CALENDARIO DELL’AVVENTO: MARIANA ENRIQUEZ

Oggi un po’ di calendario dell’avvento anche su Lipperatura, ovvero, i libri che mi sono piaciuti. Si apre con Un luogo soleggiato per gente ombrosa di Mariana Enriquez. Quel che segue è la mia recensione uscita su Linus di ottobre. Poi, tranquilli, si torna alla consuetudine.

 

Immaginiamo di aprire un romanzo contemporaneo, sperando che parli del mondo in cui viviamo e non della propria famiglia. Immaginiamo di trovarci esattamente quel che volevamo: periferie disperate, casermoni e baraccopoli, e una donna che osserva e dice: “Capisco quello che succede. Quando la miseria incombe come incombe nel mio paese e nella mia città, se per sopravvivere si deve ricorrere all’illegalità, lo si fa. Si guadagna meglio che con un lavoro legale. Peraltro, non è che ci sia tutto questo lavoro legale, per nessuno”. Immaginiamo ancora che questa donna, che abita non lontano dai casermoni e dalle baraccopoli, partecipi a riunioni di condominio dove i vicini indicono assemblee sulla sicurezza, e che pensi: “Quello che sta succedendo è orribile. Loro però sono ancora più orribili. Durante le assemblee gridano che pagano le tasse (è vero solo in parte: la metà evade tutto quello che può, come qualunque argentino della classe media), che si sono comprati delle armi e che fanno corsi per imparare a usarle, e parlano di come, secondo loro, dovrebbe agire la polizia: propongono sempre l’omicidio, l’insulto, l’esempio medievale e l’occhio per occhio, o cose del genere. C’è un uomo anziano, poco più di me, non lo conosco, ma dice che è necessario infilzare le teste di quei “negri” sulle lance e metterle in mostra, come ai tempi delle colonie. Nessuno gli dice niente, nessuno alza gli occhi al cielo”.
Bene, tutto questo farebbe annuire di soddisfazione chi legge, e pensa che, finalmente, qualcuno si occupa di quel che avviene nel mondo e non solo nella cucina di casa, o nella casa degli antenati, dove, anche se il camino sostituisce il microonde, si racconta sempre la stessa storia: la nonna, il nonno, il padre e i figli e insomma il mondo ristretto a misura di stanzino. Solo che la donna di questa storia parla con i fantasmi: anzi, li attira. Anzi, se non lascia la casa, il quartieraccio e gli orrendi vicini è proprio per rimanere con loro. A questo punto, il lettore o la lettrice ha due strade: chiudere il libro brontolando, perché a suo parere le storie devono essere realiste a dispetto di qualche millennio di incanti e visioni, oppure proseguire con raddoppiata felicità, perché sa che quello che racconta meglio la realtà è esattamente ciò che in apparenza la tradisce.
Il racconto in questione esiste davvero, si intitola I miei tristi morti e apre la nuova raccolta di Mariana Enriquez, Un luogo soleggiato per gente ombrosa (traduzione di Fabio Cremonesi, Marsilio editore). Enriquez si conferma geniale come in tutti i libri precedenti: argentina, autrice di racconti e del romanzo La nostra parte di notte, ha raccolto l’eredità del gotico e dell’horror piegandola alle sue esigenze, ben consapevole che è la letteratura fantastica a portare a galla tutto quel che non vogliamo dire. A Mantova, ha raccontato che I miei tristi morti viene da una storia vera, quella di un ragazzo sfuggito ai sequestratori che ha bussato a tutte le porte, ma nessuno gli ha aperto, e viene ucciso. “Per tutti i vicini che non hanno aperto la porta quel ragazzo è diventato un fantasma, lo sentono e non possono dimenticare di non averlo salvato. C’è una sorta di riscatto nel racconto: non con il rituale del realismo, ma con l’horror”. Che non significa, evidentemente, applicare lo stesso metodo a ogni fatto di cronaca: sempre al Festivaletteratura di Mantova, Enriquez si è rifiutata di parlare di femminicidi: “Mi interessa come questione, ma non voglio scrivere con i titoli dei giornali.  Scrivo letteratura anche in risposta a quel che succede nella società, ma solo se c’è un interesse sincero, non per soddisfare il pubblico”. Applausi.
Ogni volta che leggo Enriquez (l’ho letta tutta, e ogni volta aspetto con ansia il libro successivo: mi succede soltanto con Stephen King) mi chiedo perché questo piccolo miracolo accada così raramente in Italia, dove invece si moltiplicano proprio le ave e le confessioni, e moltissime biografie romanzate. Forse è lo spirito del luogo, mi rispondo. Penso a con quanta abilità, in Santa Evita, Tomás Eloy Martínez abbia narrato, per esempio, il mito di Evita Perón: “in Argentina è ancora la Cenerentola delle telenovelas, la nostalgia di essere riuscita a essere ciò che non siamo mai stati”, diceva. Ma ne ha parlato come di un fantasma che infesta le vite degli altri: certo, ha raccontato l’infanzia di bambina povera, cresciuta senza padre, con una madre che si affanna per mantenere la prole in una piccola casa di periferia. Il che non impedisce alla ragazza, dopo il lungo anonimato, di ascendere al potere. Da quel momento la scelta dei suoi abiti e delle sue acconciature occuperà le prime pagine: il parrucchiere di Evita, Julio Alcaraz, spiegherà come è arrivato a ottenere quella particolare sfumatura di biondo e come è riuscito a trasformarla da “caramella mordicchiata” in dea. Questo avrebbero potuto farlo tutti: ma Martinez ha narrato soprattutto del cadavere di Evita, imbalsamato e magnifico, che sfugge alla corruzione ma corrompe e danna tutti coloro che vi hanno a che fare. Horror, appunto.
Qualche tempo fa, in un’intervista a The Guardian, Enriquez ha detto: “È molto difficile scrivere dell’Argentina usando solo il realismo. Negli anni ’50 e ’60 c’era una forte tradizione di narrativa fantastica qui: Borges, Silvina Ocampo, Julio Cortázar. Poi l’Argentina si è politicizzata con la dittatura, le conseguenze della rivoluzione cubana e l’intervento americano. Questo ha portato al dilemma sartriano della letteratura che deve essere politica e parlare dei tempi, ma ovviamente Sartre non ha mai detto che la letteratura dovesse essere realistica, solo che doveva essere coinvolta in ciò che stava accadendo. Credo che quello che è successo a persone come me, cresciute negli anni ’80 e ’90, è che i film, Stephen King e Twin Peaks si sono mescolati alla nostra realtà, che era già piena del linguaggio dell’orrore: gli scomparsi, i figli dei morti, i figli della generazione perduta”.
Proprio King, in effetti, è stato l’iniziatore di Mariana Enriquez, che a 12 anni riceve in regalo da uno zio Pet Sematary, lo legge nella notte di Natale e lo getta via, terrorizzata. Ma lo riprende, e lo finisce: “Ricordo di aver pensato, wow, mi piacerebbe davvero far sentire alla gente qualcosa di così reale. È chiaramente un romanzo sulla paura di perdere la propria famiglia. Tutto quello che ho imparato su come fondere realtà e orrore, l’ho imparato da Stephen King”: Che qui viene omaggiato in Il cimitero dei frigoriferi, dove aleggia l’eco de Il corpo, perché tre bambini giocano in un vero cimitero dei frigoriferi sfidandosi a resistere più a lungo con la porta chiusa. Il resto si tace, ma ancora una volta il mondo reale fa irruzione, perché quel ragazzino che non torna mai ricorda molto la vicenda dei desaparecidos. Le famiglie ricordano, gli altri dimenticano. E questa è la realtà, e questo deve venir raccontato.

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