Oggi cedo la parola. Perché tutte le discussioni fatte fin qui sulla nostra contemporaneità hanno una lunghissima storia alle spalle: il concetto stesso di coraggio, e di come si applica, e di cosa, in alcuni casi, va a sottintendere. L’idea stessa di eroe cambia quando Tolkien dà il giusto significato a una parola, e quella parola è ofermod. Non audacia, ma orgoglio. Vale la pena, allora, rileggere quello che Wu Ming 4, ormai dodici anni fa, raccontò in L’eroe imperfetto. E farne tesoro, proprio ora.

Perché tornare alla bibliografia disarmata? Perché le cose peggiorano. Gli umori, soprattutto peggiorano. I sentimenti. Già, parlare di sentimenti pare cosa piccola, ininfluente. Ieri, sulla scia di un post di Nicola Lagioia che parlava, pensate un po’, di amore, e di smarrimento davanti all’allucinazione quotidiana che mette in prima pagina la crescente minaccia nucleare insieme alle prove libere della Ferrari e a qualche divorzio di star, abbiamo provato a discutere proprio di questo. Angoscia, sconcerto per quello che sembrava un incubo del passato e torna a incalzarci nel presente: ma soprattutto la “naturalezza” con cui lo accogliamo.
Dovremmo parlarne. Ma non di geopolitica for dummies (quella va lasciata a chi la sa fare, non ai giocatori di Risiko).  Dovremmo parlare proprio di questa perdita di centro, di questa assuefazione, di quella che sembra euforia  nel bollare come infami i discorsi di pace.
Non sto parlando di quello che avviene in Ucraina: sto parlando di noi, non fosse chiaro. Di come stiamo cambiando. Di come continuiamo a contrapporci. Gli amici contro gli amici, senza chiaroscuri. Stati di allucinazione, sì: ma riconosciamoli, ma fermiamoli, se siamo in tempo.
Per la cronaca. Quella che riporto nel post è la parte finale del discorso che Gabriele D’Annunzio tenne a Quarto il 5 maggio 1915. Quello che incendiò gli animi all’interventismo. Quello che costò 17 milioni di morti.

Torno su Graziella De Palo. Lo faccio perché un ascoltatore di Radio3 mi chiede conto del perché non ho citato nel podcast la vicenda della riunione così come è riportata – ahinoi – nella pagina Wikipedia di Graziella, sulla base di wikileaks italian. Una riunione dove Graziella sarebbe entrata per caso vedendo ciò che non doveva vedere.
Non l’ho fatto perché è un falso, e si deve a Elio Ciolini, faccendiere e avvelenatore di pozzi: una breve nota sul perché diffidare dei depistaggi e provare a tenere la barra dritta.

Se c’è un’argomentazione che trovo, senza mezzi termini, ignobile, è il “dove sono le femministe?”. Viene brandita dalle destre, d’abitudine, con quei bei titoloni che fanno tanto comodo a coprire sprezzo e distrazioni. A volte viene brandita anche dalle donne, a sorpresa: avvenne, a mia memoria, per le donne curde, quando chi nelle lotte non si era mai visto twittava la stessa frase. Non so quali siano i motivi: se disinteresse, disinformazione, altro (e sull’altro non indago). Anilda Ibrahimi scrive un articolo sul Domani dove lamenta il disinteresse delle giovani donne verso le sorelle iraniane: è falso. E, oltretutto, questo dare la colpa alle giovani per ogni cosa è insopportabile. A meno che Ibrahimi, con quel “dove sono le femministe?” non intendesse “alcune” femministe, e si chiedesse perché Tizia e Sempronia non avessero parlato. Se così fosse, la risposta è semplice: non sono necessarie le singole, è necessaria la comunità. E quella c’era, eccome se c’era.

Domani si parte per RavennainOnda, la festa di Radiotre. C’è un appuntamento fra gli altri che mi è caro: il debutto della versione live di Omissis, domenica 2 ottobre alle 11 al Teatro Alighieri. Perché raccontare con voce e corpo, in presenza, la storia di Graziella è importante per me, e spero lo sia anche per chi ascolterà. Omissis-live avrà altre tappe ancora da precisare e di cui vi informerò. Le cinque puntate del podcast sono disponibili su Raiplaysound.
Intanto, ripubblico l’articolo che ho scritto per La Stampa lo scorso 2 settembre, e che ricapitola sinteticamente la storia.
A domenica, per chi ci sarà.

Nei mesi dell’assenza, non ho comunicato qui alcune cose che mi riguardano, naturalmente ininfluenti ai fini di ciò che accade. Però. Da una decina di giorni è in libreria Roma dal bordo, che ho scritto per Bottega Errante Edizioni. Parla di questa città, a modo mio e per frammenti e dal mio punto di vista, quindi si aggiunge a infinite narrazioni su Roma (per questo è ininfluente). Alla luce di quanto penso e scrivo in questi giorni, posto qui una piccola parte di un capitolo. Quello che riguarda il  viaggiare con i mezzi pubblici. Che, come detto, è faccenda che molti dei miei colleghi dovrebbero ricominciare o cominciare a fare. Per la cronaca, dovrebbero farlo anche coloro che blaterano di privilegio ogni volta che ci si riferisce a persone che scrivono e leggono e vivono di parole. Poi si riparte proprio da qui: dal rapporto fra stereotipo e realtà.

Inverno 2002. A piazza Navona Nanni Moretti pronuncia la famosa frase “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Autunno 2022. Siamo sempre qui, siamo ancora qui. Divisioni interne, vendette personali, dirigenti che concepiscono la politica come una partita a Stratego, leader cinici che corrono incontro alla sconfitta immaginando di poter riprendere il potere da protagonisti fra cinque anni. Correnti. Spin doctor. Cortigiani vil razza dannata e i loro discendenti. Liti, anatemi, discredito non da sinistra a destra ma da sinistra a sinistra. Nessuna volontà di mollare il dannato potere per lasciar spazio a voci giovani (a meno che non si tratti del “modello del giovane” così come lo si vagheggia dai vecchi: tanto caruccio, tanto controllabile). Le donne, figurarsi: il giorno che da sinistra si candiderà una donna a premier Hari Seldon apparirà a piazza Navona chiedendo “che è successo?”.
Uno sfogo, un auspicio. E buon lavoro.

Domani è sabato e anche questo blog rispetta il silenzio elettorale, ammesso che si rispetti ancora (ma qui si è di altri tempi, come è noto). Dunque posto gli ultimi due articoli scritti per L’Espresso, rispettivamente sul programma di Unione Popolare e su quello del PD.
In conclusione, vi chiederete forse perché ho fatto le pulci a tutti i programmi: da scrittrice, non da commentatrice politica. Perché credo nelle parole e nelle cose e nei fatti, ma se quei fatti non discendono da parole pensate e proiettate nel futuro, forse non diverranno mai azione. 
Vi chiederete, suppongo, anche per chi voterò. Ebbene, so solo che voterò. Mi prendo ancora queste ore per pensare e decidere. Leggere i programmi è servito anche a questo. A lunedì, sperando in bene.

E’ stato uno strano agosto, che in gran parte ho trascorso a studiare i programmi delle forze politiche (sapendo perfettamente che qualcuno, ad articoli pubblicati, avrebbe detto: “avrebbe potuto LEGGERE IL PROGRAMMA”. Pazienza). Strano perché nella gran parte dei casi mi mancava qualcosa: la narrazione, già. Una commentatrice di Facebook, due giorni fa, ha strillato che la parola non è compatibile con la politica. Invece no. Narrazione e politica dovrebbero andare insieme: non per ingannare, ma per ampliare gli sguardi. Fino a non molti anni fa era possibile, oggi no. Per me non è faccenda secondaria, per altri forse è trascurabile. Comunque sia, alla luce di queste breve considerazioni, l’articolo per L’Espresso sul programma del Movimento Cinque Stelle.

Ieri ho espresso il mio sconcerto su Facebook per il voto imminente. Pare che sia fra i pochi, visto che tutti sanno per chi votare. Io so solo che voterò. Per coloro che invece sostengono che gli intellettuali sono timorosi e non si schierano, continuo a riproporre la serie di articoli per L’Espresso, con l’analisi dei programmi. Ritengo che sia, insomma, uno dei compiti da svolgere: quanto meno, ci ho provato. Oggi, Azione-Italia viva.

Loredana Lipperini
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