PER SALVARE GITA AL FARO, PER RICORDARE LE STORIE DI VENTOTENE

La prima volta le ho dato le spalle. Quando, ed era giugno 2013, il traghetto si è staccato da Formia per iniziare il viaggio verso Ventotene, guardavo il porto che si allontanava, e la spuma che tracciava il percorso, e infine i delfini che giocavano, accompagnandoci. I delfini sarebbero finiti nel racconto scritto per l’edizione di Gita al faro in cui sono stata ospite felice: perché l’isola, che allora non conoscevo, si è rivelata luogo di incanti e, come mi avrebbe detto poi una donna che ho conosciuto, “un luogo di cura”.
E’ vero, Ventotene “cura”: non solo perché fa dimenticare le personali sofferenze, le incertezze, la malinconia della quotidianità. Cura chi scrive, soprattutto, perché allontana dalla trama sempre più esile e sempre più inutile dei rapporti editoriali, delle relazioni che è importante intraprendere o mantenere, e riporta all’essenza. Essere scrittori, essere insieme, restituire parole. Non attraverso il rito della presentazione del libro (che, va detto, a Ventotene è diverso, e ancora una volta è un merito del luogo ed è un merito di Fabio Masi, che è riuscito a essere il cuore del luogo con la sua libreria), ma soprattutto attraverso quello dell’osservazione, dell’ascolto, del pensiero che convogliano nella scrittura e culminano in quelle irripetibili letture notturne alla luce del faro, che per ogni partecipante, credo, sono la cosa più bella che gli possa capitare”.

Vi parlo di Ventotene perché Gita al Faro rischia di non esserci più, dopo l’edizione in forma ridotta dell’estate scorsa. I motivi? Il progressivo assottigliarsi dei finanziamenti, pubblici e privati. Ora, so benissimo che in tempi oscuri come questi la crisi di un festival letterario può sembrare ininfluente. E magari lo è, anzi sicuramente lo è rispetto a urgenze indiscutibili e gravi come quelle che attraversiamo.
Eppure, continuo a essere convinta che le storie servano. Specie in un luogo di memorie fortissime come Ventotene, ma anche e soprattutto Santo Stefano. Da quando ho assunto la direzione artistica, nel 2014,  il fine è sempre stato uno: cercare di restituire quanto Ventotene dà, e dà moltissimo, in termini di memoria, storia, natura. Ma anche di dissolvimento. I quartieri dei confinati che non esistono più, il lungo degrado del carcere di Santo Stefano (finalmente verso la fine, per fortuna e per costanza di chi ci ha lavorato), il tufo che si sgretola. La sensazione che l’isola suggerisce, dunque, della finitezza, nella lontananza. Ma anche per questo è sempre stata l’isola che ti fa riconoscere le ferite e ti insegna a conviverci. Questa è la voce di Ventotene, per me. L’idea che ho sempre avuto è che quanto si riceve si dà, nelle storie che vengono scritte durante i giorni del festival. E mi sembra che sia stata sempre accolta da scrittrici e scrittori che in questi anni si sono avvicendati: da tutti l’isola è stata amata, da tutti è stata narrata.

Sono tanti, tantissimi.  Oltre ottanta ospiti, da Stefania Auci a Edoardo Albinati, da Stefano Bartezzaghi a Maurizio De Giovanni, da Donatella Di Pietrantonio a Nicola Lagioia, e poi, in ordine sparso, Daria Bignardi, Giulia Caminito, Paola Caridi, Gianrico Carofiglio, Mauro Covacich, Chiara Gamberale, Vera Gheno, Federica Manzon, Michela Marzano, Michela Murgia, Matteo Nucci, Sandra Petrignani, Tommaso Pincio, Walter Siti, Nadia Terranova, Emanuele Trevi,  Wu Ming 1, Zerocalcare e tantissimi altri.

E altri ne vorremmo.
Per questo, abbiamo fatto partire oggi una campagna di crowdfunding su Produzioni dal basso.

Perché vogliamo esserci anche nel 2026. Perché c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni: la letteratura non è mai lontana dal mondo in cui nasce, e ne riporta gli orrori, ma anche le speranze. E in tutto questo tempo sono stati scrittori e scrittrici a guidarci nella comprensione di quel che la cronaca non sempre riesce a restituire.

Grazie per tutto quello che potete fare.

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