E’ molto difficile parlare d’altro, pensare ad altro, in questo tempo. E’ molto difficile non sbigottire davanti all’insensatezza di questo governo, che divaga mentre piovono missili e bombe a due passi da casa. E ancora una volta, qua e là, tornano le lamentele contro i pacifisti. Come è avvenuto e avviene dopo l’invasione dell’Ucraina, dicono, scrivono che il pacifismo è da salotto. Dicono, scrivono, sempre più spesso direi, che i pacifisti sono tutti filo-Putin o che non vogliono “liberare le donne iraniane”. Dicono, scrivono, che i pacifisti non servono a nulla.
Così, riprendo e ripropongo un episodio dalla bibliografia disarmata. Questo.
Nel 1940 la Germania invade la Danimarca, che all’inizio della seconda guerra mondiale si era dichiarata neutrale. La resa, in quel 9 aprile 1940, fu quasi immediata.
Quello che si ricorda meno è come reagirono i danesi, che attuarono una forma di resistenza diffusa e non violenta. Fu uno studente di 17 anni, Arne Sejr, a diffondere il volantino che ne riassume le iniziative. Si chiamava Il decalogo del buon danese.
La resistenza non violenta colpì Hannah Arendt che scrisse: ”si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori. Fu l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che che si trovarono coinvolti cambiarono mentalità. Non vedevano più lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia”.