QUALCOSA DI GRIGIO E DI TRISTE: A QUARANT’ANNI DALLA MORTE DI OLOF PALME

Domani saranno 40 anni. Era infatti il 28 febbraio 1986 quando il primo ministro Olof Palme incontrò il giornalista di una rivista sindacale. Sono le 16.  Come scrive Fabrizio Federici su Reset, l’intervista era

“centrata appunto sul suo incarico ONU per il conflitto Iran-Iraq, e sul “piano Meidner”, il nuovo modello di partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle imprese, lanciato anni prima dal Governo (per inciso: elaborato nel ’71 dall’economista Rudolf Meidner, vicino alla LO, principale sindacato svedese, e più volte modificato, questo progetto – particolare esperimento di socializzazione – prevedeva il graduale trasferimento, a fondi gestiti dai sindacati, di sempre maggiori quote del capitale azionario delle grandi imprese. Un piano che, se realizzato evitando eccessive concentrazioni di potere  nei sindacati, sarebbe entrato nella storia come una delle più grandi prove del socialismo riformista). Palme risponde cordialmente, ma il giornalista riferirà poi d’aver avvertito in lui una forte inquietudine, quasi la consapevolezza dei gravi pericoli in agguato. Purtroppo quest’intervista passerà alla storia come l’ equivalente scandinavo di quella  (dal significativo titolo “Siamo tutti in pericolo”) rilasciata, il pomeriggio del 1 novembre 1975 a Furio Colombo, da un Pasolini quasi presago della sua prossima fine; e il premier svedese, pur non sapendo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno della sua vita, preavvertiva probabilmente, intorno a sé, una grave minaccia”.

Nel tardo pomeriggio il premier decide di andare al cinema con la moglie, il figlio e la fidanzata del figlio. Alle 23.15 il film è finito e i coniugi Palme camminano verso casa. All’angolo con Tunnelgatan, c’è un uomo nascosto nell’ombra. Alle 23.21 esce dall’ombra, si avvicina, spara due colpi alla schiena di Palme, che morirà poco dopo. Christer Pettersson viene accusato e in un lunghissimo procedimento giudiziario prosciolto. E infine muore. Ma, come ricorda ancora Federici:

“Pettersson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital di Stoccolma, con gravi ematomi alla testa. Morirà il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza. Nell’aprile 1990 il quotidiano svedese “Dagens Nyheter” rivela la notizia del telegramma di Licio Gelli a Guarino del 25 febbraio 1986. Contattando i colleghi svedesi, il giornalista del TG1 Ennio Remondino rintraccia e intervista le fonti, due agenti della CIA che confermano la notizia del telegramma: rivelando, per la prima volta ufficialmente,  anche l’esistenza di quella  struttura segreta, operante in vari Paesi dell’Europa occidentale sin dal Secondo Dopoguerra, chiamata “Stay Behind” (organizzazione “Gladio”, nella versione italiana ), e coinvolta da decenni in traffici d’armi e azioni finalizzate a “stabilizzare per destabilizzare” ( o al contrario, a seconda delle necessità)…”

Riporto tutto questo non solo per ricordare al ministro Nordio di fare un pensierino sulla sua frase dello scorso novembre, “Anche Gelli diceva cose giuste”. Ma per ricordare due interventi pubblici di Palme che forse ci sarebbero utili.
R 1985, campagna elettorale in Svezia, comizio di Olof Palme. Gli argomenti di Olof Palme:

” I tredicimila taxi che ogni giorno – a spese dello Stato – portano a scuola gli handicappati, l’ 85 per cento delle donne, a cui la rete di asili nido ha permesso di invadere tranquillamente il mondo del lavoro; parla dei sussidi ai disoccupati (a cui viene pagato anche l’ affitto), dei soldi investiti per curare il tempo libero dei pensionati. “Dovremmo forse rinunciare a tutto questo per diminuire le tasse ai ricchi?” domanda Palme”

E prima. Congresso dei giovani socialdemocratici svedesi, 12 maggio 1974:

“La politica è desiderare qualcosa. In particolare, la politica socialdemocratica è desiderare il cambiamento perché solo il cambiamento promette il miglioramento delle condizioni di vita, alimenta la fantasia e consegna soluzioni possibili nell’immediato e stimoli ai sogni per il futuro. […] Noi, i socialisti, siamo sufficientemente temerari per desiderare qualcosa perché le idee sono la forza motrice della volontà ma siamo anche abbastanza audaci per desiderare il cambiamento perché proprio il cambiamento può trasformare le utopie in realtà. […] Se si elimina la volontà con la sua base di teoria e di valori, se si elimina come fonte di energia anche il convincimento emozionale, la politica nei paesi democratici si trasformerà in qualcosa di grigio e triste.”

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