COSA RESTERA’ DEGLI ANNI NOVANTA, E ZERO, E OLTRE: UNA RISPOSTA A CARLO PIZZATI

La domanda è semplice, e forse anche inutile, perché nel momento stesso di porla si presume che esista sempre e comunque una letteratura che sopravvive a chi la scrive, e come è noto e pure giusto tutto questo è imponderabile almeno dai tempi in cui Oderisi da Gubbio, nel canto XI del Purgatorio, mette in guardia Dante dai pericoli dell’ambizione e dal desiderio di fama.
Però questa mattina ho letto un articolo scritto da Carlo Pizzati per Repubblica: Pizzati è un giornalista, un reporter, un viaggiatore e uno scrittore, giustamente – mi sembra, almeno – lontano dalle infinite discussioni sul romanzo e la letteratura di questi anni. Che però stavolta affronta il tema dell’autofiction (o memoir, o chiamatelo come volete) intesa come salvezza:

“Se l’originalità è morta, se le grandi narrazioni sono esaurite, è ancora possibile dire una verità parziale ma autentica: quella di una coscienza specifica che trasforma la propria precarietà esistenziale in strumento di conoscenza. È l’unica forma di resistenza rimasta”.

Dice di più, ovvero che l’autofiction è una sorta di garanzia dagli inganni dell’intelligenza artificiale:

“Un algoritmo oggi può scrivere testi che imitano perfettamente lo stile di qualsiasi autore, può generare un racconto alla Pynchon, poesia, saggi storici. Ma non può scrivere l’autobiografia incarnata di uno scrittore reale, perché non ha vissuto quell’infanzia, non ha avuto quel padre, non ha accumulato quella memoria. L’esperienza incarnata è l’ultimo territorio che le macchine non possono colonizzare. La letteratura, forse inconsciamente, ha scelto di ritirarsi proprio lì. Per ora.
Per questo l’autofiction non è moda passeggera ma la risposta strutturale alla crisi contemporanea. Di fronte all’impossibilità di competere con i grandi maestri e alla capacità delle macchine di generare testi sofisticati, la letteratura ha trovato l’unica via d’uscita: l’autenticità dell’esperienza personale. Il genere tracima al di là della narrativa, nelle forme ibride della saggistica. Emanuele Trevi, che vince lo Strega 2021 con Due vite, incarna questo: il saggio autobiografico dove la critica letteraria, la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico gesto.
È quello che definisco romanzo saggio, o 𝐫𝐨𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨: autobiografia che colonizza il saggio stesso. Non moda letteraria ma trasformazione di come raccontiamo, come pensiamo, come cerchiamo la verità nel nostro io frammentato.
In un’epoca dominata dalle narrazioni fittizie dei social e dalle narrazioni algoritmiche dell’intelligenza artificiale, questa letteratura dell’io autentico, fragile, consapevole dei propri limiti, è forse l’unica forma di resistenza possibile.Non perché l’io sia più importante del mondo, ma perché è l’unico modo di guardare il mondo che ci è rimasto.
Non nascondendosi dietro il narratore onnisciente che finge di non esistere, né dietro l’algoritmo che non esiste affatto”.

Ora, non voglio annoiarvi ripetendo per l’ennesima volta quale sia, a mio parere, la causa prima della diffusione dell’autofiction, che parte da lontano (d’accordo, mi ripeto), da quando  la prima persona ha sostituito la terza su Facebook, nel 2011 (dal 2007 si scriveva in terza persona, qualcuno lo ricorderà bene). Che i social abbiano condizionato i lettori è, temo, un fatto: noi trascorriamo ore a leggere le vite degli altri, in ogni dettaglio e, letteralmente, dalla nascita alla morte. Siamo avidi, e mai sazi, delle vite degli altri, e questo chiediamo oggi e con decisione alla narrativa. Che, per millenni, ha certamente raccontato il vero ma trasfigurandolo in finzione: cosa sarebbe, oggi, Moby Dick, se non il diario di un’ossessione narrato dalla voce non di Ismaele ma di Achab?
Poi ci sarebbe anche altro da sottolineare: che la nostra attitudine alla veglia continua e il nostro culto del realismo sono il sintomo di un perenne disincanto che ci accompagna da molto tempo e ci impedisce di amare le storie. Ma, per rimanere alla letteratura, almeno qualche interrogativo andrebbe posto, davanti a quello specchio che ci pone davanti senza permetterci di attraversarlo.
Ma su questo, discussione aperta: che non mette mai, e non lo ha fatto in precedenza, in discussione il valore di alcune autofiction (anche se Carrére è molto diverso da Ernaux, e in nessuno dei due casi l’io è veramente al centro del discorso). Non credo, mai, che chi scrive sia sincero: chiedere a un’autofiction di restituire la vita vera dell’autore è un inganno, perché è l’autore che deciderà come e cosa raccontare.  Nè
credo che l’AI sia incapace di scrivere un’autofiction, con i suggerimenti giusti.Il punto, semplicemente, è che da quando le storie sono nate chi le scrive mette una buona parte di sè stesso nei personaggi a cui dà vita, i suoi dolori e le sue gioie, e Hamnet, appena visto, è solo uno degli esempi. Ma, appunto, la differenza è tutta nella scelta: posso riversare il lutto per la morte di un figlio in una storia, o posso raccontarla. E ancora una volta, c’è racconto e racconto.
Quando Philippe Forest, in Tutti i bambini tranne uno, racconta la malattia e la morte della piccola figlia, lo fa in modo unico, abissalmente lontano dall’autofinzione spicciola  Non parlo solo di lingua letteraria, anche se è elemento fondante, parlo di come quel libro viene proposto e in quale filone si inserisce: è noto che da qualche anno a questa parte si moltiplicano i testi sulla malattia, fisica e psichica, sulla vedovanza, sulla morte. Dipende, credo, ma non so trovare una parola più adatta, dall’onestà di quel libro, dal modo in cui si maneggia quella materia terribile che si è deciso di raccontare. Ecco cosa scrive, ancora, Forest nel suo romanzo:

“La morte di un bambino è uno spettacolo raro. Riempite la sala. Fate il tutto esaurito. Si spintonano in platea, si spintonano in galleria. Dietro le quinte, il direttore di scena batte i tre colpi. Il sipario si alza, stupore. Non credete ai vostri occhi. In un batter d’occhio, la commedia è diventata tragedia. (…) Però non siete nella tragedia. Siete nella vita, e sono gli altri che chiamano la vostra vita: tragedia. Il disastro che vivete è al di là delle parole. Non se ne può dire niente. Non si scompone in atti, in scene”.

Forest è consapevole del ruolo che si assumeva durante la malattia di Pauline e di quello che si assume mentre racconta la sua morte. Questa consapevolezza e questa autocritica, anche, è quella che può fare la differenza. Ed è rara.

Ma veniamo alla domanda iniziale.
Perché Pizzati scrive:
“Negli anni Ottanta la letteratura italiana sedeva ancora al tavolo mondiale. Calvino ed Eco dialogavano alla pari con Kundera e DeLillo, senza sfigurare. Accanto a loro c’erano Sciascia, Manganelli, Tabucchi. Una generazione dopo, Bufalino, De Carlo, Veronesi, Pontiggia. Non erano i Gadda o i Fenoglio che avevano attraversato il fuoco della guerra, ma scrittori che sapevano tenere la scena. La letteratura italiana aveva ancora un posto nella conversazione mondiale, anche se sempre più precario. Poi qualcosa si è spezzato. Non di colpo, ma con quell’erosione tipica dei declini culturali.
Gli scrittori degli anni Novanta capirono, con lucidità eccessiva, d’essere arrivati tardi. Il postmoderno era già stato inventato dagli americani, il realismo magico dai sudamericani, l’introspezione gelida dagli austriaci e tedeschi, si facevano strada le voci dall’Asia, l’originalità arrivava dall’India, dalla Corea del Sud, dal Giappone. Bernhard aveva già detto tutto sull’impossibilità di dire, Pynchon aveva già costruito labirinti che rendevano ridicola ogni pretesa di ordine narrativo. L’editoria italiana rispose con movimenti confezionati a tavolino. I cannibali, i minimalisti, i postmoderni erano etichette che cercavano di riprodurre in Italia ciò che negli Stati Uniti era nato da mutazioni sociali autentiche. I cannibali che volevano scandalizzare con violenza e cinismo erano giovani di buona famiglia che giocavano a fare i duri. Senza quella disperazione autentica che rende credibile la letteratura oscura. Una generazione ancora più consapevole della propria secondarietà fece della propria condizione di epigoni una poetica: postmodernismo tragico, più onesto di quello precedente, ma una capitolazione. Arriviamo dopo, non possiamo competere, solo riscrivere. Una posizione di dignità disperata che non creò letteratura vitale”.
Ecco, io questa sintesi la trovo davvero ingiusta: i cosiddetti cannibali non erano tutti giovinotti di buona famiglia privi di disperazione autentica. Bisogna intendersi su chi si intende per “cannibali”, al di fuori della famosa antologia, ma dire che tutta la letteratura degli anni Novanta, e Zero, non sia stata vitale è sconcertante. Fare l’elenco è sciocco (ma tanti nomi mi frullano per la testa e ne faccio uno solo, uno: Vitaliano Trevisan non è stato vitale? Ma veramente?), così come è purtroppo ininfluente notare che fra i grandi nomi letterari non appare una sola scrittrice (Morante? Ma davvero? Ortese?), anche se so che scrivendo queste precise parole tutto questo lungo post sarà ridotto a “eccola là, la solita femminista che mi attacca sulle quote rosa”. Pazienza, ci ho fatto il callo.
E’ un peccato che di quell’epoca vitalissima, invece, che sono stati i vent’anni tra la metà dei Novanta e la fine degli anni Zero rimanga solo la definizione di scopiazzatori cinici: ma chi ha attraversato di persona quel momento dovrebbe forse interrogarsi su quanto la nostra percezione sia diversa da chi la osserva oggi.
Ma poi, pazienza. Come diceva Oderisi,
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

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