Non è che a questa discussione partecipino solo autrici e autori e chi studia fantascienza. Partecipano anche scrittrici come Giuliana Zeppegno, che ha esordito nella narrativa nel 2022 con il romanzo La luce che pioveva (L’orma editore), mentre il suo secondo romanzo, L’indignata, è uscito nel 2024 per TerraRossa Edizioni. Nel cassetto ha un terzo romanzo, dal titolo provvisorio Dalla parte del torto , e alcuni racconti, tre dei quali sono stati pubblicati su Minima &Moralia. Ma la narrazione “non realista” fa più fatica a trovare casa (e su questo avrei valanghe di testimonianze). 
Ecco il suo intervento.
“Mentre i romanzi detti letterari, realistici o “reali”, vincono i premi e sono recensiti sui supplementi culturali ma di fatto hanno un bacino di lettori e lettrici sempre più ristretto, la letteratura pop fantasy, romantasy, distopica o ucronica sembra andare economicamente a gonfie vele, tra il pubblico adolescente e non solo, tenendo in piedi un settore diversamente prossimo al collasso.
Ora la domanda è: per quale motivo l’editoria che si vuole letteraria snobba l’immenso campo di possibilità espressive racchiuse tra le pieghe del gotico, del fantastico, del surreale, della fantascienza, del fantasy? “Perché non venderebbe tra i lettori e le lettrici forti”, dice. Ma è proprio così? Sarebbe interessante capire se idee come questa hanno basi solide o non sono invece profezie che si autoavverano, come l’anatema sui racconti e tanti altri.”
“Il riconoscimento è una funzione cruciale nella letteratura, ma non è l’unica: un’altra è la sua capacità di creare ALTERITÀ, qualcosa che appunto caratterizza spiccatamente la fiction non realistica: la crepa che il fantastico apre nel mondo reale, il perturbante che penetra in ciò che è familiare rendendocelo estraneo, i mondi edificati quasi da zero del fantasy, l’immaginazione sociale di tanta fantascienza… 
Queste letterature, in tutte le loro ibridazioni, ci mettono di fronte a esseri e mondi altri; nel farlo distorcono l’io, lo destabilizzano, ne relativizzano la centralità e l’importanza, e spesso inscenano vari gradi di un “noi” a cui molta letteratura realistica mainstream ci ha disabituati.”

Ma cosa pensano le giovani persone che leggono e studiano letteratura fantastica? Sono molto felice di pubblicare l’intervento di Davide Lunerti, nato nel 1995, curatore indipendente e dottorando presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, attualmente in visiting research presso l’Universiteit van Amsterdam. Oggetto della sua ricerca è l’immaginario fantascientifico nella letteratura femminista degli anni ’60 e ’70 e nelle produzioni artistiche queer emergenti.Suoi saggi sono stati pubblicati in: Ultraqueer, Tlon Edizioni, Roma 2022; Queer Pandemia, Tlon Edizioni, Roma 2023; Rivoluzionari3, Tlon Edizioni, Roma 2023.
E in questo contributo va all’indietro: perché il pubblico italiano è scettico nei confronti della fantascienza?
“Fermo restando che, come già stato ribadito da menti più brillanti della mia, la fantascienza non è una gara a chi indovina con più esattezza il futuro (anche perché se fosse così moltissim3 autor3 preferirebbero augurarsi di non riceverne mai i premi) è divertente ricordare ancora una volta come Octavia Butler in Parable of the Talents avesse predetto, nel 1998, l’ascesa di un movimento di estrema destra negli Stati Uniti, indovinando persino l’acronimo completo dello slogan “Make America Great Again”. (Divertente quanto angosciante).”
“Credo che questa sfiducia sia comportata dall’istintivo, ma sistematico, rigetto per tutto ciò che non racconti una vittoria schiacciante, ovvero una futurità che non comporti un rovesciamento concreto e tangibile dell’intero sistema, che in sintesi vinca la guerra e uccida l’usurpatore. In sintesi, il bisogno di una soluzione unica, semplice, che si opponga a un unico futuro, per sostituirlo immediatamente e guidarci come un profeta verso il nuovo mondo. 
E credo che questa visione sia legata a una modalità antica, ma ancora piuttosto tenace, di pensare che il mondo proceda in una sola direzione possibile, e che quindi o ci aspetta l’apocalisse, o nel caso opposto, la salvezza. Questa mentalità, nostalgica delle “grandi narrative” di cui non è riuscita a superare il lutto, è sintomo di chi non ha mai concepito, o cercato di imparare, a “stare con il problema”, per dirla con Haraway: non cercare la soluzione che cambierà il mondo una volta per tutte e ci assolverà tutt3, che ad oggi appare improbabile, ma trovare soluzioni provvisorie, che ci permettano di resistere, giorno dopo giorno. Il futuro che immaginiamo oggi, anche se non si avvererà in modo esatto, sarà pietra d’angolo per il futuro che immagineremo domani.”

Mentre ero a Macerata Racconta la discussione sulla fantascienza e il fantastico è continuata: anche su La Lettura, che ieri ha ospitato un articolo di Vanni Santoni. Continua anche qui, con l’intervento di uno dei più grandi autori di fantastico in Italia. Ho amato la scrittura di Tullio Avoledo da quando, molti anni fa, lessi le bozze de L’elenco telefonico di Atlantide, e ho continuato a leggerlo (fatelo anche voi). Ecco cosa suggerisce contro la Monsanto delle lettere.
“La fantascienza non è una città cinta di mura: è una pianta viva che infila radici ovunque. Magari non ce ne rendiamo conto: ma quelle più nascoste sono spesso le radici più profonde, quelle che rompono la roccia come nei templi di Angkor Wat”.
“Nel 2019 ho partecipato, assieme ad alcuni degli scrittori di fantascienza da me più amati (fra cui Liu Cixin, Robert Sawyer e Ian McDonald) a una convention a Beijing organizzata dal governo cinese per avvicinare i giovani alla fantascienza. Stanno spendendo fantastiliardi, da quelle parti, per educare le nuove generazioni alla fantascienza. D’altra parte chi è stato a Shenzhen o in certi quartieri di Beijing sa che lì il futuro è già arrivato. Qui da noi, dove il Verbo letterario sembra rappresentato dall’autofiction o dalle saghe familiari, esistono ancora ferrovie locali come nei romanzi di Cassola.
I cinesi hanno visto giusto. Anche se hanno visto solo uno degli aspetti benefici della FS: quello di stimolare fantasia, innovazione, originalità. Ma hanno tralasciato di considerare che non c’è genere letterario più della fantascienza che sia adatto ai giovani, che più li prepari a rifiutare il pensiero semplice. Nessun ragazzo o ragazza che legga Ursula Le Guin sarà disposto a cedere alle lusinghe di un miles gloriosus o di un girasagre. E forse, alla lunga, neppure alle direttive del Partito. Il giovane lettore di fantascienza, contrariamente a quanto molti sembrano credere, è più intelligente della media dei lettori. E in questo senso diventa problematico per l’editoria italiana”.
“Contro questa/e Monsanto delle lettere bisogna agire come Kokopelli.
Sapete cos’è?
E’ una ONG francese fondata nel 1999 che agisce attraverso la disubbidienza civile, andando anche contro norme e regolamenti europei e nazionali, per proteggere la biodiversità vegetale. Salvando, moltiplicando e riproducendo semi liberi, biologici e non sterili. L’agricoltura industriale vuole che le piante siano perfettamente stabili, omogenee e ad altissima resa. Magari brevettabili. E sterili, affinché l’agricoltura diventi sempre più dipendente dall’industria”.

Quarta puntata di una serie dove si tirano le fila di tanti discorsi, e che riprende lunedì. Oggi, l’intervento di Andrea Cattaneo, redattore della rivista “Robot” e collaboratore di “Delos Science Fiction”. Ha pubblicato i romanzi “Uomini e Lupi” (Delos Digital) e “Non è che un soffio” (Kipple Officina Libraria), e l’antologia horror “Animali Notturni”.
E ama la libertà di scrittura, come tanti e tante.
“È un atteggiamento legittimo, per carità, tipico del giro buono degli scrittori italiani, quelli che ambiscono allo Strega, per intenderci. Ma io ci vedo anche una gabbia dorata, da cui forse qualcuno vorrebbe scappare e non può. Guai, se sei pubblicato da un grande editore, a dire che il tuo prossimo romanzo sarà di fantascienza! Quanti se lo potrebbero permettere?
Fa impressione, in questo senso, la differenza con gli omologhi europei e americani: quanto amano la fantascienza e il fantastico! Quanto adorano la libertà che il genere concede di sperimentare temi e forme, approcci e visioni! Una libertà che in Italia rende pochissimo e che Covacich non conoscerà mai. Ma gli auguro che anche questa si riveli una delle tante previsioni fallaci che tanto lo indispettiscono.”

In questa serie di interventi, che proseguirà per un po’, anche perché ne stanno arrivando di nuovi e belli, c’è un dato che chi non frequenta, sia leggendo che scrivendo, il mondo della letteratura fantastica secondo me non coglie. Si scambia, cioè, per vittimismo (o permalosità) quella che è e resta un’anomalia italiana che va peraltro diventando più forte. Se, fino a cinque-sei anni fa, alcuni editori si aprivano a romanzi che quanto meno includevano il non realismo anche se non appartenevano formalmente al genere, adesso ci si irrigidisce, si teme, si preferisce di no. Normale, si dirà, perché i libri si vendono poco e bisogna puntare sul sicuro. Non ne sono del tutto certa, e Patrick Fogli, che genere scrive (non fantastico, ma sempre genere) e che organizza insieme a Massimo Carlotto gli Stati Generali dell’Immaginazione (e non solo), porta almeno un esempio francese. Dove sta, insomma, l’anomalia?
“Il mainstream è l’unico racconto a cui viene concessa patente di letteratura, si ammette obtorto collo che King è un gigante, che la Jackson e Lovecraft sono fra i pilastri del contemporaneo tanto quanto Frankenstein e Dracula, si osannano e premiano gli stranieri quando aprono scenari inquietanti o altri su una realtà già spaventosa – Il canto del profeta, Cronorifugio, Non lasciarmi, la straordinaria Mariana Enriquez, il DeLillo di Zero K per citare titoli e autori –, ma se qualcuno ci prova a queste latitudini si alza sempre un sopracciglio, quasi che non fossero mai esistiti romanzi meravigliosi come L’anno dei dodici inverni di Tullio Avoledo o, per uscire dalla fantascienza, Romanzo criminale o Gomorra.
Una stortura tutta italiana, basta valicare le alpi perché tutto cambi.

Nel 2020 Hervé Le Tellier vince il Goncourt con un romanzo di fantascienza, L’anomalia, che ragiona su uno dei grandi classici della letteratura, il doppio. Una storia che da noi non avrebbe mai avuto la stessa attenzione, neppure editoriale. Sempre il Goncourt ha premiato un autore come Lemaitre che ha frequentato e frequenta il genere”.
“Capisco le provocazioni, ma le storie sono nate per distruggere gli steccati, non per costruirli, la letteratura svela raccontando e la nostra non lo fa solo se parla di dolori famigliari, malattie, piccole tragedie quotidiane, ma anche quando usa astronavi, draghi, delitti, gente che vola, maledizioni, fantasmi.”

Seconda puntata della discussione sulla fantascienza. Che, almeno per come la vedo io, non è una discussione “contro” un articolo, ma una discussione per capire come mai, nel 2026, un grande inserto culturale di un grande quotidiano pubblichi un articolo che conferma il pregiudizio neanche troppo latente sulla fantascienza stessa e, aggiungo sempre, su tutta la letteratura fantastica. Che ancora oggi viene guardata con sospetto e confinata in un recinto: anche se da quel recinto è uscita fuori da un bel po’.
Pubblico dunque l’intervento (immenso, colto, profondo) di una grande scrittrice italiana di fantascienza, Nicoletta Vallorani, nonché studiosa della medesima, che in proposito ha moltissimo da dire.
Segue domani e dopo e ancora.
“Donna Haraway, filosofa che con questa tipologia di narrazioni ha avuto molto a che fare, in Staying with the trouble (pubblicato in Italia come Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto) suggerisce in modo geniale di sposare il semplice acronimo: “SF” può significare molte cose, ovvero science fiction, speculative fabulation, string figures, speculative feminism, science fact, so far. Si può scegliere. E se si può scegliere, vuol dire che i confini sono caduti e che in questo territorio la migrazione è libera, purché si disponga di un unico passaporto: la capacità di visione. Vorrei che diventasse finalmente chiaro che questa visione si aggancia con una solidità non controvertibile al reale. Il che non vuol dire prevedere il futuro: piuttosto ragionare sui dati del reale per costruire un progetto, che analizza il percorso del cambiamento per mostrare quello che potrebbe accadere.
Potrebbe: un condizionale che dipende dalle scelte che decidiamo di fare, nel mondo reale, dopo averle progettate nel mondo della finzione. Ray Bradbury lo scriveva già nel 1953, rispondendo a un giornalista che probabilmente ragionava come alcuni critici di oggi. Il giornalista gli chiedeva appunto se Farenheit 451 era una previsione del futuro europeo dopo l’esperienza dell’olocausto. Bradbury, non ebbe esitazioni: “I’m a preventer of the future. I’m not a predictor of it”.”

Come promesso, il blog è aperto alle riflessioni sulla fantascienza e sulla sua accoglienza in Italia. C’è qualcosa che non torna, e non si tratta solo di un articolo. Oggi interviene una delle maggiori studiose di letteratura fantastica in Italia, Giuliana Misserville, e la ringrazio per questo.
Individua tre modalità nell’atteggiamento verso la fantascienza, in Italia.
“La terza modalità consiste nell’accogliere la fantascienza nel pantheon della cultura italiana affidandone però la cura a studiosi e scrittori (rigorosamente maschi) che di fantascienza non si sono mai occupati. Come se studiosi e studiose di fantascienza in Italia non ce ne fossero: toh… li avevamo cercati ma non esistevano o non erano disponibili perché stavano portando a spasso il cane. Per un malcelato tentativo di nobilitare così la materia trattata. Vedi Meridiano su Philip Dick.
Queste tre modalità rimandano a una società culturale che ha un’idea di letteratura molto mainstream, molto ingessata, antiquata e forse in buona parte superata o piuttosto ben attenta ai rapporti di potere vigenti nel paese in cui abitiamo.
Mentre io amo la letteratura tutta, e quella di genere in particolare perché come ben individuava Valerio Evangelisti può costituire un potente strumento di critica sociale e politica.
Come la fantascienza è stata la letteratura utilizzata dalle scrittrici americane degli anni Settanta per sovvertire il patriarcato sulla pagina scritta e nella vita reale, oggi, nel nostro paese, la fantascienza e il fantastico sono la letteratura utilizzata dalle soggettività marginalizzate per dire la loro rabbia, parlare di utopia e inventare un altro futuro.”

La cronaca. Su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, esce un articolo di Mauro Covacich dal titolo “Contro la fantascienza”, dove da una parte ammette una personale distanza di lettore dalla fantascienza medesima (ci sta, son gusti, se elenco le mie idiosincrasie non finiamo più), ma dall’altra rimprovera al genere di non essere stato veritiero nelle sue predizioni. Insomma, di non aver azzeccato quel che raccontava nei suoi romanzi. E, temo, l’errore grave è qui, perché la fantascienza non ha questa vocazione, non vuole immaginare il futuro ma creare mondi, e in quei mondi raccontare il nostro. L’ho detta semplice, altri la diranno meglio, perché a partire da oggi apro il blog agli interventi di scrittrici, scrittori, lettrici e lettori sul punto.
Lo faccio per due motivi. Primo, non amo le tempeste social, che prevedibilmente si sono scatenate su Mauro, che stimo come scrittore e come persona. Secondo, chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.
Anzi, parliamone. Perché in questo schifare tutto ciò che non è realista (non è il caso di Covacich, ma del collega difensore e di molti altri sì) si perde non soltanto l’opportunità di leggere libri meravigliosi, e molto più letterari dell’ennesimo memoir. Ma ci si dimentica un particolare. Tutta la letteratura è fantastica. Anche se non vogliamo dircelo.
Dunque, comincio da qui, con il primo intervento. Il mio.
Che parte da Carlo Fruttero (la fantascienza “non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su di un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia”) ad Antonio Caronia (“i sacerdoti e i semplici devoti di quel monte hanno saputo vedere la componente salvifica di quell’enorme simulazione della messa in crisi del mondo e di tutte le possibili forme di cura dello stesso. Assecondare la lacerazione del tessuto della realtà per evidenziarne i punti di rottura e porvi rimedio”). E altre, e altri.

C’è un altro filosofo da chiamare in causa in questi giorni, anche se la sua opera maggiore è stata talmente citata da venire quasi svuotata di significato, ed è Guy Debord. Per Debord lo spettacolo «è il cattivo sogno della società incatenata». Ne consegue che «svegliarsi da quest’ incubo è il primo compito che si assegnano i situazionisti». I quali non ci sono riusciti, com’è noto.
Ricordava Carlo Freccero, in un vecchio articolo, che ne “La società dello spettacolo” Debord identificava due forme di spettacolo, legate a due diverse forme di regime politico: lo spettacolo concentrato, proprio delle società totalitarie e dittatoriali, e lo spettacolo diffuso, proprio delle democrazie occidentali dominate dal consumismo. Nei Commentari introduce il concetto di spettacolo integrato, che ha molte caratteristiche in comune con lo spettacolo concentrato, dove «il centro direttivo è ormai diventato occulto». Qui la Mafia non rappresenta più un residuo arcaico del passato, ma il modello economico vincente: «nell’epoca dello spettacolo integrato, essa appare di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate».
Sette anni fa, Franco Maresco, spiegando il suo film La mafia non è più quella di una volta (premio speciale della giuria a Venezia), diceva:
“E’ una versione molto per i poveri della Società dello spettacolo di Guy Debord, un mondo dove tutto si è azzerato. E’ un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction: nella più felice delle ipotesi – ti prego di cogliere l’ironia – l’antimafia ha il volto di Pif. L’idea, insomma, è che tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici”.
Non ho risposte, ma le cerco sempre.

“La depressione è il lato oscuro della cultura dell’autopromozione”.
Già, insisto.
Ieri mi è capitato di ritrovarmi in un bell’incontro di persone che lavorano nella cultura, e ci sarà tempo per parlarne. E mentre fuori si passava dal forno non ventilato alla grandinata tropicale, mi è capitato di chiedermi come mai di tutte quelle energie, quelle idee, quel desiderio di unirsi per fare, poi trapelasse molto poco all’esterno. O meglio: nelle realtà, anche piccole, in cui si opera, trapela e si tocca con mano. Ma la percezione generale è che chi lavora con la cultura passi il tempo ad autopromuoversi e contemporaneamente a giudicarsi a vicenda.
E in parte è vero: perché è il meccanismo in cui ci troviamo a spingerci a farlo.
Dunque, insisto con Mark Fisher. 
Mark Fisher ha parlato di depressione, più volte. E sostiene una cosa che continuiamo a dimenticare: che è il mondo in cui ci muoviamo a privatizzarla, e da ultimo a monetizzarla. Se siete anche voi inseguiti dagli algoritmi social che, insieme alla camminata Tai Chi che ti fa perdere trenta chili in ventotto giorni (buffoni) ti seduce con la psicoterapia online, sapete di cosa parlo. Non che Fisher neghi che esistano cause neurologiche della depressione o della malattia mentale. Dice un’altra cosa, dice che la distruzione dei meccanismi di solidarietà che si deve al capitalismo neoliberista, ci ha lasciati “psicologicamente devastati” e disorientati. 
E imprigionati nella precarietà, nella spinta alla performance a tutti i costi, a “tecniche manageriali punitive”, all’impossibilità di pianificare il futuro e, contemporaneamente, all’obbligo di autopromozione continua.
Certo, è più complicato di così, ed essere infestati da questa doppia spinta produce tristezza, solitudine, paura. Odio, anche.
Certo che è difficile liberarsi dai fantasmi e dai vampiri. Intanto, però, bisognerebbe parlarne, bisognerebbe vederli, i benedetti fantasmi, invece di andare a reiterare lo stesso meccanismo che diciamo di combattere ma in cui siamo infilati e che addirittura propagandiamo, in certi in casi anche in buona fede, in altri no. Nel giorno in cui smetteremo di esibire il nostro brand culturale o quello altrui, e torneremo a discutere davvero, anche con foga, anche furiosamente, beh, i fantasmi cominceranno, se non a svanire, a ritirarsi in qualche orologio a pendolo, per riposare un po’.

Loredana Lipperini
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