La domanda è semplice, e forse anche inutile, perché nel momento stesso di porla si presume che esista sempre e comunque una letteratura che sopravvive a chi la scrive, e come è noto e pure giusto tutto questo è imponderabile almeno dai tempi in cui Oderisi da Gubbio, nel canto XI del Purgatorio, mette in guardia Dante dai pericoli dell’ambizione e dal desiderio di fama.
Però questa mattina ho letto un articolo scritto da Carlo Pizzati per Repubblica: Pizzati è un giornalista, un reporter, un viaggiatore e uno scrittore, giustamente – mi sembra, almeno – lontano dalle infinite discussioni sul romanzo e la letteratura di questi anni. Che però stavolta affronta il tema dell’autofiction (o memoir, o chiamatelo come volete) intesa come salvezza:
“Se l’originalità è morta, se le grandi narrazioni sono esaurite, è ancora possibile dire una verità parziale ma autentica: quella di una coscienza specifica che trasforma la propria precarietà esistenziale in strumento di conoscenza. È l’unica forma di resistenza rimasta”.
Dice di più, ovvero che l’autofiction è una sorta di garanzia dagli inganni dell’intelligenza artificiale:
“Un algoritmo oggi può scrivere testi che imitano perfettamente lo stile di qualsiasi autore, può generare un racconto alla Pynchon, poesia, saggi storici. Ma non può scrivere l’autobiografia incarnata di uno scrittore reale, perché non ha vissuto quell’infanzia, non ha avuto quel padre, non ha accumulato quella memoria. L’esperienza incarnata è l’ultimo territorio che le macchine non possono colonizzare. La letteratura, forse inconsciamente, ha scelto di ritirarsi proprio lì. Per ora.
Per questo l’autofiction non è moda passeggera ma la risposta strutturale alla crisi contemporanea. Di fronte all’impossibilità di competere con i grandi maestri e alla capacità delle macchine di generare testi sofisticati, la letteratura ha trovato l’unica via d’uscita: l’autenticità dell’esperienza personale. Il genere tracima al di là della narrativa, nelle forme ibride della saggistica. Emanuele Trevi, che vince lo Strega 2021 con Due vite, incarna questo: il saggio autobiografico dove la critica letteraria, la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico gesto.
È quello che definisco romanzo saggio, o 𝐫𝐨𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨: autobiografia che colonizza il saggio stesso. Non moda letteraria ma trasformazione di come raccontiamo, come pensiamo, come cerchiamo la verità nel nostro io frammentato.
In un’epoca dominata dalle narrazioni fittizie dei social e dalle narrazioni algoritmiche dell’intelligenza artificiale, questa letteratura dell’io autentico, fragile, consapevole dei propri limiti, è forse l’unica forma di resistenza possibile.Non perché l’io sia più importante del mondo, ma perché è l’unico modo di guardare il mondo che ci è rimasto.
Non nascondendosi dietro il narratore onnisciente che finge di non esistere, né dietro l’algoritmo che non esiste affatto”.
Poi ci sarebbe anche altro da sottolineare: che la nostra attitudine alla veglia continua e il nostro culto del realismo sono il sintomo di un perenne disincanto che ci accompagna da molto tempo e ci impedisce di amare le storie. Ma, per rimanere alla letteratura, almeno qualche interrogativo andrebbe posto, davanti a quello specchio che ci pone davanti senza permetterci di attraversarlo.
Ma su questo, discussione aperta: che non mette mai, e non lo ha fatto in precedenza, in discussione il valore di alcune autofiction (anche se Carrére è molto diverso da Ernaux, e in nessuno dei due casi l’io è veramente al centro del discorso). Non credo, mai, che chi scrive sia sincero: chiedere a un’autofiction di restituire la vita vera dell’autore è un inganno, perché è l’autore che deciderà come e cosa raccontare. Nè
credo che l’AI sia incapace di scrivere un’autofiction, con i suggerimenti giusti.Il punto, semplicemente, è che da quando le storie sono nate chi le scrive mette una buona parte di sè stesso nei personaggi a cui dà vita, i suoi dolori e le sue gioie, e Hamnet, appena visto, è solo uno degli esempi. Ma, appunto, la differenza è tutta nella scelta: posso riversare il lutto per la morte di un figlio in una storia, o posso raccontarla. E ancora una volta, c’è racconto e racconto.
Quando Philippe Forest, in Tutti i bambini tranne uno, racconta la malattia e la morte della piccola figlia, lo fa in modo unico, abissalmente lontano dall’autofinzione spicciola Non parlo solo di lingua letteraria, anche se è elemento fondante, parlo di come quel libro viene proposto e in quale filone si inserisce: è noto che da qualche anno a questa parte si moltiplicano i testi sulla malattia, fisica e psichica, sulla vedovanza, sulla morte. Dipende, credo, ma non so trovare una parola più adatta, dall’onestà di quel libro, dal modo in cui si maneggia quella materia terribile che si è deciso di raccontare. Ecco cosa scrive, ancora, Forest nel suo romanzo:
“La morte di un bambino è uno spettacolo raro. Riempite la sala. Fate il tutto esaurito. Si spintonano in platea, si spintonano in galleria. Dietro le quinte, il direttore di scena batte i tre colpi. Il sipario si alza, stupore. Non credete ai vostri occhi. In un batter d’occhio, la commedia è diventata tragedia. (…) Però non siete nella tragedia. Siete nella vita, e sono gli altri che chiamano la vostra vita: tragedia. Il disastro che vivete è al di là delle parole. Non se ne può dire niente. Non si scompone in atti, in scene”.
Forest è consapevole del ruolo che si assumeva durante la malattia di Pauline e di quello che si assume mentre racconta la sua morte. Questa consapevolezza e questa autocritica, anche, è quella che può fare la differenza. Ed è rara.
Perché Pizzati scrive:
Ma poi, pazienza. Come diceva Oderisi,
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.