Non so voi, ma io sbigottisco un poco. Ci sfila davanti agli occhi una storia di violenza e di abusi, un reale d’Inghilterra viene giustamente arrestato (ma rilasciato subito dopo), ci sono ragazze e donne che sono state portate al suicidio, o alla disfatta psicologica, e noi, come scrive Giulia Paganelli su Bolena, ci distraiamo. Per dirla con le sue parole:
“Uno dei modi per tenere a bada la massa, dicevano, è darle l’illusione di partecipare con le stesse regole al gioco, senza che possano fisicamente partecipare. Un tempo questo era abbastanza semplice perché molta violenza veniva catalizzata, per esempio, dalle esecuzioni in pubblica piazza, capaci di far sentire lo spettatore dalla parte del potere (non essendo sul patibolo) e auto-educarsi a non fare nulla per poterci finire un giorno. Questo schema è strutturale del complesso nord-atlantico e ha garantito la solidità del sistema delle leggi perché negli spazi giuridici nessuno è sulla carta superiore ad essa (questo spiega la necessità, da parte delle elites, di creare geografie sommerse per garantire l’incolumità e il mantenimento dello status). Per far sì che questa valvola di sfogo sociale funzioni, è necessario che venga accompagnata da una narrazione ben precisa. Una narrazione ben precisa esige attori e attrici che possano incorporare (e non solo interpretare) la storia”.
Leggetela tutta, la Bolena di questa settimana, che descrive molto bene come, quando una struttura di potere scricchiola, ce la caviamo dipingendo una sola persona, o un paio, come mostri: e una volta rimossi (anche se rilasciati subito, nel caso di Andrew Windsor), tutto sembra essere tornato a posto: “Se Epstein è un demone, allora non dobbiamo indagare sulle banche che hanno spostato i suoi soldi, sui servizi segreti che hanno garantito la sua impunità o sui politici che hanno abitato le sue case. Il mostro è un parafulmine, vedete, attira su di sé tutta la tensione morale per impedire che l’analisi risalga l’intera filiera produttiva. È l’ultima menzogna del potere: farci credere che il male abusante sia un’eccezione prodigiosa, quando invece è la norma operativa del sistema”.
Perché sbigottisco? Perché mi sembra che la discussione pubblica, specie delle donne, sia centrata su altro.
E per dirla con chiarezza, me ne infischio del film tratto da “Cime tempestose”, me ne infischio della copertina di Einaudi, non mi interessa se il romanzo sia stato tradito o se la versione pop avvicinerà le ragazze ai classici. Anzi, comincio un poco a stufarmi di questo discorso: è possibile che avvenga, così come è possibile, vista anche la simpatica propensione editoriale a imprigionarle in un genere come lettrici e chissà come scrittrici, che da quella gabbia rosa non escano.
Ma mi sembrerebbe molto più sano, adesso, parlare alle ragazze di quel che avviene intorno a loro, invece di partecipare al gioco che si era già giocato con il film Barbie. Allora, lo ribadisco, Ho ammirato la regia di Greta Gerwig, che peraltro ammiro non da poco, perché riesce comunque a trarre il possibile dal complicato mondo dei blockbusters. Ho ridacchiato e ho anche riso apertamente due o tre volte. Eppure, anche alla luce della gran cagnara fatta sul film, e dei suoi mirabolanti incassi, non ho potuto non chiedermi, come detto, “tutto qui?”. E restava la domanda sul marketing: perché è pur vero che il marketing insegue anche i cambiamenti dei tempi, altrimenti cesserebbe di avere ragion d’essere. La differenza è che allora eravamo nel bel mezzo di un colossale rebranding di Mattel e questa volta siamo nel rebranding di Brontë.
Ma come, direte, non hai sempre insistito sull’importanza dell’immaginario? Certo, e continuo a insistere: stavolta, però, ho la brutta sensazione di trovarmi dentro Con tutta quell’acqua a due passi da casa di Raymond Carver. Col cadavere di una donna annegata nel fiume mentre noi parliamo di pesca. Scusate. Va così.