Tag: Stati generali dell’immaginazione

Posso dirlo? E’ un onore ospitare qui l’intervento di una delle migliori autrici e pensatrici che abbiamo in ambito fantastico, Nicoletta Vallorani. E dal momento che l’intervento medesimo, che va a chiosa di quanto detto e scritto sugli Stati generali dell’immaginazione, è denso assai, non aggiungo altro.
“In uno smilzo volumetto, straordinariamente politico e per questo straordinariamente impossibile da trovare, Ursula Kroeber Le Guin racconta della paura che gli americani hanno dei draghi e della loro tendenza a considerare ogni opera dell’immaginazione sospetta o disprezzabile. Però coltivare la fantasia è, per lei, un percorso di crescita necessario, poiché “se essa venisse effettivamente sradicata in un bambino, questi da grande diventerebbe una melanzana”. Nei brevi e splendenti saggi raccolti in quella piccola perla che è Il linguaggio della notte, Le Guin racconta anche, anticipandole di molto, le ragioni che hanno portato gli Stati Uniti (e il mondo, per quel che vale) al punto in cui siamo ora.
Poi diciamo pure che la letteratura di immaginario non racconta il mondo reale”.
“Io sono moderatamente certa di essere una donna, anche decisamente femminista. Ho visto molti lettori spiazzati e confusi mentre cercavano di mettere insieme la mia faccia e i miei romanzi.
Gli editori – quelli grandi, prestigiosi, super-intellettuali etc. etc. – hanno reazioni più decise: sei donna, scrivi fantascienza, ergo il tuo romanzo non mi interessa. Tristemente, questo accade anche quando si ha a che fare con editor donne. Nella mia esperienza, esse considerano un punto d’onore dichiararsi consapevoli del fatto che le storie immaginarie non hanno posto nell’editoria mainstream. Il fatto è che le storie sono sempre immaginarie. Per quello appartengono al territorio della finzione. Altrimenti sarebbero giornalismo (accantonando il fatto che oggi in molti casi è finzione anche quello).”

La coda sgradevole, e diffamatoria, del mio intervento contro una deriva dell’editoria con la pubblicazione dei due libri di cui parlavo ieri (ma chissà, se ne starà preparando un altro sulla famiglia avvelenata? Cinque o sei su Garlasco?) è che la critica a un sistema viene scambiata per critica alle persone. E’ un pessimo momento, per le parole: non vengono comprese perché sono riportate a un proprio sentire che, dal 2020 a oggi, si è irrigidito, si è fatto pietra, e su quelle pietre le destre fanno conto per i propri fini (si veda la campagna referendaria per il SI’).
Cosa possono fare gli scrittori? Parecchie cose, e lo dimostra l’ultimo intervento dagli Stati generali dell’immaginazione. Lo firma Massimo Carlotto.
“Il passaggio è da consumatori che subiscono il mercato a consumatori che richiedono e impongono altro. E sappiamo bene quanto il mercato sia sensibile agli umori del bacino di compratori che oggi tiene in piedi la baracca. Dobbiamo sfruttare sapientemente la relazione tra domanda e offerta per leggere quello che desideriamo davvero.

 Dobbiamo cambiare i parametri della comunicazione, ricordarci che il linguaggio che ci contraddistingue come individui è, innanzitutto, il modo in cui pensiamo e agiamo, è la matrice di emozioni e affetti, è il nostro modo di stare al mondo, di orientarci in esso, di trasformarlo.

Servono occasioni e luoghi per incontrarci. Scritture Degeneri lancia la proposta di un festival come appuntamento annuale, ma confidiamo nell’organizzazione di altri momenti. Non abbiamo bisogno di grandi apparati festivalieri, ma della buona volontà nel trovare una sala pubblica, una libreria, una biblioteca e darci appuntamento.”

Questo è un intervento a cui tengo molto: agli Stati Generali dell’Immaginazione è infatti intervenuta Silvia Gola di Redacta, e ci ricorda che senza unirsi, organizzarsi, entrare in conflitto non c’è lavoro dignitoso. E tutto quanto attiene ai libri è lavoro: fare sindacato, fare gruppo, fare anima. Quella che le macchine, anche quando sognano pecore elettriche, non hanno.
“Ma cosa possono fare autori e autrici? Prima di tutto, uscire dall’isolamento: non esiste alcuna strategia individuale che possa compensare uno squilibrio strutturale. C’è un grande bisogno di costruire relazioni, condividere informazioni, confrontare contratti; oggi è una delle tante occasioni buone da sfruttare, ed è sempre meglio incontrarsi dal vivo, ma bisogna continuare a vedersi non sporadicamente, fare riunioni, creare gruppi di lavoro, studiare.
Noi abbiamo imparato che anche gli spazi istituzionali, se usati con fantasia, possono diventare terreno di intervento. Per esempio, abbiamo approfittato di un’indagine dell’Antitrust sul mercato editoriale scolastico per preparare un report, invece, sul mercato del lavoro “dietro” il libro scolastico e sulle sue condizioni, facendo un’analisi di contratti di redattrici e autrici di quel settore. E l’Antitrust ci ha convocate in audizione, ci ha ascoltate e ha accolto la nostra Nota nel rapporto finale dell’indagine stessa.
Questo non lo sto dicendo per armarci e partire per fare “cose” con l’Antitrust perché quella è la via; lo porto come esempio lampante di quell’inventiva che non dobbiamo usare solo leva retorica ma come reale opportunità di rivendicazione.
Per fare sindacato in un settore come il nostro serve immaginazione, sì: non solo per inventare nuove forme di tutela, ma per trovare modi efficaci di far rispettare quelle esistenti, come la trasparenza sui dati di vendita, la proporzionalità dei compensi, i limiti alle cessioni dei diritti.
E anche gli strumenti esistono già, così come esperienze cui attingere – sia in Italia sia all’estero – ma una cosa è certa: senza organizzazione collettiva resteranno lettera morta”.

Per gli Stati Generali dell’Immaginazione ospito oggi l’intervento di Michele Vaccari, scrittore e ceo di Crudo. L’intervento è (giustamente) molto duro e molto lucido, perché lo stato delle cose in editoria è quel che è, e tutti (o almeno in molti) ci si lamenta ma infine le cose rimangono identiche. E non è una bella prospettiva.
“Cosa fare? Inutile pensare di trovare nell’editoria indipendente l’antidoto a questi mali. Neanche l’editoria indipendente sembra in grado di avere quella forza collettiva per cambiare le regole del gioco, perché dentro molte delle realtà indipendenti si annidano alcune delle pratiche più disumane dell’editoria: al grido di “dobbiamo sopravvivere” in questi anni si sono lasciati i cadaveri dei debiti a lastricare le strade dei sogni e delle esistenze di chi ha dato tutto il proprio impegno per scoprire di avere lavorato gratis. Si sono costruire finte manifestazioni per gli editori indipendenti dove chi organizza guadagna e chi presenta o lavora spesso è obbligato a offrire la sua prestazione in modo volontario. Sì, siamo ancora rimasti ai tempi di credere di poter pagare la gente con la visibilità. Pena non lavorare. Se si paga un biglietto per entrare, se si ricevono finanziamenti e sponsorizzazioni, se gli editori pagano per esporre e presentare, chi lavora all’interno di una fiera o di una manifestazione e contribuisce al fatturato, a qualsiasi livello, va pagato. È una roba medievale che chi sta in cima riceva uno stipendio e chi fa il lavoro sporco, chi fa lo steward o l’hostess, chi presenta i libri, lo debba fare gratis. Partiamo da qui o qualcuno si offende? E non vale l’idea: ma abbiamo tante spese, non sappiamo come fare altrimenti. Se non ce la fai con le spese probabilmente non sai molto del lavoro per cui pretendi di essere pagato sulla pelle di chi non paghi. E devi ammetterlo: non posso gestire questa cosa perché per gestirla dovrei sfruttare gente per farla lavorare gratis. Nelle più blasonate manifestazioni dell’editoria indipendente, più che alla fiera dell’editoria indipendente, sembra di stare alla fiera dell’indiewashing.”

Mentre là fuori si consumano narrazioni davvero epiche (vendette e ripicche e tutto quel che è stato raccontato nei millenni, ma nel mondo piccolo della politica) pubblico ancora un intervento dagli Stati Generali dell’Immaginazione. E’ di Cecilia Lavopa, blogger di Contorni di Noir e a sua volta scrittrice.
Però devo premettere che non sono d’accordo su diversi passaggi, ma dal momento che non voglio condizionare la lettura, metto in fondo le mie considerazioni. Qui e nel post le parole di Lavopa:
“Il noir è un genere politico e dove va il noir e il thriller è un ottimo indicatore non tanto del gusto ma dell’immaginario di una società. Quali ansie collettive svolge il genere?
Cosa succederebbe se quei pochi facenti parte della (chiamiamola) Resistenza, a un certo punto capitolassero, smettessero di far sentire la propria voce, arrendendosi a un’indifferenza dilagante, a una superficialità imperante, ad adeguarsi proponendo libri di distrazione di massa. Cosa succederebbe?
Questo è il terzo incontro al quale partecipiamo e gli intenti sono nobili e coraggiosi. Soverchiare un sistema fossilizzato ormai da troppo tempo. Di proporre uno stile, un modus operandi, di aprire un varco, una breccia, uno spiraglio verso qualcosa che ha ancora dei contorni non definiti.
Se però c’è chi volutamente non partecipa, chi fa finta di non vedere, di non sentire, di essere accomodante, di proseguire attraverso un percorso di piume e cuscini che attutiscono gli urti, che non scuotono ma accolgono, che non gridano ma sussurrano, tutto ciò che cerchiamo di cambiare sarà solo un bellissimo sogno.”

Ieri è stato un giorno di festa e di gioia. Naturalmente c’è moltissimo da dire (e lo dirò presto), specie su chi ancora borbotta contro gli intellettuali (quelli che sono diversi dal borbottante, ovvio, che si ritiene, come molta parte di una certa generazione che scrive su un certo quotidiano) l’unico depositario del sapere e della ragione, e schifa chi applaude il voto dei giovani, e lo accusa di essere colluso col potere (giuro, non è Thomas Ligotti: accade davvero). Ma oggi si decanta e si torna a parlare di libri, perché questa volta, dagli Stati Generali dell’Immaginazione, c’è l’intervento di una libraia, Raffaella Garruccio della libreria Ubik Irnerio di Bologna. La quale, fra le altre cose e senza saperlo, fornisce il giusto commento ai borbottii di cui sopra: Bóna lé.
“Bóna schede editoriali che riportano il numero di follower dell’autore
Bóna avvincenti saghe familiari di donne forti e uomini incapaci di accettare la loro indipendenza.
Bóna storie di nipoti che hanno uno splendido rapporto con le nonne da cui imparano la vita e poi arriva la madre e rovina tutto ma c’è un perché.
Bóna scrittori (e qui uso il maschile apposta) che pubblicano tre romanzi l’anno, e non fai a tempo a mettere in pila uno che già te ne arriva un altro.
Bóna romanzi con gatti che parlano nei caffé giapponesi, per piacere.
Bóna romanzi ambientati in librerie come luoghi perfetti, dove si sta tanto bene. Vi piace l’odore della carta? Vi aspetto lunedì alle 8,30 per lavare il pavimento della nostra libreria. Va fatto ogni due giorni sennò le impronte non vanno più via. Sono 260 metri, che faccio, lascio?Bóna romanzi che raccontano le fortune di industriali del marsala, dei liquori, del bitter, della birra, del cioccolato, del vino, dei grandi magazzini, dei giornali. Sapete perché sui librai non lo hanno fatto? Perché sarebbe un horror.
Bóna anche lamentarsi, però. Coraggio, scrittrici, scrittori: dateci non quello che abbiamo già letto, ma quello che ancora non è stato scritto. Scritture degeneri, appunto. E voi che leggete, comprate queste pietre miliari di domani in una libreria fisica: spero di avervi fatto capire perché ne va della nostra salute democratica”.

Ansia da risultati elettorali? Un piccolo modo per ingannare il tempo è leggere il terzo intervento dagli Stati generali dell’immaginazione. E’ quello di Antonio Paolacci, che nient’affatto casualmente si riferisce a George Orwell.
“Gli uffici commerciali delle case editrici italiane di oggi forse direbbero che George Orwell sbagliava, che i libri non servono a cambiare il mondo e che i lettori comprano secondo altri criteri.  
Forse direbbero anche che il suo 1984 non ha impedito alla Storia di ripetere gli orrori che sta effettivamente ripetendo.
Ma noi che il valore dei libri lo conosciamo sappiamo che il lavoro di Orwell — insieme a tanta altra letteratura del dopoguerra — ha forse contribuito a tenere vive le coscienze e quindi a tenere a bada quegli orrori per ben ottant’anni.
Di sicuro sappiamo che i suoi libri fanno luce anche sul nostro tempo. Ci permettono di vederlo. Danno parole a cose che non sapremmo nominare senza di loro.
Quel breve saggio sullo scopo politico della scrittura, George Orwell lo pubblicò poco prima di iniziare a scrivere 1984. E alla fine diceva:
«Da sette anni non scrivo un romanzo, ma penso di farlo molto presto. Sarà di sicuro un fallimento (ogni libro è un fallimento), ma so abbastanza chiaramente che genere di libro intendo scrivere.»”

Con tutto quello che succede nel mondo, e in Italia? Beh, sì: perché insistere sulle parole ha sempre senso, perché si può almeno provare a cambiare una narrazione, perché anche un romanzo può avere il suo sia pur piccolo effetto. Dunque, continuo a pubblicare gli interventi di sabato scorso agli Stati Generali dell’Immaginazione. Oggi tocca a Paola Ronco, che fa un interessante paragone su libri e rum (da bevitrice del medesimo, approvo).
“Due cose che non facciamo abbastanza.
La prima: portare un po’ di realtà nell’editoria. Smettere di parlare tra di noi come se il problema fosse la qualità della scrittura altrui. Smettere di fare gli squali nella vasca da bagno di cui parlava Foster Wallace. Capire che o ci salviamo insieme — ritrovandoci, costruendo reti, creando massa critica, difendendo il diritto di chi lavora nel settore a essere pagato equamente per il proprio lavoro — oppure non si salva nessuno. Come in qualsiasi altra battaglia sul lavoro.

La seconda: portare un po’ di editoria nella realtà. Spiegare alle persone come funziona questo sistema — non per lamentarci, non per fare vittimismo — ma perché chi legge ha diritto di sapere. Per esempio ha diritto di sapere come funziona la distribuzione attuale, e ha diritto di sapere come e perché alcuni libri occupano le vetrine delle librerie di catena e altri no”.

“Scritture DeGeneri è una sfida e vi chiediamo di condividerla con noi.
Siamo degeneri perché rivendichiamo la diversità contro il mass market, il ruolo della cultura, della parola scritta, non solo come materiale di consumo. Degeneri perché crediamo ancora che serva una strada alternativa a una consolazione che non consola nessuno o a una verità che spesso serve solo a solleticare i peggiori istinti, come la televisione del dolore.
Degeneri perché un giallo non è una storia dove muore qualcuno e un prete in bicicletta trova il colpevole. Degeneri perché il genere viene usato come un’etichetta ed è una cosa seria non una trovata pubblicitaria.
Degeneri perché non siamo comodi e non sappiamo stare comodi.
Degeneri perché in un’epoca di gente che impone la propria volontà crediamo che dal confronto possa nascere la proposta e dalla proposta un miglioramento.
Degeneri perché usiamo il plurale e non il singolare. Perché conosciamo le difficoltà, ma cerchiamo un modo per affrontarle.
Vogliamo parlare di lavoro, di scuola, del contributo del pubblico nella cultura, di scrittura, contenuti, promozione, del ruolo degli intellettuali in questo mondo, della capacità di un romanzo di raccontare quello che non si vede, svelare, rivelare, mostrare.
Di diventare la seconda domanda in un’epoca che non fa più nemmeno la prima”.
Da oggi, Lipperatura pubblica gli interventi di scrittori e scrittrici intervenuti sabato scorso alla seconda edizione degli Stati Generali dell’Immaginazione. Cominciando con Patrick Fogli.

Poche parole sull’immaginazione e l’immaginario anche oggi, partendo da questa notte, la notte di Halloween. Avviene da molti anni che in questa occasione si prenda parola per condannare i festeggiamenti, le zucche, i costumi e tutto quello che costituisce il rito moderno (consumistico? Sì, anche e non solo però). Da ultimo si sono levate due voci: quelle di alcuni parroci romagnoli, che ritengono grave il “rito satanico” mentre infuria la guerra, e quella di Stefano Massini su Repubblica, che chiede di spiegare quale sia il senso di questa ricorrenza: “se tutto intorno la morte è un cabaret”, scrive, e sostiene che se intorno a noi si uccide e si muore, il gioco di Halloween non dovrebbe esserci.
Invece, è importante che ci sia.

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