La polemica, fin qui, è durata otto giorni. E’ partita dall’intervista a Erri De Luca riportata dal Foglio, dalle dichiarazioni di Francesco De Gregori e si è espansa fino a toccare il ruolo degli intellettuali, scivolando nel frame antico (e, se permettete, di destra) dell’intellettuale come pavido, custode del presente, incline a proteggere i propri simili.
Dunque, andando fuori fuoco.
Ho provato, in otto puntate, a raccontare da dove nasce tutto questo e perché rappresenta un pericolo (non per gli intellettuali). Le puntate erano su Facebook e Instagram. Come promesso, le riporto qui.
Non è un proclama, evidentemente, ma una considerazione su di noi (pure io, ovvio) e sulla necessità di guardare lungo, di non autocelebrarsi, di non presentarsi come buoni e bravi e unici depositari della battaglia. Spero sia utile.
“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”.
Non è che muoia dalla voglia di ripescare Sun Tzu, però a volte serve. Mi sembra che fin qui la polemica su Erri De Luca e Francesco De Gregori si sia mossa sui binari della regolarità: indignazione, attacco, picco (l’esclusione di De Luca da Salerno Letteratura) cui seguirà dimenticanza.
Se faccio una semplice ricerca su Google per ottenere le ultime notizie su Gaza mi appare questa storia. Devo rifarla in inglese per conoscere quanti sono gli ultimi morti (e ci sono). Ovviamente sto parlando di informazione generica, chi vuole informarsi su Gaza sa dove farlo, su quali siti e quali profili social, che sono al momento i più affidabili, ovviamente conoscendoli.
Che significa questo? Che la discussione sul mondo culturale italiano è improvvisamente diventa vivace, come mi ha scritto ieri un commentatore a cui sono molto affezionata? Non è vero, secondo me: semplicemente, è molto facile distrarci, e ci sono sempre, come ripeto fin dal primo giorno, alcuni personaggi/testate/altro che sono bravissimi nella strategia della distrazione, e noi ci cadiamo con tutte le scarpe e le pantofole.
Per questo ha ragione Massimo Carlotto nel dire che la discussione non lo appassiona.
Però quel che vorrei sottolineare è che mentre discutiamo di Salerno Letteratura avviene altro, e su quell’altro dovremmo concentrarci.
Pure rileggendo Sun Tzu, alla fine, perché, come ho detto fin dall’inizio, beccandomi le accuse di indifferenza, eccesso di complessità, difesa del generone culturale e altre nefandezze, è una dannata questione di strategia, e la strategia non esclude la passione.
“Coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione”.
Oggi è il compleanno di Michela Murgia, in qualsiasi curva della lemniscata si trovi. Di fatto, sono molte e molti coloro che si chiedono ancora oggi “cosa avrebbe detto Michela di”. E io invece mi auguro che se per un incantesimo o uno scambio equivalente Michela fosse fra noi, avrebbe fatto uno dei meravigliosi colpi di testa che alcune anime lucenti riescono a fare, uno scarto di lato, una fuga improvvisa che l’avrebbe liberata dal peso di dover dire, dover fare, doversi esporre in luogo degli altri.
Mi piace pensare che, se fosse viva, Michela sarebbe sfuggita anche alla definizione di maestra, e che magari oggi sarebbe in una casa su un fiordo a scrivere, o a fare birdwatching in Ontario insieme a Margaret Atwood, o un corso per pilota di astronavi. Ma non per scappare da un ruolo: semplicemente, perché avremmo dovuto imparare, noi, a prendere parola, e non delegarla ad altre e altri. Perché, come si vede, quando quell’altro o altra prendono una posizione che non ci piace fino in fondo, è facilissimo giustiziare il maestro o la maestra o l’idolo o la dannata immagine che ci rassicura che sì, siamo bravi.
Ricordo di quando eravamo a Firenze, Michela e io, per presentare L’ho uccisa perché l’amavo, dunque era il 2013. Ci siamo comprate insieme un cappello di paglia. Poi siamo andate in albergo, il suo, perché lei rimaneva e io sarei ripartita in serata: c’era il suo pc aperto sul letto, sulla pagina della posta elettronica. Le mail visibili erano tutte in grassetto, quindi non erano state aperte. “Ma come fai?”, le ho chiesto, “Non ti viene l’ansia? Se non rispondo subito io mi sento male”. “Impara a non sentirti male”, mi ha detto. Non ho imparato, per la cronaca, rispondo sempre, anche se con una risposta breve. E allora, come mi disse Michela, scatta uno dei tradimenti possibili: vieni percepita come formale, e la sensazione dell’altro è che il tesoro che ha depositato nelle tue mani non sia stato accolto come si doveva. Ma può essere percepita come un tradimento la stessa risposta: perché in un certo senso tradisce l’immagine che l’altro si è fatta di te, e non corrispondere a quella percezione è considerato grave.
Lei aveva capito già allora quello che poteva accadere ed è accaduto a tutti noi. Poi, ovviamente, se fosse viva continuerebbe nel 99% dei casi a fare e scrivere quel che ha sempre fatto e scritto, e probabilmente si sarebbe imbarcata sulla Flotilla o starebbe meditando un pamphlet su Trump. O chissà.
Ma mi piace pensare, oggi, all’amica perduta. E dunque mi piacerebbe pensarla sempre appassionata ma anche liberata dal peso di dover essere un punto di riferimento.
Auguri, cara.
Io la definizione di intellettuale non so darla, perché è sfuggente e vaga. Provo a interpretare il termine come “persona che lavora con le parole e che con le parole prova a raccontare quello che vede”. Nulla di più e nulla di meno. Per questo motivo, su Facebook, sto tentando di fare un ragionamento a puntate che parte dalle polemiche di questi giorni. La conclusione sarà qui sul blog e su L’Espresso di venerdì prossimo.
E a proposito di racconti, oggi ne segnalo due, che riguardano entrambi l’AI.
Il primo, anche in ordine di importanza è un articolo di Newsweek che parla della costruzione di otto nuovi data center in Texas, oltre a progetti in Louisiana e Mississippi, molti dei quali situati in aree attualmente colpite da siccità grave o estrema.
Il secondo appare su The conversation, e pone un problema non piccolo che riguarda la ricchezza del linguaggio. Perché quando le AI imparano sempre più da testi “sintetici” il linguaggio medesimo si appiattisce e tende a riproporre stereotipi, per giunta.
Ecco, per me, se esiste un ruolo dell’intellettuale, è per esempio quello di sventolare un fazzoletto e dire che abbiamo un problema, e che magari faremmo bene a pensarci sopra. Sapendo perfettamente che non è mai semplice, e che nessuna soluzione è possibile in tempi stretti. Tranne quella di ragionare: mi hanno rimproverato, in questi giorni, di non capire “la pancia”, di reagire ovvero con quella che sembra freddezza o distacco e che, almeno nella mia testa, è provare a capire. Perché resto convinta che gli e le intellettuali non debbano parlare a nome degli altri, ma condividere quello che hanno visto. E secondo me, oso, questo affidarsi e questo idolatrare è lo stesso frame, rovesciato, di quello che ci ha accompagnato nel tempo.
Questa è una cosa velenosa, perché molti non credono, e ci sta, che sotto sotto c’è questo, e si offendono se glielo fai notare. Notare, non indottrinare: sapendo che, come è ovvio, io non sono immune da nulla. Tutto riguarda tutti, sempre e sempre. L’errore è pensare che chi lo dice voglia insegnare qualcosa: no, è un fazzoletto sventolato in aria, appunto, sono appunti su un foglio, che alla fine, come tutto, svaniscono.
Fabrizio Patriarca è uno scrittore, ed è pure bravo (magari se si spiccia leggiamo presto un suo romanzo nuovo), inoltre scrive di libri, collabora fra l’altro con Snaporaz e ogni tanto facciamo due chiacchiere su Instagram. In genere io sono quella ingenuamente fiduciosa e lui quello più lucido e dunque scontento (e ha ragione).
Mi ha mandato un testo che pubblico molto volentieri e che risuona col discorso sui libri “lineari”, quelli che secondo alcune agenzie, ma anche alcuni autori e autrici di recensioni, distrarrebbero chi legge perché, ohibò, abbiamo il diritto di capire tutto e subito e chi scrive ha il dovere di essere piano, pianissimo, fino al didascalico.
Eccolo qui: non è un testo accomodante, e non doveva esserlo. E come al solito le eccezioni ci sono sempre, per fortuna.
“Se sei partita/o da Sally Rooney senz’altro impari che leggere è una faccenda più impegnativa di quanto credevi, Ma questo non è ancora imparare a leggere. Impari moltissimo sul «leggere» leggendo anche solo una pagina di Cesare Garboli su Elsa Morante. Dunque i nuovi soggetti di discorso sul libro, la specie emergente – qui è dove continuiamo a fraintendere – sarebbero intelligenze senza una capacità di lettura evoluta, educata, «raffinata», tantomeno sincera, e piuttosto portatrici di una capacità prestazionale, performativa: capiscono, capiscono eccome, ma il limite è la monomaniacalità tradotta in monotonalità che erigono attorno alla propria esperienza di lettura – di fatto il modo in cui scelgono di interrogare i libri è paurosamente vicino se non ormai collaterale al modo in cui si interroga un’IA, più simile a un prompt a carattere emotivo che a una sollecitazione critica”.
Libri di cui parlerò a Marsciano per Chatwin, la scuola nomade di narrazione di Umbria Green Festival, a partire da domani pomeriggio
Non solo alcuni fra quelli che cito spesso (Jackson e King, ovviamente), ma altri due. Uno lo conoscete, ne ho scritto qui e su Linus. E’ un racconto, I miei tristi morti , tratto dall’ultima raccolta di Mariana Enriquez, Un luogo soleggiato per gente ombrosa (traduzione di Fabio Cremonesi, Marsilio editore).
L’altro, di cui ho scritto sempre per Linus (esce nel numero di giugno) è La radura di Alessandra Castellazzi (e/o). Qui non c’è una periferia ma un paese, che ansima per il caldo e la siccità, e che vede sparire, negli anni, ragazze giovani, affascinate, appunto, da una radura. E’ una bellissima storia che mi ha ricordato uno dei miei romanzi preferiti, Picnic a Hanging Rock, che prima di essere film di Peter Weir, fu un romanzo dell’australiana Joan Lindsay, pubblicato nel 1967.
Ecco, le storie, secondo me, servono a farci guardare quel che abbiamo intorno con occhi diversi. Proveremo a farlo insieme, che è quello, poi, che mi sta a cuore davvero.
La discussione di questi giorni sugli autori e le autrici si complica se chiamiamo in causa l’intelligenza artificiale. Resoconto di una polemica recente che vede protagonista la premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk (da queste parti molto amata).
Riassunto. Qualche giorno fa Tokarczuk partecipa a un evento, Impact, dove fa, o farebbe, queste affermazioni:
“Contrariamente ai timori generali, credo che noi scrittori, data la natura specifica del nostro mestiere, saremo i più rapidi e incisivi nell’interagire con strumenti come l’IA. Le nostre menti letterarie funzionano in modo completamente diverso dalle altre, perché il nostro lavoro si basa su una vastissima rete di associazioni fra fatti eterogenei, che è estremamente diversa dal pensiero ristretto degli accademici. Ho acquistato la versione più avanzata di un modello linguistico e sono rimasta profondamente sorpresa da quanto abbia ampliato i miei orizzonti e approfondito il mio pensiero creativo”.
Segue intemerata di Lauren Groff e altri. Segue smentita di Tokarczuk, che spiega di utilizzare l’AI solo per le ricerche.
Tutto questo, però, mette in ombra la parte più importante del discorso della premio Nobel per la letteratura:
“Sembra che il mondo, con la sua inerzia distruttiva, non meriti più romanzi lunghi e impegnativi. Il numero di persone disposte a leggere libri del genere si sta semplicemente riducendo. Un tempo c’era una richiesta, mentre oggi l’idea di leggere un libro lungo è una sfida davvero scoraggiante per molti, e mi capita spesso di constatare che i lettori conoscono il finale de “I libri di Jakub” dai riassunti che trovano in rete. Non sono interessati a proseguire nella lettura, ma ci sono argomenti che non si possono trattare in breve. Il mondo è semplicemente e incredibilmente complesso”.
Questo mi pare il punto reale: numero uno, la perdita di interesse generale per romanzi lunghi e soprattutto complessi, la crescita dell’interesse per l’autore o autrice guru, sempre pronto a scendere in campo su ogni battaglia: il che da una parte può essere un bene, ma se va a scapito di quanto scrive, è decisamente un male.
Oggi nella piccola palestra dove tre mattine a settimana vado religiosamente a fare la mia ginnastica posturale abbiamo registrato un video a uso interno: era una lezione “sulla sedia” e a ritmo di musica. Ci è stato chiesto se volevamo fare una diretta Instagram e io sono quasi caduta dalla sedia medesima. Un po’ perché ho pensato a voi del commentarium che vi sareste sganasciati per giorni vedendomi annaspare al ritmo di Shoo-wop sha whada whadda yippidy boom da boom/Chang chang, changity chang shoo bop (è Grease, giusto). Un po’ perché mi sono detta: ma diamine, questo è un mio momento privato, dove provo a prendermi cura del mio corpo dopo gli acciacchi degli ultimi mesi, e dunque posso indossare vecchie magliette e pantaloni della tuta ed essere goffa, sgraziata, struccata e scarmigliata (quello lo sono sempre).
Insomma, ho detto no e poi no, da brava rompiscatole, e poi mi sono anche detta che tutto questo ha a che vedere con i discorsi fatti sul Salone.
Ora, sia chiaro.
Io non ho interesse a parlare del Salone in quanto Salone, ci lavorano bravissime persone e hanno fatto tutto il meglio che si poteva fare e hanno avuto il meritato successo. Ed è per questo che sempre stamattina ho rifiutato di partecipare a una discussione radiofonica sul Salone in sè. Quello che mi interessa è il meccanismo che porta sempre più a identificare, come detto, il corpo dello scrittore come meta, e, cosa non secondaria, il dover documentare l’esserci, fotografando, facendosi fotografare e diffondendo le foto. Cosa che faccio pure io, sia chiaro, perché al solito siamo tutti freaks sotto lo stesso tendone, nessuno escluso.
Quindi, questa inesorabile trasformazione del privato in esposizione pubblica fa parte del discorso, secondo me.
C’è una profonda mutazione in atto, come hanno scritto Mario De Santis e Andrea Colamedici. Ne siamo consapevoli? Secondo me no. E non ho nulla, nulla in contrario all’esserci: il mondo della rete è così smemorato che ieri qualcuno ha capito che io sono contraria alla presentazioni, quando invece ho sempre scritto che sono indispensabili. Purché ancora una volta si sappia quel che si fa, quali sono gli intenti, quali sono le strade possibili.
Insomma, non sono tempi in cui si poté essere distratti (gentili sì, magari).
Ero partita con l’idea di scrivere qualcosa sui corpi, sul vedersi, ma anche sul come vedersi e incontrarsi. Ero partita, cioé, con una riflessione sul Salone del Libro, già anticipata ieri sera su Facebook. Ho letto stamattina l’articolo di Concita De Gregorio sulla “leggerezza dell’esserci” che parlava dell’importanza di essere presenti con i propri corpi in reazione alla loro smaterializzazione nel mondo digitale.
E però mi sono chiesta, per esserci, benissimo, ma come? Per la gioia, va bene. Ma per altro? Per il conflitto, per esempio? Un conflitto buono, positivo, che fa crescere?
Allora, mi sono ricordata che domani saranno dieci anni dalla morte di Marco Pannella. E ho deciso di proporvi una lettura. E’ la prefazione al libro “Underground a pugno chiuso!” di Andrea Valcarenghi. Arcana editrice, luglio 1973. Leggiamo, riflettiamo, rilanciamo (intendo: non si torna indietro, ma forse si può fare il passo di lato che ci faccia uscire dallo schema che ci sfinisce.
“L’etica del sacrificio, della lotta eroica, della catarsi violenza mi ha semplicemente rotto le balle; come al “buon padre di famiglia”, al compagno chiedo una cosa prima d’ogni altra: di vivere e d’essere felice. Penso, personalmente, che avendo un certo bagaglio di speranze, di idee e di chiarezza non solo questo sia possibile, ma che non vi sia altro modo per creare e vivere davvero felicità. Ma esser “compagno” (come esser padre) non è scritto nel destino né prescritto dal medico. Se le vie divergono, lo constateremo e cercheremo di comprendere meglio. Ma basta con questa sinistra grande solo nei funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste, nelle celebrazioni: tutta roba, anche questa, nera: basta con questa “rivoluzione” clausevitziana, con le sue tattiche e strategie, avanguardie e retroguardie, guerre di popolo e guerre contro il popolo, di violenza purificatrice e necessaria, di necessarie medaglie d’oro; la rivoluzione fucilocentrica o fucilo-cratica, o anche solo pugnocentrica o pugnocratica non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue. Non solo il “Re” ma anche questa “Rivoluzione” vestita di potere e di violenza è nuda, Andrea.”
Con quale spirito sto per andare al Salone del Libro? Sarà solo sabato pomeriggio, alle 16.45 per parlare con Roberto Saviano dei vent’anni di Gomorra e alle 18.15 per i trent’anni di Stile Libero. Si potrebbe dunque pensare che il mio sarà uno spirito celebrativo, con una punta di nostalgia. Non è esattamente così: certo, venti e ancor di più trent’anni fa spirava un’altra aria, era possibile immaginare possibilità e futuri diversi, e non solo in letteratura. Mentre rileggo e prendo appunti e ricordo, penso che dovremmo pur affrontare, prima o poi, la nostra stanchezza: non mi permetto di parlare per tutte e per tutti, ma se avverto uno spirito del tempo, è esattamente quello. Una stanchezza che viene da abbastanza lontano e con cui ancora (lo so, sono noiosa) non abbiamo fatto i conti.
Ricordate? Cinque anni fa, dunque al secondo o terzo lockdown, non ce la facevamo più. Voi e io, qualunque sia la situazione, se c’era il privilegio di un lavoro e di una casa o no, se c’erano figli o no, se quei figli andavano a scuola o no, se eravamo solissimi o ammucchiati in quattro o cinque in due stanze. Eravamo appunto stanchi, tristi, inquieti, dormivamo male, ci svegliavamo all’alba, ci intorpidivamo in serate alcoliche o televisive, uscivamo con circospezione, scalpitavamo, non ci ricordavamo quasi com’era prima, e prima, al tempo, era l’anno precedente, soltanto un anno, e passata la scarica di adrenalina dei primi mesi provavamo a convivere con un trauma che si è allungato fino a imprigionarci.
E dunque? Dunque ecco come vanno le cose. Non solo non abbiamo impedito che il mondo si incrinasse, ma nuove guerre, ancora più sanguinose, sono apparse al nostro orizzonte stringendoci sempre più da vicino, e poi c’è tutto quello che non è cambiato, e anzi è peggiorato in moltissimi casi. Ma per progettare un futuro ci vogliono tre cose, tre stati d’animo che non a caso David Foster Wallace ricordava nella famosa lezione agli studenti: “compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose”.
Invece di mangiarci gli uni con gli altri, invece di accusare gli altri di privilegio, o comunque, come diceva ancora Wallace, di INTRALCIARCI, così, scritto in maiuscolo, possiamo scegliere di guardare le cose in un altro modo. E’ solo così che possiamo sperare, almeno credo, almeno provo a credere.
