Il 2026 porta con sé il decennale dal terremoto del Centro Italia. Lo ricordiamo tutte e tutti, ovviamente: molto di più lo ricorda chi ha perso una persona cara. E una casa.
Bene, da poco è stato nominato commissario per la ricostruzione in Emilia Romagna il senatore Guido Castelli, che già commissaria da tempo le Marche e i territori colpiti nel 2016. Come forse sa chi segue questo blog, Castelli è trionfalistico nelle dichiarazioni e munifico nelle elargizioni. In agosto, Repubblica ha individuato venti atti di contorno rispetto alla missione del commissariato, che è quella di ricostruire i comuni distrutti. I decreti extra valgono 1.261.762 euro e sono tutti affidamenti diretti. Concessioni firmate del commissario Castelli tra il 2024 e il 2025. Fra gli altri finanziamenti, c’è uno squisitamente tolkieniano:
“Il decreto 588 del 14 agosto 2024 ha approvato una spesa di 169.000 euro– risorse del ministero per le Politiche giovanili – per la tre giorni “Restare e Tornare. Futuro nei Territori”. L’evento si è tenuto a Colli del Tronto, l’ultimo comune a Est del cratere marchigiano, dal 20 al 22 giugno scorsi. Bene, il finanziamento è arrivato in favore della “Hobbit società cooperativa sociale”, nome tolkieniano per una coop di San Benedetto del Tronto vicina a Fides Vita e che, nello specifico, si occupa di biblioteche, librerie, centri stampa per giovani. Hobbit, per ottenere l’affido, ha presentato nel curriculum l’organizzazione di eventi come i festeggiamenti in onore del beato Pier Giorgio Frassati e lo stesso Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini, kermesse di Comunione e Liberazione. Quindi, gala a sostegno della “scuola libera” G. K. Chesterton. Ecco, la cooperativa cattolica ha ottenuto l’organizzazione del Festival della restanza e della tornanza di Colli del Trento e accettato che diventasse una parata di ministri, sottosegretari e sindaci della maggioranza. Dodici dei quindici ospiti politici saliti sul palco erano rappresentanti del centrodestra, otto di Fratelli d’Italia. L’onnipresente commissario Castelli si è riservato, nel corso del Festival, un doppio intervento”.
Già, ma la ricostruzione? In ottobre, ActionAid scriveva questo:
“Nei 138 Comuni del cratere ci sono attualmente circa 20 mila persone ancora in attesa di una sistemazione definitiva e sono 2.690 le Soluzioni Abitative di Emergenza (SAE) ancora occupate. La ricostruzione, quella delle case ma anche degli spazi pubblici, dei servizi, dei luoghi di ritrovo è invisibile, non perché non si inizino a vedere cantieri ma perché non ci sono dati aperti, consultabili e aggiornati che ne raccontino l’andamento per ciascun luogo e per ciascun intervento. ”
Ovviamente il commissario è invece sempre trionfalistico, ma non ci si aspettava nulla di diverso.
Ciò di cui non si parla è invece come si sta realizzando la ricostruzione, e il modo in cui si è imposta a cittadine e cittadini una narrazione che non corrisponde alla realtà e che viene semplicemente abbellita da assai ipocrite celebrazioni dei valori del territorio e la loro trasformazione (indovinate?) in spettacolo.
Su questo punto, riporto qui un lungo post che la libraia e attivista Silvia Sorana ha scritto il 30 dicembre. C’è tutto quel che serve sapere: altro, occorrerà trovarlo e raccontarlo, a costo di non ottenere ascolto che da pochi.
“A distanza di nove anni e, a ridosso del nuovo anno che ci targhetta nel decennale dal terremoto, quello che è accaduto rivela un sistema di gestione della crisi che ha trasformato la ricostruzione da processo di guarigione a dispositivo di estrazione di valore e controllo sociale.
Al centro di questa distorsione la condizione di emergenza perenne e la commissariarizzazione infinita che ha sottratto la gestione del territorio alle normali dinamiche amministrative e democratiche, ha istituzionalizzato una rendita di posizione a favore di tecnocrazie e apparati politici.
In superficie, distratti e storditi dalla narrazione esasperata della tradizione, dal recupero e dalla valorizzazione dei prodotti tipici, dai festival, dagli eventi, dai concerti dalle sagre, dalle feste e dalle inaugurazioni, utilizzati come paravento culturale per occultare il collasso dei servizi essenziali, ci siamo consolati con l’intrattenimento. In questa cornice, ingenti flussi di denaro pubblico sono stati drenati a vari soggetti che ci hanno analizzato, osservando il trauma come un laboratorio asettico, producendo teorie sulla resilienza che non hanno avuto alcuna ricaduta reale sulla vita dei residenti, se non per confezionare qualche bel racconto patetico.
La partecipazione dei cittadini è stata ridotta a una pura finzione procedurale, a una scenografia, a un incontro esperienziale, una colonna sonora per una messinscena democratica e narrativa utile a ratificare decisioni già prese altrove, lasciando la popolazione nell’incapacità cronica di incidere sulle scelte future.
Parallelamente, la ricostruzione fisica è stata drogata da una bolla da cantiere che, gonfiando i prezzi e saturando il mercato, ha favorito l’adozione di soluzioni tecniche a basso costo e alto profitto per le imprese, a discapito della qualità edilizia. Tutto mentre contemporaneamente si esalta l’autenticità, la qualità, il paesaggio, la montagna.
Il tradimento più evidente è rappresentato dalla scelta di rivestire il patrimonio abitativo con cappotti termici in materiali plastici e sintetici. Questa opzione, preferita a una visione bio-ecologica che avrebbe garantito case sane e durevoli, non solo ha eroso e eroderà la desiderabilità abitativa dei nostri paesi e il futuro valore di mercato degli immobili, ma introduce una vulnerabilità tecnologica ed ecologica del territorio montano trasformandolo nella raccolta differenziata della plastica.
Questa svalutazione dei materiali è stata imposta grazie all’asimmetria informativa detenuta dai settori tecnici, che hanno operato come interpreti di norme oscure, inducendo nei cittadini una sorta di sindrome di Stoccolma burocratica: il timore di vedere la propria pratica insabbiata o di perdere i contributi ci ha costretti ad una gratitudine mistica e patologica verso l’apparato per ogni minimo avanzamento dei lavori, percepito come un favore e non come un diritto.
Chi prima, chi dopo, chi mai.
Adesso, subito, mai più.
Il tempo velocissimo delle scelte inappellabili e della scadenze improrogabili e lunghissimo delle realizzazioni. L’iniquità tra chi impone i tempi e accelera e decelera per speculare.
Il risultato finale è il sequestro delle vite dentro a una ricostruzione che non finisce mai, che tutto ammala e colonizza. Il sequestro di tutti i progetti individuali e familiari, il congelamento delle piccole ricchezza delle famiglie terrorizzate dagli accolli imprevisti. Dopo nove anni, la macchina burocratica, politica, speculativa ed estrattivista ha ottenuto la resa totale.
Il profitto della filiera, quello che si produce ed estrae ad ogni crisi, lo vedremo nei prossimi anni. Tecnici, politici e imprenditori edilizi grideranno in coro che ci hanno ridato le case, noi quantificheremo quanto hanno prelevato indebitamente, quanta riconoscenza estorta, quanta gratitudine immeritata, quanti soldi sprecati”.