Per gli Stati Generali dell’Immaginazione ospito oggi l’intervento di Michele Vaccari, scrittore e ceo di Crudo. L’intervento è (giustamente) molto duro e molto lucido, perché lo stato delle cose in editoria è quel che è, e tutti (o almeno in molti) ci si lamenta ma infine le cose rimangono identiche. E non è una bella prospettiva.
“In questi ultimi anni, abbiamo accettato che l’umanità potesse dichiaratamente essere un fatto di convenienza. Mentre prima accadeva comunque, ma c’era chi ricordava che cos’era umano e che cos’era disumano, attraverso azioni di protesta, tesi alternative, ideologie di vita in antitesi alle ideologie di morte, canzoni di speranze, libri colmi di rivoluzioni, oggi accade, ed è ampiamente accettato, scegliere di non essere umani perché non conviene.
E questo accade anche tra le fasce più deboli della popolazione che si immolano per le cause dei ricchi e dei potenti senza nessuna ragione apparente, se non nel tentativo di una mimesi distorta e totalmente demenziale. La disumanità per sperare di assomigliare a chi vorremmo diventare. Ci sono persone che si accaniscono, persino, per difendere questo loro diritto alla disumanità e schierano in campo la verità della loro menzogna, la vera menzogna. La disumanità è un coltello che ugualmente, anche se in modo apparentemente microscopico per chi non ne è coinvolto, squarcia ogni giorno la quarta parete dell’editoria, agendo perfettamente in linea coi tempi.
Alcuni dati per iniziare a parlare in modo concreto del problema. L’editoria in Italia impiega circa 200mila persone, con una forza lavoro prevalentemente giovane (25-35 anni), qualificata e a maggioranza femminile. Il mercato si caratterizza per una forte componente di lavoro freelance (due terzi del totale), un reddito mediano netto annuo di circa 17.660 euro e un alto livello di competenza. Il 69% di questi professionisti, infatti, ha seguito percorsi formativi specifici. Non è la stessa percentuale di chi ha ruoli apicali, persone che provengono spesso da dinastie che comandano gruppi editoriali da generazioni, la cui preparazione è avere ereditato la casa editrice di famiglia. Allo stesso modo, molti dei dirigenti che organizzano il futuro del settore si sono formati su un’editoria di quarant’anni fa.
Questo è un primo gap decisivo: da un lato, personale under 50 altamente qualificato, dall’altro dirigenti e responsabili over 60 che spesso occupano posizioni per cognome o per anzianità.
Tra loro si annidano anche manager che orientano le scelte del mondo libro pur non avendo mai lavorato nell’ambito. Sono i manager pescati da ovunque, dalla moda alle assicurazioni, che pensano di poter applicare la propria esperienza all’editoria, senza neanche interrogarsi sul significato di impresa culturale ma usando il metro finanziario come unico parametro per decidere vita e morte di un’intera filiera. Sono le uniche persone che prendono stipendi importanti.
Guardiamo un attimo invece a un piccolo esempio per capire quale sia la vita di un freelance editoriale. Quando fino a 5/6 anni fa lavoravo per agenzie letterarie mi occupavo di schede di lettura. Un esordiente inviava il suo manoscritto, dovevi leggerlo, valutarlo, redigere una scheda. Questo tipo di lavoro comportava un investimento in termini di tempo di almeno due giorni pieni, se fatto come si deve, se il romanzo era breve. Al cliente la scheda veniva fatta pagare tra i 3-400 euro, io, di quella cifra, per due giorni di lavoro, percepivo tra i 50 e gli 80 euro lordi.
So che le cose, oggi, sono persino peggiorate. La disumanità di certe condizioni di lavoro, la disumanità del trattamento riservato ai professionisti, si riflette sul lavoro degli autori del settore, pagati, nell’ipotesi in cui lo siano pagati, una percentuale pari a un quinto di quella che prende chi quel libro lo distribuisce. Queste pratiche tossiche sono il sintomo di una sconnessione collettiva dalla realtà, un’accettazione supina dello stato dell’arte, non soltanto una responsabilità generica del sistema.
Restando nel campo della narrativa contemporanea di qualità, il più fragile e destinato per me a scomparire nel giro di pochi anni, questa situazione non può migliorare, soprattutto perché sono molti gli autori che la foraggiano accettando di scrivere per non dare fastidio a nessuno, combattendo e schierandosi per cause ampiamente sdoganate che rappresentano le cause per cui è giusto combattere e schierarsi. È spesso la paura a guidare le loro scelte. Una paura opportunista ma, questa sì, profondamente umana. Lo fanno per continuare a esistere, mantenere relazioni professionali, ciò su cui hanno fondato una specie di sopravvivenza insomma, un’idea di loro stessi che non si accetta possa crollare.
Anche questa è disumanità, costringere gli autori a una felice prostituzione del proprio talento, alla costruzione di una biblioteca di titoli disonesti che comprometteranno definitivamente un fiume culturale già parecchio inquinato.
La notizia positiva, ed è l’unica, è che questo sistema sta smettendo di ripagare. Vendersi per prevaricare, per affermarsi, non restituisce più copie, non garantisce più posizioni, non offre in cambio cattedre ruoli dirigenziali posti sicuri.
Cosa fare? Inutile pensare di trovare nell’editoria indipendente l’antidoto a questi mali. Neanche l’editoria indipendente sembra in grado di avere quella forza collettiva per cambiare le regole del gioco, perché dentro molte delle realtà indipendenti si annidano alcune delle pratiche più disumane dell’editoria: al grido di “dobbiamo sopravvivere” in questi anni si sono lasciati i cadaveri dei debiti a lastricare le strade dei sogni e delle esistenze di chi ha dato tutto il proprio impegno per scoprire di avere lavorato gratis. Si sono costruire finte manifestazioni per gli editori indipendenti dove chi organizza guadagna e chi presenta o lavora spesso è obbligato a offrire la sua prestazione in modo volontario. Sì, siamo ancora rimasti ai tempi di credere di poter pagare la gente con la visibilità. Pena non lavorare. Se si paga un biglietto per entrare, se si ricevono finanziamenti e sponsorizzazioni, se gli editori pagano per esporre e presentare, chi lavora all’interno di una fiera o di una manifestazione e contribuisce al fatturato, a qualsiasi livello, va pagato. È una roba medievale che chi sta in cima riceva uno stipendio e chi fa il lavoro sporco, chi fa lo steward o l’hostess, chi presenta i libri, lo debba fare gratis. Partiamo da qui o qualcuno si offende? E non vale l’idea: ma abbiamo tante spese, non sappiamo come fare altrimenti. Se non ce la fai con le spese probabilmente non sai molto del lavoro per cui pretendi di essere pagato sulla pelle di chi non paghi. E devi ammetterlo: non posso gestire questa cosa perché per gestirla dovrei sfruttare gente per farla lavorare gratis. Nelle più blasonate manifestazioni dell’editoria indipendente, più che alla fiera dell’editoria indipendente, sembra di stare alla fiera dell’indiewashing.
Gli eventi di punta segnalati, promossi e spinti da Bookpride 2026 sono quelli dedicati ad autori pubblicati da major. Sopra questi nomi, la scritta ‘ fiera nazionale dell’editoria indipendente’ suona come uno scherzo, o il sintomo di una schizofrenia inspiegabile. A Più libri più liberi di Roma, dopo la debacle della direzione che un anno ha invitato un filosofo condannato per aver picchiato la moglie, e l’ anno dopo, per non sbagliare, ha tenute ben aperte le porte ai nazisti, ha deciso finalmente di rinnovare, di mettere qualcuno capace di portare un’aria nuova: un autore che da vent’anni pubblica per Feltrinelli e rappresenta con la sua immagine lo status quo di quel gruppo editoriale, il suo potere. Direi che possiamo anche non aggiungere altro.
Noi con Crudo ci stiamo provando a mettere in relazione soggetti virtuosi che garantiscano ai nostri freelance paghe eque tempi rispettati e dignità, offrendoci come mediatori professionali per trovare lavoro e gestire insieme facendo squadra i problemi dei singoli. Ma non si cambia il mondo cambiando casa propria o dando l’esempio. Non ha mai funzionato in editoria questa cosa. A chi comanda non frega nulla degli esempi virtuosi.
L’unico modo, per me, per vedere un po’ di luce è sedersi intorno a un tavolo e tentare di inventarsi un patto tra soggetti per discutere insieme i termini degli accordi generali, come quando ci si trova davanti a un’emergenza e tutte le forze in campo si alleano per la causa comune, non per ottenere più vantaggio sugli altri. Collaborazione non competizione. Grandi case editrici, monopoli distributivi, catene librarie e associazioni di categoria, dagli autori ai grafici illustratori dagli agenti letterari ai traduttori fino ai redattori e ai magazzinieri. Fingere di vivere come se gli altri non esistessero, continuando a rosicarsi ridicoli percentuali a vicenda, imponendo monopoli, in un’infinita guerra tra poveri, non servirà a niente come a niente serviranno le singole battaglie, utili come palliativo per soddisfare le agitazioni del caso.
Un buon governo dell’editoria che stabilisca un patto per i prossimi 20 anni dove tutto ciò che accade cerchi di seguire buone pratiche forse è utopia ma, un po’ di sana utopia politica è ciò che manca di più oggi, credo. In editoria non esiste un mercato del lavoro pubblico dove vagliare posizioni, così come non esistono concorsi cui partecipare. Iniziamo da qui? È fondamentale che questo mondo trovi una forma di trasparenza e regole di base condivise. Non cambia niente un patto per la lettura. Serve un patto complessivo per l’editoria. Servono regole condivise, contratti che si possano discutere e dire basta al volontariato obbligatorio. Serve un perimetro. Diversamente, credo che la storia dei dinosauri ci abbia già insegnato abbastanza sul come andrà a finire”.