in effetti, aveva lavorato insieme ad altri medici e psicologi alla misurazione degli impulsi elettrici del cervello in attività, e a quanto pare è esattamente questo che serve a Blair per completare la sua invenzione.
Che ha un fine perseguito da molti personaggi della letteratura fantastica che maneggiano incautamente l’elettricità: attraversare il varco tra la vita e la morte. Ma quel varco, come dice amaramente Sayles nel compilare le sue memorie, “è in grado di lacerare il tessuto dell’esistenza umana da cima a fondo, lasciandoci nudi ed esposti a un vento gelido come lo spazio interstellare. Una volta quel gelo mi ha sfiorato. So di cosa parlo”.
Un mio articolo uscito su Tuttolibri de La Stampa.
