Oggi è il 17 giugno, compleanno di Graziella De Palo. Un piccolo brano da “L’arrivo di Saturno”.
“Perché si avvicina un’altra catastrofe, è imminente il  turning point, la curvatura due dei fragorosi consumi culturali degli anni Ottanta. In quella manciata di giorni, Graziella diventava senza saperlo una figura di ieri, colei che quegli anni non avrebbe visto e sarebbe rimasta, per sempre, nel punto di passaggio, sulla soglia, nel nodo di tenebra.”

Qualcosa di personale. O forse no. Domani mattina parto per Trani. E dalla festa di Radio3, venerdì 14 alle 17.10, parlerò di voce. Non è il discorso del congedo, anche se quasi coincide, visto che il congedo effettivo è il 28 giugno (dunque, dopo Ventotene, condurrò ancora per cinque giorni).
E’ invece un racconto sulla voce, e soprattutto sulla voce delle donne: com’è noto, dai tempi antichi temuta e molto spesso sopportata, anche oggi. 
E’ anche un racconto su come la radio, per me, coincida con il vilipeso concetto di comunità, del raccogliersi insieme attorno allo stesso fuoco, per poi ripartire verso altre destinazioni.

In questi giorni ci sono state anche un paio di polemiche sul ruolo degli scrittori e delle scrittrici, sull’editoria, la letteratura e tutto il resto. Citato ieri in trasmissione, riporto qui quel che ne pensava  Albert Camus nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura, nel 1957. Lo so, altri tempi. Eppure.
“La missione dello scrittore è fatta ad un tempo di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. O, in caso contrario, lo scrittore si ritrova solo e privo della sua arte. Tutti gli eserciti della tirannia con i loro milioni di uomini non lo strapperanno alla solitudine anche e soprattutto se si adatterà a tenere il loro passo.”

MARIO, IL MAGO, NOI

1930. Siamo in Versilia, e la famiglia Mann assiste allo spettacolo dell’illusionista Cipolla, così abile nell’eloquio da destare grandi consensi fra il pubblico: “Parla benissimo, si constatò vicino a noi. L’uomo non si era ancora prodotto, ma soltanto le sue parole erano apprezzate come un lavoro; era stato capace di imporsi solo con questo”. Accade che Cipolla ipnotizzi il cameriere Mario convincendolo di essere la ragazza che ama. Mario lo bacia, si risveglia, uccide il mago. “ Un finale di terrore, un finale catastrofico. E tuttavia un finale liberatore: non seppi e non so fare a meno di sentirlo così”. Un anno prima, nel congresso del partito Nazionalsocialista a Norimberga, Hitler aveva parlato pubblicamente di eugenetica, sostenendo che “una rimozione media annuale di 700-800.000 dei più deboli di un milione di bambini significava un aumento del potere della nazione e non un suo indebolimento”.

SOSTIENE BOBBIO

Anche oggi archivio. Una cosa preziosa scritta per L’Espresso di aprile.
Chissà quanti, nel 25 aprile appena trascorso, avranno ricapitolato quel che ci sta avvenendo: silenziamento a colpi di querele degli intellettuali, censura televisiva ai medesimi, stretta sui giornalisti, manganellate agli studenti, diritti delle donne sempre più a rischio. Chissà quanti avranno ripensato a Norberto Bobbio e in particolare a queste parole: “Chi si rifugia, come in un asilo di purità, nel proprio lavoro, pretende di essere riuscito a liberarsi dalla politica, e invece tutto quello che fa in questo senso altro non è che un tirocinio alla politica che gli altri gli imporranno, e quindi alla fine fa della cattiva politica”. Sono del 1945.

I GENITORI DI ETHAN

Il 9 aprile scorso Jennifer e James Crumbley sono stati condannati a 10 e 15 anni di carcere per omicidio colposo. Sono i genitori di Ethan, il ragazzino quindicenne che tre anni fa sparò in una scuola del Michigan e uccise quattro compagni di classe. Ethan è già stato condannato all’ergastolo, mentre i genitori sono stati ritenuti colpevoli e, peggio, complici, per non aver capito che il figlio era in procinto di commettere una strage, ignorando un suo disegno violento e omettendo di custodire con attenzione una pistola presente in casa. Un precedente per tutto il paese, hanno commentato i giuristi. Lo è, ma non soltanto per il diritto: intanto manca, fra i colpevoli, il governo degli Stati Uniti e la sua politica nei confronti delle armi, da anni così ottusa da tollerare che il quaranta per cento delle famiglie possieda almeno una pistola. Peggio:  condannare per omicidio colposo i genitori significa considerare la famiglia una monade impermeabile al mondo, e dunque togliersi un problema, trovare il famoso capro espiatorio e, come faceva il generale Patton, continuare ad amare l’orrore e le macerie che si provocano.

DIRE LE PAROLACCE

Premessa non richiesta: dico le parolacce. Forse perché appartengo a una generazione dove la parolaccia era  trasgressione da far cadere casualmente durante il pranzo con le zie per vedere l’effetto che fa. Dico le parolacce, però, quando so di poterle dire: a casa, con amici e amiche, o quando mi scappano perché un’automobile passa correndo a un centimetro dalla punta delle mie scarpe. 
Non ne sono particolarmente fiera, intendiamoci: capita, quando ci penso mi rimprovero anche un po’, poi ripassa un’automobile a un centimetro dalle mie scarpe e io auguro al gentile guidatore di recarsi in un luogo non reperibile su Google Maps, ecco.
Però. Esiste una differenza che mi sembra a questo punto dimenticata fra discorso pubblico e discorso privato. E, no, non siamo negli anni Settanta di Zavattini e della sua provocazione radiofonica a due zeta. Nè, mi sembra, la parolaccia pubblica comporta la burinizzazione del mondo, né la solita divisione tra felici pochi e massa scellerata, dove i primi leggono Proust in treno e i secondi fanno i lanzichenecchi (cit.).
Mi sembra che l’uso della parolaccia in pubblico si debba a un motivo semplice quanto non nuovo: il cosiddetto popolo, di cui tutti facciamo parte, vive da un paio di decenni nell’equivoco che scambia spontaneità ed emotività della parola pubblica (ripeto, pubblica, sia essa scritta su un social, su un quotidiano, profferita durante un’intervista, pronunciata a un convegno) con la violenza verbale.

MICHELA

Oggi è il compleanno di Michela Murgia. Non riesco a trovare molte parole. Posto qui un breve articolo che è uscito sul Libro dell’anno di Treccani. Michela è con noi, ma non c’è, e questo è quanto.
“Per Michela Murgia la scrittura era politica. Non solo nei libri che ha scritto, tanti e importanti: da Ave Mary a Chirù, da Istruzioni per diventare fascisti, a Stai Zitta a God save the queer, e ancora il podcast Morgana con Chiara Tagliaferri, dove ha raccontato le donne di ogni tempo, fino a Tre ciotole, dove ha osato l’inosabile, raccontare la propria morte, con il coraggio e la gioia che solo una donna straordinaria poteva esibire.”

YOU LIKE IT DARKER

Molto velocemente, ma a tempo debito riassumerò le riflessioni che vengono dal pasticcio Buchmesse, oggi mi limito a postare la mia recensione a You Like It Darker di Stephen King, apparsa su TuttoLibri due settimane fa. 
Poi, ci sono i sogni.
L’incubo di Danny Coughlin è l’altro racconto lungo della raccolta: nasce davvero dall’incubo del custode di una scuola, che sognando scopre che nel terreno di una vecchia stazione di servizio è sepolto il corpo di una donna. Ma decide di andare a controllare, e scopre che è vero, ma sarà lui a finire in un incubo. “Cosa succederebbe”, scrive King, “se un uomo avesse un unico flash psichico? Un sogno che gli mostrasse dov’è sepolto un corpo? Gli crederebbero o penserebbero che sia lui l’assassino?”. I sognatori, infine, è una gemma sulla vecchia questione del fantastico: cosa succede quando una porta che deve rimanere chiusa inizia ad aprirsi, per colpa tua? Altro non si dice, se non che in controluce si intravede l’omaggio a Lovecraft e, a chiusura del libro, a quella che King considera la sua maestra, Shirley Jackson, e alla sua Hill House insana perché non sogna: “Il sonno della ragione genera mostri. Ho sempre pensato che questo tipo di sonno, e questi mostri, siano una componente necessaria della sanità mentale”. E’ vero, ed è vero che abbiamo disperatamente bisogno di storie così.

La discussione di ieri sugli anni Settanta che ha occupato tutta Fahrenheit, ha, spero, restituito quella che ne è stata la caratteristica: la volontà di cambiare se stessi insieme alla società, in ogni ambito. Letterario, sociale, politico. E personale, certo.
Per questo non è possibile raccontarli per dicotomie, anche se le dicotomie restano.
Per questo, ho trovato incredibilmente indicativo il messaggio dell’ascoltatore che, da figlio di divorziati, ha trovato “orribile” la legge sul divorzio. E’ la mia ferita, quindi parlo per tutti. Questi sono i nostri anni, e dobbiamo farci i conti, ogni giorno.
Ps. Nota personale. Ho ricevuto un altro messaggio ieri, che rimproverava, auspicando altre conduzioni, la mia “poca grazia”. Ma quella, Ursula Le Guin alla mano, è per me un onore. Perché rovesciare la caraffa del té, e anche, il tavolo, è qualcosa che mi rende fiera.

Loredana Lipperini
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