Anche oggi, avvento: un articolo scritto per Linus dove si parla di Dan Brown ed Elizabeth Strout. Come? Esatto. Perché? Scopritelo.
Recentemente, nel corso di una querelle sul filone letterario dei romanzi storici con protagonista femminile, è stato affermato che nessuno ha chiesto conto a Dan Brown del filone “mistery” seguito al successo impressionante de Il codice Da Vinci. In realtà, non è vero per due motivi. Partiamo dal primo: lo stesso Dan Brown era il frutto di quel filone, nato con il primo giga-seller italiano, Il nome della rosa di Umberto Eco. Brown ha seguito i passi di Eco fin da Angeli e Demoni (che, con Inferno, richiama proprio gli enigmi di Guglielmo da Baskerville), mentre Il codice Da Vinci si riferisce abbastanza esplicitamente al Pendolo di Foucault e il romanzo appena uscito in Italia, L’ultimo segreto (Rizzoli, traduzione di Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli), è ambientato a Praga (anche se Il cimitero di Praga di Eco si svolge altrove, e il titolo echeggia semmai l’opera che è al centro della storia). Va anche detto che Eco non ricambiava l’ammirazione, e non solo definì Dan Brown “uno dei personaggi del Pendolo di Foucault”, ma ironizzò su di lui nel racconto Il codice Temesvar, nei fatti una satira sulle Metastasi dell’Interpretazione che si possono ritrovare nel Cenacolo di Leonardo.
Secondo motivo: Brown venne travolto dalle polemiche, eccome. Intanto l’Opus Dei, protagonista de Il Codice Da Vinci, non la prese benissimo. In un comunicato ufficiale della Prelatura, nel 2003, si stigmatizzava il romanzo in questo modo: “descrive membri dell’Opus Dei che praticano macabre mortificazioni corporali, che uccidono persone. Tutte queste affermazioni sono assurde e senza fondamento”. Allora ebbi l’occasione di parlare con il portavoce dell’Opera, Giuseppe Corigliano: “Spiaceva”, mi disse, “che il libro diffondesse menzogne in gente semplice”.
Non fu l’unica tempesta in cui incappò Brown: Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, autori del saggio Il Santo Graal, lo portarono in tribunale per plagio. L’Alta Corte di Giustizia di Londra lo assolse: il giudice, anzi, si prese la briga di nascondere nella sentenza un codice cifrato, tanto per gradire. Poi ci fu l’anatema, vero, dell’allora Arcivescovo di Genova Tarcisio Bertone, che invitò a non comprare e non leggere Il codice da Vinci. Le vendite schizzarono in alto. Inoltre, schiere di lettori (tra cui alcuni decisamente illustri, come Franco Cardini, Philippe Daverio e Massimo Introvigne) e navigatori hanno fatto le pulci al libro per sottolinearne gli errori. Per giustificare l’anomalia di chi cerca inesattezze in un’opera di fiction, occorre ricordare che fu lo stesso Brown, in un’intervista alla CNN, a ribadire che tutto quanto contenuto nel libro era “al 99% vero”.
Naturalmente ci furono anche gli anatemi critici: che elevarono il romanzo a simbolo della decadenza e caduta della letteratura. Senza considerare che probabilmente Il Codice da Vinci andava studiato più dal punto di vista sociologico che culturale. E senza considerare un dato, fornito da Gianarturo Ferrari nel 2005, durante un’edizione dei Presidi del Libro a Bari: “il segmento più forte dei milioni di lettori italiani del Codice da Vinci sono i lettori forti, non i deboli”.
Sembrerà strano a chi legge questa rubrica inserire Dan Brown fra gli scrittori di fantastico: di fatto non lo è, come non lo era Umberto Eco, che anzi spesso satireggiava da par suo sul fantastico stesso. Eppure, qualunque cosa si pensi di Brown medesimo, va riconosciuto che è un grande inventore di storie, come avviene nell’ultimo romanzo, dove riappare il suo Langdon mentre corre sulla neve di Praga (si parla di noetica, di coscienza umana e, sì, anche del Golem).
Parlarne oggi significa parlare, però, di un’anomalia, certamente fortunata e certamente, usiamo pure la parolaccia, mainstream. Perché discutiamo di un narratore che dal filone oggi dominante è fuori, e che certamente conquista ancora i piani alti delle classifiche, ma di cui si parla molto meno rispetto alle biografie (stavolta di San Francesco) o, appunto, ai romanzi un po’ storici un po’ romance (con tutto il rispetto). Non è una difesa di Dan Brown, anche se resta piacevole e divertente leggerlo (e, come mi è capitato di dire più volte, ognuno di noi contiene più lettori, che passano da L’ultimo segreto alla rilettura di Musil senza troppi problemi): è semmai una riflessione sul fatto che la presenza in classifica, e nei cataloghi degli editori, delle anomalie sta diventando rara. Quanto a quella fantastica, che è quella delle storie per eccellenza, non pervenuta, se non grazie a editori indipendenti o specializzati.
Eppure ci sono tanti punti in comune fra i fuori-filone, che siano abili compilatori di intrecci o limpidi costruttori di linguaggi. Penso, per esempio, a Elizabeth Strout, di cui Einaudi ha pubblicato Raccontami tutto, con la traduzione di Susanna Basso. E prima ancora penso a un passaggio da un romanzo precedente, quel libro lieve e densissimo che è Mi chiamo Lucy Barton, dove la protagonista frequenta un corso di scrittura creativa. Dalla finestra entra, se non ricordo male, un uccello, piuttosto grande, e lei e la scrittrice che tiene il corso si spaventano, parecchio. Prende la parola una psicoanalista californiana che frequenta ugualmente il corso e che non interviene quasi mai, e dice alla scrittrice: “Lei non ha ancora superato il suo disturbo post-traumatico”. La scrittrice, e la protagonista, la guardano con odio, e tacciono. Più avanti, si ritroveranno a parlare e si diranno quanto ci sono rimaste male, e quanto si sono sentite ferite da quelle parole, e la scrittrice dirà qualcosa del genere: non c’è niente di peggio delle persone che usano le proprie competenze per mortificare gli altri. Quando l’ho letto per la prima volta, quel passaggio mi era rimasto in mente perché il mio primo pensiero è stato “ma oggi anche chi non ha competenza alcuna vuole usare le parole per mortificare gli altri”, e poi mi è venuta in mente un’altra immagine, completamente diversa, quella che ha usato Edoardo Albinati in La scuola cattolica per descrivere una classe di maschi adolescenti, i granchi nel secchio che si arrampicano ognuno sulla schiena degli altri. Senza riuscire, ovvio, a uscire dal secchio.
Ecco, penso che i romanzi dovrebbero farti uscire dal secchio: anche intrattenendoti, come fa Dan Brown, o suscitando domande, come fa Strout, e non semplicemente darti conferme che ci saranno libri simili a quello che ti è già piaciuto, che è la convinzione editoriale più forte del momento. In Raccontami tutto, si incontrano Lucy Barton e Olive Kitteridge che, ormai molto anziana, vive in una residenza a Crosby, dove Lucy si è stabilita dopo la pandemia. Olive racconta storie a Lucy, che le raccoglie, ma tutto il romanzo è una tessitura di storie, anche quelle che in apparenza non valgono lo sforzo del racconto, mentre quello che Strout ci dice è che ogni vita è degna di attenzione. E’ questo che dovrebbero fare gli scrittori, credo, qualunque sia la strada che scelgono, alta, bassa, nobile, di consumo. Moltiplicare le storie, invece di riproporre sempre la stessa, come avviene ora.