ARRIVA “BACKROOM” DI ELEONORA C. CARUSO

Mi capita spesso di parlare dei libri degli altri, ma questa volta lo faccio con un romanzo che sento anche un po’ mio. Subito il titolo: Backroom, esce il 27 marzo per Nutrimenti e lo ha scritto Eleonora C. Caruso.
Lo sento un po’ mio perché è uno dei due romanzi che ho proposto a Nutrimenti medesima (l’altro arriva in autunno), e anche perché conosco Eleonora da quindici anni, da quando leggevo le sue fan fiction firmate Caska Langley, e ho sempre pensato che fosse una penna rara. E infatti lo è: la sua scrittura non somiglia ad altre, il modo che ha di raccontare “anche” una generazione è solo suo.
Ho seguito tutta la sua storia editoriale, dall’esordio di Comunque vada non importa, uscito per Indiana nel 2012: ed è da recuperare, perché guarda, insieme, al Gončarov di Oblomov e al Cunningham di Le ore. Darla, la protagonista, è una piccola signora delle storie, non la semplice proiezione narrativa di un’adolescenza, né l’opportunità sociologica per capire cos’è una gothic lolita e perché investe centinaia di euro nella sottogonna perfetta. Già allora Eleonora restituiva un mondo anche attraverso gli oggetti: da piccola, Darla riceve scarpe Lelli Kelly e una Ballerina volante per diventare “femminile”. Da grande, colleziona miniature dei personaggi di manga e film, e le penne biro che ruba alla posta (come risarcimento per tassazioni giudicate inique). Riempie vuoti, con quello che può. Compresi i vuoti affettivi, che nell’immaginario risultano più appaganti. Sailor Moon aveva amiche fedeli e un compagno impareggiabile. Darla ha avuto una madre che non si è accorta delle sue prime mestruazioni, un padre che sembra indifferente, un fratello, Andrea, su cui si sono proiettate le aspettative dei genitori, e un unico punto di riferimento, Alessandro, che di Andrea è innamorato e che è fin troppo perfetto nel corpo e nell’anima.

Poi arrivò Le ferite originali, che uscì per Mondadori, ed era la storia di Davide, anche, che davanti  a un servizio televisivo sui giovani che non si adattano al mondo del lavoro, pensa all’amica con due lauree che lavora da McDonald’s ma non dice nulla. E c’è Dafne che si sente in  colpa se entra in un grande magazzino a comprare un cardigan da pochi euro: si sente in colpa da sempre, e come potrebbe essere altrimenti, se i suoi genitori sono medici volontari nei luoghi disperati del mondo, e le mettono sotto gli occhi il suo privilegio perché vive a Milano, la Milano dell’Expo, e può aprire un rubinetto, prendere un autobus, usare un assorbente? E Dante che è ricco, “sartoriale come le sue giacche”, ma non sa fare nulla in grado di durare. E infine  Christian, la cui bellezza è pari al dolore che porta in sé e che infligge agli altri.
C’è sempre un filo che si tende, nei romanzi successivi, Tutto chiuso tranne il cielo e Doveva essere il nostro momento. E quel filo arriva fino a Backroom, il cui protagonista ha una missione: tornare agli anni Novanta, prima che il mondo cambiasse, prima che le cose diventassero irreversibili. E ritrovare un equilibrio. Dice:

“Gli anni Novanta sono stati il punto culminante di un percorso… diciamo dal dopoguerra in poi. Vuol dire che in quel momento vivevamo con un set di regole consolidato, in contesti anche molto difficili, e per una ventina d’anni il mondo è corrisposto a quelle regole, quindi era in equilibrio. Lascia stare se le regole in sé erano giuste o sbagliate, non è quello il punto: il punto è che vivere in un mondo in equilibrio, che è coerente con sé stesso, fa stare meglio che vivere in un uno incoerente. È questo che è successo, nel 2001: il mondo è cambiato, ma non abbiamo cambiato le regole. Adesso viviamo in un mondo incoerente, e quindi spaventoso. Non è certo la prima volta che capita nella Storia”.

Chi è il protagonista di questa utopia, velenosa come spesso sono le utopie? Un bambino malato di mente o una divinità?
Nasce appunto negli anni ’90, quando tutti hanno fiducia nel futuro, tranne lui. Riempie quaderni in una lingua sconosciuta, rifiuta il contatto fisico, disprezza le persone, ha crisi di rabbia violente; i genitori si sforzano di capirlo, ma in fondo si vergognano di lui. L’unico luogo in cui ama stare è “La Stanza”, spazio mentale abitato da voci, in cui nessun altro può entrare. Si sente simile solo alla tecnologia: la televisione, che ama come una madre, e la Rete, che considera un’entità vivente, e l’unica possibilità di salvezza per l’umanità.
Con la fine del millennio l’illusione del benessere si sgretola, e con essa anche la Rete, ormai dominata dalle grandi piattaforme e dal caos rabbioso dei social network. L’uomo senza nome, ma alla fine lo avrà, finisce a lavorare proprio per una piattaforma, come moderatore di contenuti: ogni giorno guarda centinaia di video di violenze e orrori, con il sacro compito di “salvare internet”, come recita ossessivamente lo slogan aziendale. È una discesa negli abissi dell’umanità, dalla quale riemerge con una missione finalmente degna di lui: salvare la sua generazione riportandola negli anni ’90, per ricostruire il mondo a partire da lì quando l’imminente Apocalisse l’avrà purificato. Attorno a lui si radunano sempre più millennial disillusi, spaventati dal presente e privi di futuro. Si isolano in un vecchio baglio siciliano, costruendo una comunità dove il tempo si è fermato, senza internet, di cui lui è il centro assoluto; un luogo a sua immagine. Lì, finalmente, sente di avere una casa. E conosce Leo, con cui nasce un legame immediato, quasi predestinato. Lui è la prima persona di cui abbia bisogno, e l’unica che non vuole restare. Oscillando tra lucidità e delirio, si ostina – e forse riesce davvero – a piegare la realtà, ma questo gli pone una scelta: compiere il suo destino di salvatore, o perdersi nella sua mente e rinunciare a tutto, pur di trattenere l’unico che sia mai entrato della sua Stanza?
E infine, può essere mai che il Signore abbia messo in terra un’intera generazione apposta per farla morire nell’ininfluenza, come se non fosse mai esistita?

Basta, non dico altro: se non che Eleonora è in grado di raccontare lo spirito del tempo, quello che ci inchioda alla fine delle speranze, e che pure ci illude, ancora, di poter modificare il mondo. Amate Backroom come l’ho amato io.

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