Fra i tanti libri che si scrivono sulle madri (incluso quello, bellissimo, di Arundhati Roy, Il mio rifugio e la mia tempesta) ce n’è uno che ho scoperto ieri, e non è ancora stato tradotto in Italia. E’ quello di Molly Jong-Fast su sua madre, Erica Jong, How to lose your mother, e racconta non solo la sua storia complicata, quella di una donna che fin da bambina è stata raccontata nei romanzi di Jong. Ma anche la demenza che ha colpito la madre nel 2023.
Molly Jong-Fast è oggi un’analista politica e giornalista affermata. Giusto ieri, è stata intervistata dai quotidiani italiani per l’elezione di Mamdami a sindaco di New York. Ed è in questa occasione che ho scoperto del libro, uscito nello scorso giugno, e dello svanire della personalità di Jong.
Ora, che io nutra un antico amore per Erica Jong è cosa nota. Di lei, in Italia, si parlava quasi sempre come fenomeno di costume, facendola rientrare fra le autrici di best-seller “una botta e via” che hanno vissuto il resto della carriera sulla scia del primo grande successo. Nei fatti, Jong è un’autrice che ha continuato ad occuparsi, libro dopo libro, della questione femminile con grande serietà (e ironia). Quando parlavo di lei a qualche collega, la reazione era sempre quella: sopracciglio inarcato, un sorrisetto sarcastico, un non detto che stava a significare “ma leggi quella roba?”. Ebbene sì, ho letto tutti i romanzi di Jong, e non solo perché Paura di volare ha significato moltissimo per la mia generazione, che ha scoperto che si poteva scrivere di sesso con libertà e ironia, ma perché Jong è stata (orribile usare questo è stata) una scrittrice che ha preso parola raccontandosi in una corsa selvaggia e gioiosa nel mondo che cambiava, restituendone luci e ombre. E raccontando i cambiamenti delle età: dalla giovinezza radiosa alla maternità alla menopausa fino alla vecchiaia e a quell’ultimo romanzo di dieci anni fa, Fear of Dying (‘Paura di morire’) che in Italia è diventato Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato, probabilmente perché la parola “morire” era impronunciabile.
Dunque, Molly Jong-Fast. E’ vero quel che racconta ai quotidiani, che la sua esistenza è stata narrata così tanto fino a farla diventare una bambina e poi ragazza e poi donna “pubblica”. L’ho conosciuta come Amanda detta Mandy in Paracadute e baci, un fagottino appena nato che attraversa, piccolissima, il tempestoso divorzio dei genitori. L’ho reincontrata, sdoppiata in due gemelle, in Ballata di ogni donna, dove, preadolescente, osservava l’alcolismo e la disperazione della madre. Una volta cresciuta, ha scritto libri dove ha raccontato la sua versione dei fatti, non sempre coincidente con quella della madre. Oggi, infine, Molly scrive di lei, perché lei, in effetti, ha difficoltà a riconoscerla, da quanto racconta. “Fingo di essere assolta, o almeno al sicuro nei miei giudizi pubblici su di lei, perché so che non potrà mai leggere quello che scrivo?”.
Arundhati Roy ha detto di aver scritto il romanzo su sua madre, Mary, solo dopo la sua morte. E quel romanzo è un gigantesco atto d’amore, e non solo di guerra. Come, da quanto capisco, quello di Molly Jong-Fast. Mi interrogo su quanto sia difficile, per chi scrive, andare a cacciare le mani nel rapporto madre-figlia. Mi interrogo, in assoluto, su quanto le storie che raccontano della famiglia, sia pure apertissima, provochino infine dolore.
E penso alle storie, dove ogni cosa è trasfigurata, e dove spesso i protagonisti non si riconoscono, per fortuna. Non c’è una strada migliore o peggiore, intendiamoci: c’è un nodo difficile da sciogliere, come in effetti nella vita e non solo nella letteratura. E comprendo Jong-Fast, mentre rimpiango, da antica lettrice, Jong.