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La coda sgradevole, e diffamatoria, del mio intervento contro una deriva dell’editoria con la pubblicazione dei due libri di cui parlavo ieri (ma chissà, se ne starà preparando un altro sulla famiglia avvelenata? Cinque o sei su Garlasco?) è che la critica a un sistema viene scambiata per critica alle persone. E’ un pessimo momento, per le parole: non vengono comprese perché sono riportate a un proprio sentire che, dal 2020 a oggi, si è irrigidito, si è fatto pietra, e su quelle pietre le destre fanno conto per i propri fini (si veda la campagna referendaria per il SI’).
Cosa possono fare gli scrittori? Parecchie cose, e lo dimostra l’ultimo intervento dagli Stati generali dell’immaginazione. Lo firma Massimo Carlotto.
“Il passaggio è da consumatori che subiscono il mercato a consumatori che richiedono e impongono altro. E sappiamo bene quanto il mercato sia sensibile agli umori del bacino di compratori che oggi tiene in piedi la baracca. Dobbiamo sfruttare sapientemente la relazione tra domanda e offerta per leggere quello che desideriamo davvero.

 Dobbiamo cambiare i parametri della comunicazione, ricordarci che il linguaggio che ci contraddistingue come individui è, innanzitutto, il modo in cui pensiamo e agiamo, è la matrice di emozioni e affetti, è il nostro modo di stare al mondo, di orientarci in esso, di trasformarlo.

Servono occasioni e luoghi per incontrarci. Scritture Degeneri lancia la proposta di un festival come appuntamento annuale, ma confidiamo nell’organizzazione di altri momenti. Non abbiamo bisogno di grandi apparati festivalieri, ma della buona volontà nel trovare una sala pubblica, una libreria, una biblioteca e darci appuntamento.”

Questa mattina ho aperto Pagina3 leggendo il lungo articolo di Massimo Carlotto sul Manifesto, Una deriva securitaria della nera. Carlotto parte da quell’impressionante feuilleton che è il caso Garlasco per dire che la cronaca nera ha raggiunto un livello di spettacolarizzazione tale che condiziona la nostra percezione della realtà. Ad arte, naturalmente:
“vengono selezionati gli episodi di nera più eclatanti, che possono suscitare forti emozioni, meglio se provocano sdegno. Delitti relazionali, crimini più o meno violenti commessi da extracomunitari, preferibilmente maranza, truffe agli anziani, occupazioni di abitazioni. Il dato che emerge da sempre è che ovunque domina l’insicurezza, il cittadino ha paura. Le città sono preda dei delinquenti e di bande di giovani dediti alla droga, alla violenza, a comportamenti sociali devianti. E quindi le autorità devono intervenire, come deve intervenire il governo con leggi più severe. Ordine e disciplina. Non passa giorno che su tutte le reti non vengano promosse politiche securitarie: più polizia, più esercito a controllare le strade, oltre ovviamente a vecchie parole d’ordine, come la certezza della pena e carceri più dure. Propaganda precisa, efficace, martellante”.
Come si sfugge a questa macchina? Spegnendo la televisione? Non basta. Chiudendo i giornali? Non basta. Da anni e anni, ormai, il nostro modo di intendere il mondo sta virando nel terrore dell’insicurezza. E, come dice giustamente Carlotto, guarda caso non si parla più di mafie, criminalità organizzata, collusioni economiche e politiche della medesima.
Mi chiedo se il giallo e il noir, in Italia, siano ancora politici. In parte sì, in parte no. E’ vero che i gialli finiscono sempre nelle parti alte della classifica, ma quanto si sono accomodati in una forma più innocua, meno disturbante, di quanto avveniva vent’anni fa?
Discussione aperta.

Questo è l’ultimo intervento, almeno per ora, dagli Stati Generali del Genere. E’ di Massimo Carlotto e pone non poche questioni. Specie alla vigilia di una primavera dove sono annunciati molti romanzi che si presumono di qualità alta, e molti di quei romanzi, specie di scrittrici che per ora non nomino, si intrecciano strettamente con il genere, anche se non in modo dichiarato (per fortuna).
Per questo comprendo ma non concordo del tutto su quanto scrive Massimo Carlotto sul rosa: il rosa piace perché è analgesico. E’ vero, ma forse dobbiamo intenderci su cosa sia oggi il romance. Perché certo, ci sono i romance supervenduti che scivolano quasi sempre in una strada terribilmente consolatoria e purtroppo scontata, e per quello vendono. Ma forse all’interno di quello che definiamo romance si muove altro: e magari non riusciamo a vederlo, perché non lo leggiamo.
Su tutto il resto, condivido Carlotto parola per parola.

Proprio in questi giorni? Sì, proprio in questi giorni. In giorni di polarizzazioni, di impossibilità di discutere, di dimissioni e licenziamenti e censure. E di silenzi. Dagli Stati Generali dell’Immaginazione l’intervento di Massimo Carlotto. Da leggere e ricordare.
“Non c’è settore che non mostri segni profondi di crisi dal punto di vista della credibilità e non è un mistero per nessuno il fatto che, oggi, la cultura italiana non sia più in grado di incidere sulle grandi e piccole scelte del Paese. Nel corso degli anni, a partire dall’avvento del berlusconismo, la relazione con la società si è modificata e oggi il ruolo è soprattutto ideologico e legato alla produzione di consenso. Questo modello di democrazia ha bisogno di un’industria culturale che consoli e distragga, che illuda e depotenzi i conflitti. La cultura come indispensabile radicalità della visione del presente esiste solo come concetto e pratica minoritaria, giusto per affermare l’esistenza della libertà di espressione come concetto formale.”

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