Questa mattina ho aperto Pagina3 leggendo il lungo articolo di Massimo Carlotto sul Manifesto, Una deriva securitaria della nera. Carlotto parte da quell’impressionante feuilleton che è il caso Garlasco per dire che la cronaca nera ha raggiunto un livello di spettacolarizzazione tale che condiziona la nostra percezione della realtà. Ad arte, naturalmente:
“vengono selezionati gli episodi di nera più eclatanti, che possono suscitare forti emozioni, meglio se provocano sdegno. Delitti relazionali, crimini più o meno violenti commessi da extracomunitari, preferibilmente maranza, truffe agli anziani, occupazioni di abitazioni. Il dato che emerge da sempre è che ovunque domina l’insicurezza, il cittadino ha paura. Le città sono preda dei delinquenti e di bande di giovani dediti alla droga, alla violenza, a comportamenti sociali devianti. E quindi le autorità devono intervenire, come deve intervenire il governo con leggi più severe. Ordine e disciplina. Non passa giorno che su tutte le reti non vengano promosse politiche securitarie: più polizia, più esercito a controllare le strade, oltre ovviamente a vecchie parole d’ordine, come la certezza della pena e carceri più dure. Propaganda precisa, efficace, martellante”.
Come si sfugge a questa macchina? Spegnendo la televisione? Non basta. Chiudendo i giornali? Non basta. Da anni e anni, ormai, il nostro modo di intendere il mondo sta virando nel terrore dell’insicurezza. E, come dice giustamente Carlotto, guarda caso non si parla più di mafie, criminalità organizzata, collusioni economiche e politiche della medesima.
E dunque?
Dunque bisogna tornare indietro di parecchi anni. Diciannove, intanto, quando Carlo Lucarelli, intervenendo a Casalecchio di Reno, diceva:
“Fra le tante cose che lo scrittore di “gialli” ha sempre fatto scrivendo ce n’è una in particolare: ficcare il naso nelle cose che non
vanno e raccontarle. Dai gialli classici apparentemente innocui come quelli di Agatha Christie ed Ellery Queen, agli “hard boiled” con
connotazioni sociali come quelli di Raymond Chandler e Dashell Hammett, fino al “noir” disperato di James Ellroy e Patrick Manchette, passando attraverso gli italiani come Giorgio Scerbanenco, Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto, Giuseppe Genna e tutti gli altri, la letteratura di genere non ha fatto altro che raccontare la metà oscura della società, analizzandola, criticandola e denunciandola. E’ stata insomma, e fin dall’inizio, una letteratura “politicamente scorretta”, fisiologicamente votata a mettere in scena i meccanismi del potere,
della corruzione, dell’intrigo e della sopraffazione. In una parola, “romanzo sociale”, o meglio: “romanzo politico”.”
Mi chiedo se il giallo e il noir, in Italia, lo fanno ancora. In parte sì, in parte no. E’ vero che i gialli finiscono sempre nelle parti alte della classifica, ma quanto si sono accomodati in una forma più innocua, meno disturbante, di quanto avveniva vent’anni fa? E prima, evidentemente. Negli anni Zero il giallo è stato al centro di una discussione culturale da cui era stato a lungo escluso. Ricordo e riporto le parole di Paco Ignacio Taibo II: “Qual è stato il momento in cui il romanzo è diventato un esperimento di linguaggio e ha perduto la sua natura di arte maggiore, di arte del narrare?”. Il giallo e il noir furono una risposta. Ma adesso? Adesso che la cronaca gialla e nera è diventata funzionale alle politiche securitarie, cosa fa?
Discussione aperta.