Ogni giorno, quando apro la mail, trovo notifiche di persone che mi seguono su Substack. Bello, direte voi. Piccolo particolare: io non sono su Substack, nel senso che non ho scritto mai neanche una riga. Sono iscritta perché leggo quello che scrivono gli altri, ma, nella mia ostinazione, quel che ho da dire lo scrivo sul blog, che continuo a mantenere aperto e gratuito da 21 anni a questa parte. Allo stesso modo, non ho aperto newsletter. C’è il blog, mi dico, non mi serve altro.
Certo, leggo quel che scrivono gli altri, su substack, sulle riviste e sulle newsletter a cui sono iscritta. Personalmente, ne traggo più spunti rispetto alla lettura delle pagine culturali dei quotidiani, ma è parere personale e non vale per chiunque.
Così, ho letto attentamente la mappa-non mappa che Giovanni Robertini e Raffaele Alberto Ventura hanno compilato per il mensile di Domani, Finzioni: non-mappa perché, rispetto a dieci anni fa, una cartografia esaustiva è impossibile, mentre è possibile invece sapere quali strade hanno intrapreso gli autori e le autrici che hanno mosso i primi passi in quella scena digitale, e quali riviste esistono ancora e quali sono quelle nuove. Anche se Robertini e Ventura dicono:
“La verità è semplicemente che le riviste sono morte per davvero, dopo avere giocato in questo decennio le loro ultime due carte per sopravvivere: il disperato opinionismo da clickbait e il ricorso a uno star system culturale sempre più periferico. “Il nuovo articolo di Raffaele Alberto Ventura”: beh, sticazzi. E allora il dibattito prosegue altrove”.
E ancora:
“Se nel 2015 scrivevamo dell’esistenza di una new wave dell’opinionismo da terza pagina, ora possiamo dire con certezza che quella wave è morta, seppellita dal populismo dei like. La regola è semplice: più si alza la voce, più si attacca un nemico (vero o presunto) più visualizzazioni si fanno.”
Sommessamente, non sono del tutto d’accordo: o meglio, dipende da cosa si cerca. Personalmente, e non credo di essere sola, cerco esattamente l’opposto: altrimenti tanto vale rimanere soltanto nella vasta cerchia dei social.
Non sono d’accordo neppure su un’altra cosa, e non solo perché chiama in causa una mia conversazione con Giulia Caminito apparsa su Lucy. Sulla cultura. Nell’articolo di Finzioni si sostiene che quell’articolo in particolare rientra nella discussione sui trend. Ovvero:
“Dal pezzo Il problema della letteratura delle donne di Loredana Lipperini su «Lucy» a quello sul maschio perfomativo di Caterina De Biasio su «Rivista Studio», l’impressioni è che l’oggetto del discutere siano trend, spesso d’importazione, e operazioni di marketing culturale. Mentre i consumi (sempre culturali), soprattutto i libri, vengono recensiti come se fossero blurb promozionali: la stroncatura è scomparsa e questo è uno dei tanti segnali della crisi del lavoro culturale”.
Ma occuparsi di tendenze e di mutazioni della proposta editoriale fa parte del lavoro culturale: per me, il lavoro della critica letteraria e quello dell’osservazione culturale sono due cose distinte ed è bene che tali rimangono. Abbiamo bisogno sia di sguardi che interpretino i testi sia di quelli che leggano i fenomeni. Il rischio di volere una sola e unica cosa è quello di essere autoreferenziali, nei due casi.
Dove trovare tutto questo? Un po’ ovunque, direi. E questa moltiplicazione, per me, non è una dichiarazione di fallimento: è qualcosa che ritiene più impegno di prima, quando bastava leggere la colonnina di destra di un blog per scoprirne altri (si chiamava blogroll, ai tempi). Richiede la voglia e il tempo di scegliere cosa seguire nel panorama culturale, forse, come scrivono gli autori, sapendo che una “scena culturale” non esiste più: non, almeno, nel significato che le si attribuiva anche solo dieci anni fa.
E allora perché continui ad aggiornare il blog e a scrivere sui social? Legittimo chiedermelo, in effetti, perché ogni tanto me lo chiedo anche io. La risposta più onesta è “per me”. Per fissare pensieri. Per vederci chiaro. Per lasciare una traccia a me stessa. I blog non sono che un diario di bordo, e così nascono, qualunque cosa si possa dire ora. I social sono un racconto continuo delle vite degli altri, e per questo ci ipnotizzano e ci avvincono. Però, sempre per me, la scrittura è un’altra cosa. Abbiamo bisogno di pensare al futuro per poter amare una persona o un amico, diceva – grossomodo- Camus ne “La peste”. E quando ci muoviamo in un presente eterno non possiamo amare.
Ecco, penso che per i vecchi blog (che sono comunque una forma d’amore) valga lo stesso concetto.
Da qualche mese ho con fatica abbandonato i social. Sto pian piano scoprendo che Internet non vuol dire solo Facebook e Instagram (e qualcuno dirà: “ma va?!” Eppure… mi sono accorta che visitavo sempre gli stessi 4/5 siti), ma contiene anche tanti blog da scoprire. Quindi… per chi, come me, non è sui social, i blog contano, eccome.