Tornerà Gita al Faro: grazie a tutti coloro che hanno contribuito, saremo infine e di nuovo a Ventotene dal 17 al 20 giugno. Dico saremo, perché ci saranno sei autori e autrici (più uno, anzi più due e tre e quattro: ma di questo si dirà) i cui nomi saranno svelati fra una decina di giorni. Per festeggiare, però, un piccolo regalo: è parte della mia introduzione a L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, che trovate nei tipi di Nutrimenti.
“Ci vuole una vista speciale per raccontare i tanti strati di Ventotene, intanto, e per vedere dietro le case “attintate di giallo” e di rosa, dietro le persiane verdi e i balconi, e anche per saper guardare il finocchio marino e l’elicriso in fiore, e la ginestra e i gerani e le bocche di leone della primavera che l’accoglie: “Ma qui in piazza la primavera nessuno la vuole più. Che rimanga con i suoi capricci in cielo, confinata o esiliata, e lasci libero il passo all’estate”.
Perché la Ventotene di Ramondino è quella che sta passando da luogo remoto a meta turistica: due anni prima era arrivato nelle sale Ferie d’agosto di Paolo Virzì, e aveva già rappresentato quella trasformazione ancora biforcata, da una parte gli innamorati della storia e della natura, dall’altra i festaioli chiassosi e irriverenti per i quali si provvede ad abbellire l’isola e a rinfrescare le case aspettando che sbarchino da traghetti e aliscafi e, in tempi meno turistici, ci sono anche gli uomini che giocano ai war games, o i cacciatori di frodo che a volte pernottano nelle celle del vecchio carcere, “usando le reti arrugginite dei letti rimasti, lordando gli angoli di escrementi, le mura di disegni osceni o di scritte, i pavimenti sconnessi di lattine, bottiglie, scatolette vuote, di piatti e buste di plastica, di preservativi e siringhe”. E così è stato: almeno fin quando un uomo straordinario come Salvatore Schiano Di Colella si è posto a presidio e narratore di Santo Stefano, custodendone la memoria con ostinazione e amore. Chissà se Ramondino lo ha incontrato. Forse no, perché nel 1998 Salvatore era un giovane uomo e non aveva ancora iniziato a lavorare come operaio negli scavi di villa Giulia, e alla sua nascita il carcere era chiuso da quattro anni, e lui non aveva dunque vissuto la paura doppia di cui parla Ramondino, quella dei carcerati e delle guardie, paura, diceva, cui “si è sostituita l’estraneità e la diffidenza tra turisti e isolani”.
Categoria: Cose che accadono in giro
Poi, non è che io sia una santa.
Non sono immune, ovvero, da tutte le passioni tristi che osservo negli altri.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di frequentazione del mondo dei libri e altrettanti, direi, del mondo dei social, è contare fino a dieci. Non riesce sempre, intendiamoci, perché appunto non sono una santa, e magari i santi non esistono e neanche, chissà, servono.
Però, ho imparato a riconoscere quando le polemiche vengono avviate con l’idea non di discutere davvero ma di piantare un casino, oppure di sfogarsi e dire apertamente quello che si pensa senza mediazioni. Questa mattina mi sono trattenuta dall’intervenire in un paio di discussioni, perché non avrebbero portato molto in là.
E allora non si scrive più niente? E allora ci si lascia andare in questo mondo di ladri e per fortuna almeno non ci sono gli eroi? In un mondo che, ma guarda quanta gente si sveglia adesso, si sta autoavvitando su se stesso?
No, affatto. A parte che, volendo essere pignolissime, di quella crisi e di quel distacco della letteratura della realtà ho personalmente scritto centinaia di volte fin ad annoiarmi da sola. E non mi tiro indietro se c’è da parlarne di nuovo: ma per quel che mi riguarda preferisco scegliermi le cause su cui vale la pena impegnarsi. E sinceramente, quando sento puzza di chiuso, preferisco aprire le finestre.
E ci sono altre due cose nel piccolo mondo dei libri così come in quello grande, che dovremmo imparare: la prudenza e la pietà. Concederci la fragilità dello spavento o della delusione, sempre, ma provare a non alimentare le risse, perché ce ne sono già troppe, e in moltissimi casi non servono. Per dire, la polemica sul trailer dell’Odissea di Nolan mi interessa pochissimo: andrò a vedere il film e dopo dirò la mia, ma adesso, onestamente, accapigliarsi serve solo a passar tempo davanti a uno schermo.
Non mi sto trasformando in cavaliere jedi, gente, sto solo cercando di essere lucida, sto cercando di tirar fuori da me stessa qualcosa di buono, per nascosto che sia: perché questi non sono tempi da trascorrere prendendoci a morsi per delle sciocchezze, direi.
Nella lunga discussione sull’AI, che ovviamente sarà ancora più lunga, e temo ancor più dicotomica, dopo la sventurata “intervista” di Walter Veltroni a Claude c’è un nuovo allarme che serpeggia nei social: in sintesi si riassume così “questi brutti intellettuali boomer che odiano l’AI scrivono i loro post, articoli, editoriali con l’AI senza dirlo a nessuno”.
Sconsolante per una serie di motivi. Primo, io sono convinta che molti dei brutti e cattivi non la usino, e che semplicemente continuino a scrivere come scrivevano prima. Bene o male non sta a me giudicare, ma almeno quelli che leggo non mi sembra abbiano cambiato significativamente la loro scrittura. Forse, chi li accusa comincia a leggerli solo ora che parlano di AI.
Per quanto riguarda alcuni precisi intellettuali, invece, metto tutte e due le mani sul fuoco sul fatto che non la usino per scrivere testi. Se conta qualcosa, posso nuovamente giurare sulla solita pila di Bibbie che personalmente la uso, la consulto per leggere alcune analisi, faccio domande (in un caso, post-intervista di Veltroni, ci ho anche giocato), ma non la uso né la userò mai per articoli o testi narrativi e amen, fratelli e sorelle, se la giudicate una scelta da boomer.
C’è un però: questa discussione mette in ombra quelle serie.
Non solo quanto si è già detto, ovvero il concentramento del potere in poche Big Tech e la questione, niente affatto secondaria anzi primaria, dello spreco di risorse, ma almeno altri due punti che emergono da altrettanti articoli recenti.
Il primo è su Nature, e in pochissime parole chiede le prove dell’affermazione secondo la quale l’AI starebbe migliorando la sanità.
Il secondo è su Futurism e dice che non è che la Gen Z sia così entusiasta dell’AI: sia perché mette a rischio il lavoro di molti e molte, sia per questioni etiche.
Mi sembrano faccende un po’ più serie.
Mi piacerebbe poter dare risposte a tutte le persone che mi scrivono, specie se non mi scrivono per il proprio libro, ma per una situazione che riguarda il bene di tutti. Per esempio. Ieri ho trovato questo messaggio:
“Cara Signora Lipperini, le chiediamo di condividere la nostra storia, Sì ricorda di quando ha parlato degli archivisti morti ad Arezzo nel 2018 per esalazioni da impianto antincendio? Ne avevamo uno anche noi, senza manutenzione per oltre 10 anni, abbiamo chiesto sicurezza, abbiamo perso il lavoro”.
E’ vero: sono state mandate a casa, “”senza ammortizzatori sociali. E hanno il coraggio di sfilare al Primo Maggio. noi ci abbiamo rimesso un lavoro ventennale ed adesso stiamo affrontando un processo contro questa grandissima ipocrisia. Le assicuro che è tutto vero e ci mettiamo la firma oltre che la faccia, grazie mille”
Certo che è vero. La storia viene da lontano. Già nel 2024, l’Associazione Italiana Biblioteche esprimeva solidarietà incondizionata ai bibliotecari dipendenti della società appaltatrice dei servizi bibliotecari del Comune di San Miniato (PI), che guarda caso avevano denunciato pochi giorni prima lo stato non a norma della biblioteca alla Asl e ai vigili del fuoco. La situazione era rischiosa: al piano superiore vivevano tre famiglie, vicino alla biblioteca c’è un piccolo museo. I vigili del fuoco scoprono molte magagne: un certificato di prevenzione antincendi vecchio di oltre quindici anni, infiltrazioni, impianti che usano bombole di azoto senza dichiarazione di conformità. Come reagisce il Comune? Non rinnovando l’appalto, assicurando contemporaneamente che nessuno dei sette dipendenti (precari) avrebbe perso il lavoro, ma – attenzione – che avrebbero lavorato altrove, e non nella biblioteca dove erano attivi da decenni.
“Eravamo in sette impiegate di cooperativa a cui hanno chiuso l’appalto: una ha trovato un altro lavoro, l’unico ragazzo ha vinto il dottorato in storia, due sono dovute rimanere con la cooperativa (costrette per ragioni economiche ad accettare un reimpiego sfavorevole) e in tre abbiamo portato la causa in tribunale di Pisa, ad oggi contro la cooperativa per licenziamento illegittimo. Confidiamo di proseguire appena arrivate a sentenza contro il Comune per mancato rispetto della sicurezza ed interposizione di manodopera”
Ci mettono la faccia e la firma: Chiara Salvadori, Aurora Brogi e Maria Rosa Simonetti
Ps. Sarebbe bello che il PD, di cui il sindaco è esponente, dicesse qualcosa, no? Siamo pur sempre a pochi giorni dal 1 maggio.
Nel 1950 La pelle di Curzio Malaparte viene inserito nell’Indice dei libri proibiti del Santo Uffizio, per immoralità. Nello stesso anno, il consiglio comunale di Napoli aveva votato il bando morale dello scrittore dalla città (la riabilitazione arriverà soltanto il 4 giugno 1998). E’ un romanzo terribile e meraviglioso: diversi anni fa, Nicola Lagioia ne scrisse ricordando che “l’eredità più sconcertante che Malaparte scaraventa oggi ai nostri piedi non appartiene alla letteratura; riguarda piuttosto le somiglianze tra il mondo infero evocato da La pelle e l’aereo mercimonio da cui oggi sembra minacciata la vita civile e istituzionale dell’Italia”. In sostanza, Malaparte dice una cosa semplicissima quanto negata: quando gli esseri umani lottano per sopravvivere, sono capaci “di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere.”.
C’è una scena difficilmente dimenticabile, nel romanzo: è quella del pranzo del Generale Cork, la cui moglie pretende che si cucini pesce per i suoi ospiti: così, dall’acquario di Napoli viene catturata una sirena, servita poi sull’insalata.
La relazione fra La pelle e la destra di cultura e di governo è più profonda di quanto sembri, e riguarda quell’essere disposti a tutto non solo in tempi di guerra, ma in tempi di cambio ai vertici E’ ben noto il mantra sul fatto che bisogna farla finita con la famigerata egemonia culturale della sinistra proponendo una visione alternativa. E, no, questa volta il caso Venezi è una nota a margine.
Quanto all’attuale ministro della cultura, Giuli, ha subito voluto presentarsi come il citazionista che viene da un’altra galassia rispetto a Sangiuliano: anche lui è però caduto nel trappolone evocando la famigerata egemonia culturale della sinistra in termini di potere e poltrone. E’ il discorso sbagliato, perché potere e poltrone, per quanto riguarda la cultura, sono semmai obiettivo trasversale e intramontabile dall’era Craxi in poi. Il discorso da fare, e che, se non Giuli, la sinistra stessa dovrebbe intraprendere prima o poi, è come rivitalizzarla, la benedetta cultura, come non farne il tableau vivant della Terrazza di Ettore Scola, come radicarla nei territori, come sottrarla alla tentazione di farsi brand. Roba seria, insomma.
In questi giorni è circolata una bufala che però contiene, come a volte avviene, un fondo di verità. Un ex ufficiale della CIA, Larry Johnson, ha affermato durante un’intervista ad Andrew Napolitano nel podcast “Judging Freedom”, che il 18 aprile scorso Donald Trump ha chiesto di poter usare i codici nucleari, e che è stato bloccato dal generale Dan Caine. Smentite ufficiali a parte, si è giustamente rilevato che Caine ha un ruolo consultivo e non avrebbe avuto il potere di bloccare un ordine di lancio.
Quello che turba me, e proprio nel momento in cui si ricorda Chernobyl, è che si sia parlato della falsa notizia, e va benissimo, ma non della possibilità che potesse essere vera. Quello che turba me, è che si sia quasi completamente messa da parte la questione della scelta nucleare, anche non bellica. Dopo il disastro di Fukushima, quindici anni fa, l’economista e sociologo Jeremy Rifkin, disse chiaramente che “l’onda d’urto prodotta dal disastro giapponese ha reso evidente a tutti la follia della scelta nucleare. Come si potrà proporre una nuova centrale atomica quando il paese che dispone di una delle tecnologie più avanzate del mondo si trova con tre impianti in crisi, reattori con una fusione del nocciolo in corso e un potenziale scenario catastrofico davanti? Il nucleare ha chiuso”.
Non è andata così, sia in ambito civile che in ambito militare, nonostante le rassicurazioni di Palantir sul fatto che la prossima arma deterrente non sarà l’atomica ma l’intelligenza artificiale (e oltretutto la faccenda non è rassicurante affatto). Da ultimo Carlo Rovelli è intervenuto spesso sul nucleare. Mi chiedo come mai gli scrittori e le scrittrici non tornino a prendere parola: come nel tempo hanno sempre fatto.
“Alcuni extraterrestri sostenevano che la causa del cattivo odore dei terrestri era la loro dieta, che, perfino tra i cinesi, consisteva principalmente di salsicce, patatine fritte, bibite analcoliche e birra. Ma gli octopodi di Algol, che erano forse la più filosofica fra tutte le razze, affermavano che non era un fatto di alimentazione. La psicologia influenzava la fisiologia. I terrestri puzzavano perché puzzava la loro etica.”
“Venere sulla conchiglia”, di Philip J. Farmer
Giustamente, il bravo Gianluca Mercuri apre la newsletter del Corriere della Sera con una constatazione amarissima:
“In un Paese medio – un Paese che pur in un momento di crisi fluttua con contegno tra gli accadimenti e si interroga in modo serio sulle cose serie – questo allarme degli industriali (la crisi energetica più spaventevole della storia, ndl) sarebbe la notizia del giorno.
Invece siamo il Paese di Nicole Minetti”.
Già, e aggiungo che siamo ancora il Paese di Berlusconi. Qualche settimana fa sua figlia Marina ha smentito seccamente le ipotesi sulla sua discesa in politica accusando il giornalista che l’aveva ventilata di misoginia e rivolgendosi in tono sprezzante al Fatto Quotidiano (lo stesso alle cui inchieste si deve il probabile stop della grazia a Minetti) come quotidiano malato di ossessione antiberlusconiana.
Il punto è che auspicabilmente la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo paese è stanca di Berlusconi, della sua famiglia, delle sue protette e dei suoi araldi, di cui non riesce, dopo decenni, a liberarsi: per paradosso, i vecchi partiti novecenteschi sono crollati prima di questo devastante avvelenamento collettivo. E il paradosso è che non discutiamo abbastanza di quanto siamo cambiati nei lunghi anni in cui Berlusconi fu presidente del Consiglio e in cui comunque ha avuto un ruolo chiave nella politica italiana, ma anche nel nostro immaginario. E questo è il suo maggior successo.
Il caso Venezi si è finalmente chiuso ieri, dopo mesi di battaglie degli e delle orchestrali e del coro della Fenice che si sono opposti al sovrintendente Colabianchi che ha nominato come direttrice musicale stabile Beatrice Venezi.
Quindi, bene, bravi: ma di tutti gli altri (e altre) che si fa? Di tutti coloro che esercitano poteri che non sono in grado di gestire, nel mondo culturale, e che sono stati nominati non per “merito” ma per vicinanza politica? Che si fa di Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea? Mercoledì prossimo, 29 aprile, ci sarà un presidio davanti al museo statale dalle 13 alle 15 per protestare contro la gestione “impropria e privatistica” di un bene pubblico. Sono mesi che i lavoratori e le lavoratrici protestano perché la prestigiosa Galleria non solo viene usata per le feste de Il Tempo e per la presentazione di un grazioso libro dove Italo Bocchino spiega perché l’Italia è di destra, ma perché i dipendenti che non erano d’accordo sull’uso politico di un museo sono stati segnalati dalla direttrice Mazzantini (c’è una lettera a Mattarella in loro difesa, inviata da artisti e curatori, ma forse interessa anche al ministro Giuli). Non solo: quando venne dedicata una mostra a Palma Bucarelli, straordinaria direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma dal 1942 al 1975, e a cui molto deve la storia dell’arte, e anche la Storia, dal momento che dal 1933 si oppose fieramente a Mussolini., la parola “antifascismo” venne fatta sparire. Si specificava, in comunicati e articoli, che Bucarelli era bella ed elegante. Ma antifascista no, figurarsi. Peraltro all’inizio di quest’anno la direttrice ha fatto abbattere palme sanissime nel giardino centrale del museo, che erano un omaggio proprio a Palma Bucarelli. Il pretesto era trovar posto a delle sculture di Consagra, ma in realtà di spazio ce n’era in abbondanza.
Infine, come è scritto nel comunicato dei lavoratori e delle lavoratrici:
“La direttrice ha, inoltre, previsto da tempo la chiusura di importanti servizi culturali interni alla Galleria come la Biblioteca specializzata e l’archivio destinati ad essere riaperti solo tra qualche anno nel progetto di riqualificazione del cosiddetto ‘ampliamento Cosenza’. Ma nel frattempo i servizi per studiosi e ricercatori sono sospesi.
Le condizioni di lavoro nella Galleria Nazionale sono inadeguate sotto vari punti di vista, la gran parte del personale lamenta sofferenza psicologica e molti pensano di inoltrare una richiesta di mobilità”.
Va benissimo la chiusura del caso Venezi: ma chissà cosa pensa il ministro Giuli del caso Mazzantini, che certamente fa meno notizia, ma non è meno grave.
E’ capitato, ieri sera, di ritrovarmi a guardare vecchi album di fotografie, scattate negli anni Novanta e dunque non conservate in forma digitale. Guarda, mi dicevo, i figli bambini al mare, a Serravalle, con i pattini, alle feste dei compagni di classe. E guardandomi mi dicevo che certamente ero giovane, con il pacco dei quotidiani sulle ginocchia e occhiali da vista con la montatura di metallo. E guardando e ricordando mi dicevo: ho detto ero, ed è così, e il verbo al passato vien bene per tutti coloro che pensano che l’età giustifichi la diffidenza verso l’AI, di cui spesso ho parlato. Gente vecchia uguale gente che non capisce. Gente che guarda indietro, esattamente come coloro che nei secoli hanno accolto con disdegno il cinema sonoro, la fotografia, il magnetofono, internet.
Mi è arrivata fra le mani l’immagine dei figli bambini che giocavano con il game-boy, e mi sono detta che ero stufa di questa semplificazione, proprio io che sono stata fra le primissime, nel 1991, ad avere un telefono cellulare e che tre anni prima avevo il mio primo pc, un MacIntosh, e che nel 1995 smanettavo con l’Internet dei primordi, e che questa narrazione secondo la quale chi non grida al miracolo davanti all’AI è un cavernicolo è malaccorta, ingenerosa e a volte furba. Perché, banalmente, questo salto non è come gli altri. E ci mette molto più a rischio degli altri.
Su Giap, Roberto Laghi fa un’analisi molto interessante della nostra sbronza: “Non è un caso che il determinismo tecnologico sia una delle idee che le aziende spingono di più per convincerci che quello che fanno segue il corso inevitabile del progresso e a noi non resta che adattarci: molto del marketing intorno alla cosiddetta «intelligenza artificiale» gira proprio intorno a questo e, noi, ci dicono, o saltiamo sul treno in corsa o saremo esclusi – da tutto, o quasi.”
Leggetelo tutto, perché parla apertamente di tecnofascismo, ma anche delle alternative.
Peraltro, in questi giorni si è discusso molto del manifesto in 22 punti pubblicato dalla Palantir di Peter Thiel. Sono punti prevedibili, per chi ha seguito un po’ l’ascesa del Signor Anticristo e della sua azienda: le Big Tech devono partecipare alla difesa nazionale, il servizio militare deve tornare obbligatorio, le culture non sono uguali, e quindi inclusività e pluralismo sono scatole vuote di cui liberarsi, il software militare è il futuro. Eccetera.
Non ve lo linko perché non voglio contribuire ad aumentare i milioni di visualizzazioni, ma lo trovate un po’ ovunque. E’ interessante quanto Thiel batta sulla “tirannia delle app” chiedendo di pensare in grande, e ribadendo che chi produce tecnologia ha il potere, e che l’intelligenza artificiale è quel potere. E invita ad avere fede in chi lo produce. Per i distratti, la bio di Palantir su X è Software that dominates. E il punto 12 del manifesto dice:
“Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull’AI sta per iniziare”.
Gandalf: Un Palantir è un attrezzo pericoloso, Saruman.
Saruman: Perché? Perché dovremmo noi temere di usarlo?
Secondo me gli estensori di decreti, provvedimenti, bandi e quel che volete andrebbero tutelati, perché da quando questo governo è in carica hanno un sovraccarico di lavoro. Pensate soltanto al famoso articolo 30 bis del dl sicurezza, che verrà comunque approvato ma immediatamente dopo lo si correggerà con un provvedimento ad hoc.
Non è il solo caso. Oggi su Repubblica arriva la notizia che lo scorso 31 marzo a Marzabotto, Fossoli, Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema e Risiera di San Sabba il ministero della Cultura ha comunicato l’entità dei contributi 2026: “circa 364mila euro ciascuna. Peccato che questo significhi un taglio di quasi 65mila rispetto alle previsioni, che si sommano a un’altra sforbiciata da 22mila già stabilita dalla manovra di bilancio”.
Come risponde Giuli? Che il decreto, almeno per Sant’Anna di Stazzema, «era già in via di sterilizzazione attraverso un decreto compensativo». Dunque, prima si fa un decreto e poi lo si modifica con un altro decreto.
C’è qualcosa di illogico e beffardo in tutto questo, e anche di fortemente inquietante. E’ come se non si avesse chiaro quel che si vuole fare davvero, né si calcolano le conseguenze di quanto si fa.