Con quale spirito sto per andare al Salone del Libro? Sarà solo sabato pomeriggio, alle 16.45 per parlare con Roberto Saviano dei vent’anni di Gomorra e alle 18.15 per i trent’anni di Stile Libero. Si potrebbe dunque pensare che il mio sarà uno spirito celebrativo, con una punta di nostalgia. Non è esattamente così: certo, venti e ancor di più trent’anni fa spirava un’altra aria, era possibile immaginare possibilità e futuri diversi, e non solo in letteratura. Mentre rileggo e prendo appunti e ricordo, penso che dovremmo pur affrontare, prima o poi, la nostra stanchezza: non mi permetto di parlare per tutte e per tutti, ma se avverto uno spirito del tempo, è esattamente quello. Una stanchezza che viene da abbastanza lontano e con cui ancora (lo so, sono noiosa) non abbiamo fatto i conti.
Ricordate? Cinque anni fa, dunque al secondo o terzo lockdown, non ce la facevamo più. Voi e io, qualunque sia la situazione, se c’era il privilegio di un lavoro e di una casa o no, se c’erano figli o no, se quei figli andavano a scuola o no, se eravamo solissimi o ammucchiati in quattro o cinque in due stanze. Eravamo appunto stanchi, tristi, inquieti, dormivamo male, ci svegliavamo all’alba, ci intorpidivamo in serate alcoliche o televisive, uscivamo con circospezione, scalpitavamo, non ci ricordavamo quasi com’era prima, e prima, al tempo, era l’anno precedente, soltanto un anno, e passata la scarica di adrenalina dei primi mesi provavamo a convivere con un trauma che si è allungato fino a imprigionarci.
E dunque? Dunque ecco come vanno le cose. Non solo non abbiamo impedito che il mondo si incrinasse, ma nuove guerre, ancora più sanguinose, sono apparse al nostro orizzonte stringendoci sempre più da vicino, e poi c’è tutto quello che non è cambiato, e anzi è peggiorato in moltissimi casi. Ma per progettare un futuro ci vogliono tre cose, tre stati d’animo che non a caso David Foster Wallace ricordava nella famosa lezione agli studenti: “compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose”.
Invece di mangiarci gli uni con gli altri, invece di accusare gli altri di privilegio, o comunque, come diceva ancora Wallace, di INTRALCIARCI, così, scritto in maiuscolo, possiamo scegliere di guardare le cose in un altro modo. E’ solo così che possiamo sperare, almeno credo, almeno provo a credere.
Partiamo dalla fine: ho letto Arkansas di Chiara Tagliaferri, e fatelo anche voi, qualunque sia la vostra opinione sulla gestazione per altri e qualunque visione del mondo voi coltiviate. E’ un romanzo, sì, ma è un romanzo politico e non semplicemente un memoir su come Lula è arrivata dai suoi genitori, Chiara e Nicola: e a mio parere non ha proprio nulla a che fare con tutte le accuse, i giudizi, gli insulti e i disdegni, anche di parte dei femminismi. Perché ha un romanzo che si riassume in una parola semplicissima, e la parola è amore.
Com’è Arkansas? E’ un romanzo scritto in modo impietoso verso se stessa, dove ogni parola, ogni pensiero, sono fatti per non concedere attenuanti ai desideri, le paure, i ripensamenti. Come in Strega comanda colore, questa è la storia di una donna che è cresciuta desiderando, appunto, e cercando bellezza, e che non ha mai avuto paura di raccontarlo, sapendo benissimo che la bellezza è fatta di ombre, e il dono e forse il compito di chi scrive è di riconoscere quelle ombre e quegli abissi e di restituirli con sincerità.
E’, come dicevo, un romanzo politico, perché fa comprendere fino in fondo come funziona la GPA e come è regolamentata in altri paesi e quanto sia ossessivo e ingiusto e insomma privo di pietà e comprensione limitarsi a dire “ok, reato universale”. Ma non è un romanzo ideologico: è una storia, con tutte le emozioni e le passioni che le storie portano con sé.
Se potessi chiedere un favore, direi solo: prima di parlare, leggetelo. E dal momento che non succederà, aggiungo solo una nota personale. Ci sono molti dinosauri in questo libro: all’inizio sono un piccolo acquisto che Chiara fa da un gruppetto di bambini che vendono giocattoli, i dinosauri sono tre, uno rosa, uno giallo screziato e uno verde. Il terzo potrebbe essere il figlio o la figlia della coppia Chiara-Nicola, ma a un certo punto sparisce, sottratto da una bambina in visita. E poi ci sono i dinosauri raccontati dalle persone vicine, quando Lula è nata: un brachiosauro in fibra di vetro intravisto in aeroporto e un brontosauro bambino, Piedino della Valle incantata.
Sono sempre stata convinta che i dinosauri e i bambini si capiscano subito: i miei figli li amavano e li amano moltissimo ancora oggi, e a gennaio, quando sono andata a Londra con Carlotta, l’ho seguita al Museo di Scienze Naturali entusiasmandomi a ogni rettile (finto) e persino a ogni scheletro (vero) in cui ci imbattevamo.
I bei libri fanno scintillare l’amore che provi con l’amore che raccontano. Non dovrebbe servire altro.
C’è un particolare che davvero non capisco nella discussione sull’AI, che è necessaria, e che sarà lunga, e che non può essere risolta a suon di battutacce. Il particolare riguarda tutte le invenzioni che nella storia dell’umanità hanno suscitato timori, e che vengono usate per irridere chi esprime dubbi. Sciocchi che siete! Guardate al passato! La scrittura! Socrate (e Platone) temevano che gli esseri umani avrebbero impoverito la loro memoria e la loro capacità di dialogare. La stampa! La ferrovia! La bicicletta! E l’elettricità? Tutti ne sono stati terrorizzati, e Mary Shelley non avrebbe scritto Frankenstein se gli esperimenti galvanici non avessero suscitato timore. Ma ci serve! E vogliamo parlare dell’editoriale che il 25 marzo 1878 il New York Times riservò a Edison per il fonografo?
Se il ragionamento è questo, bisogna metterci anche i rischi reali. Il test nucleare Castle Bravo nell’atollo di Bikini del 1954, per esempio, che contaminò gli abitanti delle isole adiacenti; e senza voler citare Hiroshima e Nagasaki, e Chernobyl e Fukushima in altro senso, bisognerà pur ammettere che qualche conseguenza negativa c’è stata.
Ancora. L’amianto, che è stato usato in edilizia fino a che non è stato messo fuori legge (tardissimo in Italia: era il 1992) lasciandosi dietro la sua scia di morti. O, che so, il talidomide, di cui ben racconta Azzurra Tafuro nel suo “Un’altra storia dell’aborto”: era raccomandato come tranquillante e antinausea alle donne incinte, ma risultò teratogeno per i feti, con le catastrofi che oggi abbiamo dimenticato.
Infine, il DDT, giudicato miracoloso in agricoltura finché Rachel Carson, nel 1962, scrisse “Primavera silenziosa”, raccontando come il “miracolo” avesse portato quasi all’estinzione intere specie animali, e non solo.
Naturalmente posso andare avanti anche io: e sottolineo che l’AI è una innovazione ancora più complessa e potente di quello che a oggi immaginiamo, e per giunta concentrata nelle mani di tecnocrati bilionari, e non sempre a posto con la testa, se posso. Nessuno vuole “fermare il progresso”: bisogna però discuterne moltissimo. Ma bene: non dando dell’imbecille a chi prova a dire che non tutte le invenzioni umane sono state portatrici di un futuro radioso (semmai, a volte, radioattivo).
E dunque i quotidiani e tutti gli organi di informazione, e non solo, tornano a occuparsi di contagi, contatti, quarantene, dopo il caso Hantavirus. Non è certo mio compito ragionare su questo dal punto di vista medico e scientifico, perché altri lo faranno meglio di me. Però un paio di riflessioni sul nostro grande rimosso hanno senso.
Anche perché è maggio, e sei anni fa eravamo storditi dai mesi del lockdown, e anche se abbiamo dimenticato abbiamo comunque vissuto lo smarrimento, l’incredulità delle strade deserte, i cieli pieni di uccelli, il silenzio. Ma anche: gli inviti, pure istituzionali, a denunciare gli assembramenti e comportamenti ritenuti scorretti via portale, whatsapp, post su Facebook. Ma anche: le riunioni via zoom, il Salone del Libro on line con la lezione di Alessandro Barbero sulla peste. Si chiamava “Conseguenze inattese”, ed era in collegamento da una Mole Antonelliana deserta.
C’è un articolo molto bello che ho già citato, uscito nel 2007 su The Believer (Isbn). E’ di un giornalista americano, Jyoti Thottam, e si intitola La peste come linguaggio. Il punto di partenza non può che essere la Susan Sontag di Malattia come metafora, laddove il linguaggio militaresco che “riempie di senso” la malattia “non fa che isolare chi ne soffre”. Ma cosa succede quando quel linguaggio militaresco non riguarda più il cancro, e dunque il singolo in quanto malato ma non contagioso, ma la collettività?
Conclude Thottam:
“L’unica metafora utile è quella di Dostoevskij. I sogni, dopotutto, funzionano secondo una loro logica. Possono mostrarci di cosa abbiamo veramente paura rappresentandolo con un’immagine di qualcos’altro”.
E oggi che sbirciamo notizie sull’hantavirus, dovremmo chiederci, di nuovo, se serve a qualcosa parlare del Covid? Sì, moltissimo. Serve come serviva allora lavarsi le mani. Perché abbandonarsi al flusso di notizie e contronotizie non ha fatto che immergerci nell’abitudine all’eccezionalità. Occorre sempre guardare quell’eccezionalità negli occhi, e sapere esattamente dove siamo.
Lo ha fatto, per esempio, Le Monde Diplomatique, in un articolo che riflette sul confinamento, e dice: “La chiusura della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni”
Noi non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo. Ed è un virus, anche questo.
Tornerà Gita al Faro: grazie a tutti coloro che hanno contribuito, saremo infine e di nuovo a Ventotene dal 17 al 20 giugno. Dico saremo, perché ci saranno sei autori e autrici (più uno, anzi più due e tre e quattro: ma di questo si dirà) i cui nomi saranno svelati fra una decina di giorni. Per festeggiare, però, un piccolo regalo: è parte della mia introduzione a L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, che trovate nei tipi di Nutrimenti.
“Ci vuole una vista speciale per raccontare i tanti strati di Ventotene, intanto, e per vedere dietro le case “attintate di giallo” e di rosa, dietro le persiane verdi e i balconi, e anche per saper guardare il finocchio marino e l’elicriso in fiore, e la ginestra e i gerani e le bocche di leone della primavera che l’accoglie: “Ma qui in piazza la primavera nessuno la vuole più. Che rimanga con i suoi capricci in cielo, confinata o esiliata, e lasci libero il passo all’estate”.
Perché la Ventotene di Ramondino è quella che sta passando da luogo remoto a meta turistica: due anni prima era arrivato nelle sale Ferie d’agosto di Paolo Virzì, e aveva già rappresentato quella trasformazione ancora biforcata, da una parte gli innamorati della storia e della natura, dall’altra i festaioli chiassosi e irriverenti per i quali si provvede ad abbellire l’isola e a rinfrescare le case aspettando che sbarchino da traghetti e aliscafi e, in tempi meno turistici, ci sono anche gli uomini che giocano ai war games, o i cacciatori di frodo che a volte pernottano nelle celle del vecchio carcere, “usando le reti arrugginite dei letti rimasti, lordando gli angoli di escrementi, le mura di disegni osceni o di scritte, i pavimenti sconnessi di lattine, bottiglie, scatolette vuote, di piatti e buste di plastica, di preservativi e siringhe”. E così è stato: almeno fin quando un uomo straordinario come Salvatore Schiano Di Colella si è posto a presidio e narratore di Santo Stefano, custodendone la memoria con ostinazione e amore. Chissà se Ramondino lo ha incontrato. Forse no, perché nel 1998 Salvatore era un giovane uomo e non aveva ancora iniziato a lavorare come operaio negli scavi di villa Giulia, e alla sua nascita il carcere era chiuso da quattro anni, e lui non aveva dunque vissuto la paura doppia di cui parla Ramondino, quella dei carcerati e delle guardie, paura, diceva, cui “si è sostituita l’estraneità e la diffidenza tra turisti e isolani”.
Poi, non è che io sia una santa.
Non sono immune, ovvero, da tutte le passioni tristi che osservo negli altri.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di frequentazione del mondo dei libri e altrettanti, direi, del mondo dei social, è contare fino a dieci. Non riesce sempre, intendiamoci, perché appunto non sono una santa, e magari i santi non esistono e neanche, chissà, servono.
Però, ho imparato a riconoscere quando le polemiche vengono avviate con l’idea non di discutere davvero ma di piantare un casino, oppure di sfogarsi e dire apertamente quello che si pensa senza mediazioni. Questa mattina mi sono trattenuta dall’intervenire in un paio di discussioni, perché non avrebbero portato molto in là.
E allora non si scrive più niente? E allora ci si lascia andare in questo mondo di ladri e per fortuna almeno non ci sono gli eroi? In un mondo che, ma guarda quanta gente si sveglia adesso, si sta autoavvitando su se stesso?
No, affatto. A parte che, volendo essere pignolissime, di quella crisi e di quel distacco della letteratura della realtà ho personalmente scritto centinaia di volte fin ad annoiarmi da sola. E non mi tiro indietro se c’è da parlarne di nuovo: ma per quel che mi riguarda preferisco scegliermi le cause su cui vale la pena impegnarsi. E sinceramente, quando sento puzza di chiuso, preferisco aprire le finestre.
E ci sono altre due cose nel piccolo mondo dei libri così come in quello grande, che dovremmo imparare: la prudenza e la pietà. Concederci la fragilità dello spavento o della delusione, sempre, ma provare a non alimentare le risse, perché ce ne sono già troppe, e in moltissimi casi non servono. Per dire, la polemica sul trailer dell’Odissea di Nolan mi interessa pochissimo: andrò a vedere il film e dopo dirò la mia, ma adesso, onestamente, accapigliarsi serve solo a passar tempo davanti a uno schermo.
Non mi sto trasformando in cavaliere jedi, gente, sto solo cercando di essere lucida, sto cercando di tirar fuori da me stessa qualcosa di buono, per nascosto che sia: perché questi non sono tempi da trascorrere prendendoci a morsi per delle sciocchezze, direi.
Nella lunga discussione sull’AI, che ovviamente sarà ancora più lunga, e temo ancor più dicotomica, dopo la sventurata “intervista” di Walter Veltroni a Claude c’è un nuovo allarme che serpeggia nei social: in sintesi si riassume così “questi brutti intellettuali boomer che odiano l’AI scrivono i loro post, articoli, editoriali con l’AI senza dirlo a nessuno”.
Sconsolante per una serie di motivi. Primo, io sono convinta che molti dei brutti e cattivi non la usino, e che semplicemente continuino a scrivere come scrivevano prima. Bene o male non sta a me giudicare, ma almeno quelli che leggo non mi sembra abbiano cambiato significativamente la loro scrittura. Forse, chi li accusa comincia a leggerli solo ora che parlano di AI.
Per quanto riguarda alcuni precisi intellettuali, invece, metto tutte e due le mani sul fuoco sul fatto che non la usino per scrivere testi. Se conta qualcosa, posso nuovamente giurare sulla solita pila di Bibbie che personalmente la uso, la consulto per leggere alcune analisi, faccio domande (in un caso, post-intervista di Veltroni, ci ho anche giocato), ma non la uso né la userò mai per articoli o testi narrativi e amen, fratelli e sorelle, se la giudicate una scelta da boomer.
C’è un però: questa discussione mette in ombra quelle serie.
Non solo quanto si è già detto, ovvero il concentramento del potere in poche Big Tech e la questione, niente affatto secondaria anzi primaria, dello spreco di risorse, ma almeno altri due punti che emergono da altrettanti articoli recenti.
Il primo è su Nature, e in pochissime parole chiede le prove dell’affermazione secondo la quale l’AI starebbe migliorando la sanità.
Il secondo è su Futurism e dice che non è che la Gen Z sia così entusiasta dell’AI: sia perché mette a rischio il lavoro di molti e molte, sia per questioni etiche.
Mi sembrano faccende un po’ più serie.
Mi piacerebbe poter dare risposte a tutte le persone che mi scrivono, specie se non mi scrivono per il proprio libro, ma per una situazione che riguarda il bene di tutti. Per esempio. Ieri ho trovato questo messaggio:
“Cara Signora Lipperini, le chiediamo di condividere la nostra storia, Sì ricorda di quando ha parlato degli archivisti morti ad Arezzo nel 2018 per esalazioni da impianto antincendio? Ne avevamo uno anche noi, senza manutenzione per oltre 10 anni, abbiamo chiesto sicurezza, abbiamo perso il lavoro”.
E’ vero: sono state mandate a casa, “”senza ammortizzatori sociali. E hanno il coraggio di sfilare al Primo Maggio. noi ci abbiamo rimesso un lavoro ventennale ed adesso stiamo affrontando un processo contro questa grandissima ipocrisia. Le assicuro che è tutto vero e ci mettiamo la firma oltre che la faccia, grazie mille”
Certo che è vero. La storia viene da lontano. Già nel 2024, l’Associazione Italiana Biblioteche esprimeva solidarietà incondizionata ai bibliotecari dipendenti della società appaltatrice dei servizi bibliotecari del Comune di San Miniato (PI), che guarda caso avevano denunciato pochi giorni prima lo stato non a norma della biblioteca alla Asl e ai vigili del fuoco. La situazione era rischiosa: al piano superiore vivevano tre famiglie, vicino alla biblioteca c’è un piccolo museo. I vigili del fuoco scoprono molte magagne: un certificato di prevenzione antincendi vecchio di oltre quindici anni, infiltrazioni, impianti che usano bombole di azoto senza dichiarazione di conformità. Come reagisce il Comune? Non rinnovando l’appalto, assicurando contemporaneamente che nessuno dei sette dipendenti (precari) avrebbe perso il lavoro, ma – attenzione – che avrebbero lavorato altrove, e non nella biblioteca dove erano attivi da decenni.
“Eravamo in sette impiegate di cooperativa a cui hanno chiuso l’appalto: una ha trovato un altro lavoro, l’unico ragazzo ha vinto il dottorato in storia, due sono dovute rimanere con la cooperativa (costrette per ragioni economiche ad accettare un reimpiego sfavorevole) e in tre abbiamo portato la causa in tribunale di Pisa, ad oggi contro la cooperativa per licenziamento illegittimo. Confidiamo di proseguire appena arrivate a sentenza contro il Comune per mancato rispetto della sicurezza ed interposizione di manodopera”
Ci mettono la faccia e la firma: Chiara Salvadori, Aurora Brogi e Maria Rosa Simonetti
Ps. Sarebbe bello che il PD, di cui il sindaco è esponente, dicesse qualcosa, no? Siamo pur sempre a pochi giorni dal 1 maggio.
Nel 1950 La pelle di Curzio Malaparte viene inserito nell’Indice dei libri proibiti del Santo Uffizio, per immoralità. Nello stesso anno, il consiglio comunale di Napoli aveva votato il bando morale dello scrittore dalla città (la riabilitazione arriverà soltanto il 4 giugno 1998). E’ un romanzo terribile e meraviglioso: diversi anni fa, Nicola Lagioia ne scrisse ricordando che “l’eredità più sconcertante che Malaparte scaraventa oggi ai nostri piedi non appartiene alla letteratura; riguarda piuttosto le somiglianze tra il mondo infero evocato da La pelle e l’aereo mercimonio da cui oggi sembra minacciata la vita civile e istituzionale dell’Italia”. In sostanza, Malaparte dice una cosa semplicissima quanto negata: quando gli esseri umani lottano per sopravvivere, sono capaci “di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere.”.
C’è una scena difficilmente dimenticabile, nel romanzo: è quella del pranzo del Generale Cork, la cui moglie pretende che si cucini pesce per i suoi ospiti: così, dall’acquario di Napoli viene catturata una sirena, servita poi sull’insalata.
La relazione fra La pelle e la destra di cultura e di governo è più profonda di quanto sembri, e riguarda quell’essere disposti a tutto non solo in tempi di guerra, ma in tempi di cambio ai vertici E’ ben noto il mantra sul fatto che bisogna farla finita con la famigerata egemonia culturale della sinistra proponendo una visione alternativa. E, no, questa volta il caso Venezi è una nota a margine.
Quanto all’attuale ministro della cultura, Giuli, ha subito voluto presentarsi come il citazionista che viene da un’altra galassia rispetto a Sangiuliano: anche lui è però caduto nel trappolone evocando la famigerata egemonia culturale della sinistra in termini di potere e poltrone. E’ il discorso sbagliato, perché potere e poltrone, per quanto riguarda la cultura, sono semmai obiettivo trasversale e intramontabile dall’era Craxi in poi. Il discorso da fare, e che, se non Giuli, la sinistra stessa dovrebbe intraprendere prima o poi, è come rivitalizzarla, la benedetta cultura, come non farne il tableau vivant della Terrazza di Ettore Scola, come radicarla nei territori, come sottrarla alla tentazione di farsi brand. Roba seria, insomma.
In questi giorni è circolata una bufala che però contiene, come a volte avviene, un fondo di verità. Un ex ufficiale della CIA, Larry Johnson, ha affermato durante un’intervista ad Andrew Napolitano nel podcast “Judging Freedom”, che il 18 aprile scorso Donald Trump ha chiesto di poter usare i codici nucleari, e che è stato bloccato dal generale Dan Caine. Smentite ufficiali a parte, si è giustamente rilevato che Caine ha un ruolo consultivo e non avrebbe avuto il potere di bloccare un ordine di lancio.
Quello che turba me, e proprio nel momento in cui si ricorda Chernobyl, è che si sia parlato della falsa notizia, e va benissimo, ma non della possibilità che potesse essere vera. Quello che turba me, è che si sia quasi completamente messa da parte la questione della scelta nucleare, anche non bellica. Dopo il disastro di Fukushima, quindici anni fa, l’economista e sociologo Jeremy Rifkin, disse chiaramente che “l’onda d’urto prodotta dal disastro giapponese ha reso evidente a tutti la follia della scelta nucleare. Come si potrà proporre una nuova centrale atomica quando il paese che dispone di una delle tecnologie più avanzate del mondo si trova con tre impianti in crisi, reattori con una fusione del nocciolo in corso e un potenziale scenario catastrofico davanti? Il nucleare ha chiuso”.
Non è andata così, sia in ambito civile che in ambito militare, nonostante le rassicurazioni di Palantir sul fatto che la prossima arma deterrente non sarà l’atomica ma l’intelligenza artificiale (e oltretutto la faccenda non è rassicurante affatto). Da ultimo Carlo Rovelli è intervenuto spesso sul nucleare. Mi chiedo come mai gli scrittori e le scrittrici non tornino a prendere parola: come nel tempo hanno sempre fatto.
“Alcuni extraterrestri sostenevano che la causa del cattivo odore dei terrestri era la loro dieta, che, perfino tra i cinesi, consisteva principalmente di salsicce, patatine fritte, bibite analcoliche e birra. Ma gli octopodi di Algol, che erano forse la più filosofica fra tutte le razze, affermavano che non era un fatto di alimentazione. La psicologia influenzava la fisiologia. I terrestri puzzavano perché puzzava la loro etica.”
“Venere sulla conchiglia”, di Philip J. Farmer
