UN’ARPIA VIVE QUANTO I LIBRI: CELENO L’OSCURA DI VIOLA DI GRADO

Oggi un po’ in corsa, domani e sabato sarò a Torino e fra le altre cose parteciperò a Maratona Simenon al Circolo dei lettori, dunque posto qui una recensione fatta per Linus. E’ Celeno l’oscura di Viola di grado con le illustrazioni di Elisa Seitzinger, pubblicato da Hacca.

 

Cosa sia la fede nelle storie è qualcosa di molto detto e non sufficientemente capito. Ma esiste ancora, a dispetto dei tempi, del cinismo, del ripiegamento sul reale, e lo testimonia un libro.
Si chiamano vedenti e sono coloro che nel cielo non vedono solo aerei, nuvole, pianeti, ma gli stormi di arpie. I vedenti sono instabili, ansiosi, spesso depressi. Nessuno crede loro quando da bambini corrono a raccontare ai genitori di aver visto le creature del mito mentre si alzano in volo: vengono anzi curati con benzodiazepine e inibitori di ricaptazione della serotonina. Febe Frau è una vedente: quando ha sedici il padre si ammala e negli ultimi momenti della sua vita un’asse della camera da letto di solleva e ne esce una piccola arpia, bella e vomitevole come tutte, ma questa cresce fino diventare alta come un’umana e vola via tenendo il padre, ormai minuscolo come una bambola, fra le ali. Nessuna arpia, invece, si presenta quando la madre decide di gettarsi dal balcone per il dolore del lutto: c’è un motivo, lo si scoprirà alla fine.
Celeno l’oscura è la storia che Viola Di Grado ha scritto per Hacca, con le meravigliose illustrazioni di Elisa Seitzinger: e c’è tutta la tenebra e c’è tutto l’incanto della sua scrittura già nella scelta dell’arpia terza, quella che Esiodo non nomina insieme ad Aello e Ocipete. Perché le arpie, qui, portano via i morti come nella leggenda ma soprattutto sono creature del rifiuto, che sanno di essere odiate da tutti, e i cui nidi sono fatti di caramelle filamentose rubate ai bambini, rovi e profilattici usati raccolti nei parchi. Sono orribili e bellissime. Le madri le hanno respinte appena hanno aperto gli occhi. Sono al bordo del cielo e del mondo.
La novella di Viola Di Grado racconta dunque del margine, e di come dal margine, avrebbe detto bell hooks, si possa formare un luogo di trasgressione e di resistenza. Febe Frau cammina nel mondo con indifferenza, finché incontra la commerciante di futuro: ha occhi verde prozac e vende uova di arpia, che si ritiene curino le parole e i corpi. Tanto basta per incuriosirsi sulle creature alate e temute, che come chi scrive e sogna amano scappare dal reale, sapendo che dall’altra parte troveranno cose altrettanto spiacevoli.
Febe Frau e Celeno sono destinate a incontrarsi, ma la sensazione è che Di Grado e l’Oscura si siano incontrate prima: chi conosce e ama la sua opera, da Sette Acrilico Trenta Lana e Cuore cavo in poi, sa con quanta poesia, tenebrosa anche questa, riesce a raccontare il corpo in ogni sua bellezza e degenerazione: “Il corpo è una primavera perenne, non smette di germogliare liquidi e segnali, gas, infezioni. Si bagna, gronda, esonda, come un corso d’acqua senza argini né civiltà”. Febe, e il suo corpo, incontrano l’amore, o meglio il sesso, e la prima volta è segnata dal canto lamentoso di un’arpia. Perché si somigliano, perché è troppo comodo prediligere creature facili da amare come i cani e i gatti, e perché si abituano all’odio ricevuto. Ma l’amore delle arpie, quando c’è, è esclusivo “come quello dei bambini e dei moribondi”, anche se si consuma in silenzio e in luoghi oscuri, perché le arpie, come tutti gli esseri difficili da definire, si nascondono sempre “per non turbare l’armonia collettiva e non scatenare accessi di violenza”. La loro fonte di gioia sono i lamenti delle anime suicide: ma è natura, non crudeltà, e la natura è terribile e senza colpe. E qui Di Grado ci ricorda gli orrori che siamo capaci di commettere per moralismo: inorriditi da questa consuetudine, gli umani hanno cosparso gli alberi di veleno per arpie, provocando un genocidio di milioni di creature nei primi anni Trenta. Ma anche noi mangiamo gli animali, scrive Di Grado, e le arpie mangiano foglie contaminate dalle anime suicide. “Non è con le arpie che dovremmo prendercela, ma con chi ha portato quelle persone al suicidio, a perdere la speranza. Dovremmo prendercela con il mondo disastroso che prima le ha messe al mondo e poi le ha tradite”. E non è quello che facciamo ogni giorno, indignandoci e accusando chi è semmai vittima di un sistema intero?
Odiata da Dina e Dimitri, con cui ha attraversato una collosa e triste stagione di sesso, Febe ritrova la commerciante di futuro, che si chiama Aura e vive circondata da arpie, e presso di lei troverà lavoro e potrà vivere con Celeno. Ma non regge il dolore di chi va da Aura a farsi predire il futuro, ed è proprio il corpo a incrinarsi: un mal di stomaco, un feroce mal di denti, il dolore fisico nel leggere gli articoli su Internet, a scorrere notizie sugli abusi, i genocidi, le api che producono miele blu e rosso perché succhiavano gli scarti di una fabbrica. E poi il mal di gola, la mancanza di respiro e infine un esaurimento dell’anima. Finché Celeno la riterrà degna di ascoltare la sua storia. Che in parte è quella del mito e in parte no, perché i suoi genitori non erano figli della terra e del mare, ma due influencer da un milione di follower a testa: non è una attualizzazione casuale, perché a ben pensarci è dagli influencer che si forgiano miti “senza significato”. Che spesso sfruttano gli altri, come avviene alle arpie, sgradevoli ma preveggenti, ed è per questo che dei e umani le utilizzano senza pietà.
Ci sarà infine libertà, e una separazione, e un messaggio da Celeno nella vita ormai serena di Febe. Ma la storia è più di una storia, e non soltanto per le meravigliose illustrazioni di Seitzinger, che sa passare dai colori della terra e dell’acqua ai grigi e ai marroni dell’aria quando si fa tempesta e a far diventare simbolo ogni immagine. Ma perché è un atto di fiducia nel mito di cui abbiamo bisogno. Del resto, come scrive Di Grado, un’arpia vive a lungo come il suo amore: vive quanto i libri.

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