Come è noto, si discute sulla morte di Alice ed Ellen Kessler e, dal momento che siamo in Italia, sulla loro scelta di morire insieme e volontariamente: e devo dire che ho esperienza di troll di ogni sorta, dalla “bestia” salviniana ai più recenti pro-Beatrice Venezi, ma ancora i teo-troll mi mancavano.
Ho ripensato stamattina, comunque, alla morte di Piergiorgio Welby, a dicembre saranno diciannove anni. Ricordo bene la battaglia, ricordo bene il Vicariato di Roma che gli nega i funerali religiosi, ricordo pure le parole del cardinal Ruini (“Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire “il suicidio è ammesso”). E poi, leggendo qua e là, da una parte mi convinco che qualche passo avanti è stato fatto nel nostro immaginario, perché la discussione sull’addio delle sorelle è molto più rispettosa di allora, e ci mancherebbe altro.
Resta, e forse non può che essere così, quella curiosità morbosa e in un certo senso legittimata dalle nostre angosce, sulle ultime ore della loro vita, sulle parole e sullo stato d’animo. Che ci si augura non verrà mai soddisfatta.
Non so per quale strana e tortuosa associazione, stamattina ho pensato anche a William Burroughs, che morì a 83 anni il 2 agosto 1997, nel Memorial Hospital di Lawrence.
Non si conoscono le sue ultime parole: per lui, parlano quelle (1200) di Dutch Schultz, a capo di un racket, proprietario di un bar clandestino negli anni Venti-Trenta, ferito da colpi di pistola il 23 ottobre 1935 nel Palace Chop House di Newark. Morirà dopo venti ore, ma uno stenografo della polizia annotò quello che a tutti gli effetti era un monologo surreale dove si confondevano insieme ricordi e deliri.
Burroughs ne trasse una sceneggiatura nel 1970, Le ultime parole di Dutch Schultz, usando le parole reali di Schultz come colonna sonora del film che aveva immaginato, e che non si realizzò mai, ma immaginando tutt’altro, e mischiando il crollo della Borsa e un misterioso sussurratore in grado di influenzare chi gli era intorno durante i processi subiti da Schultz.
Racconto tutto questo solo per ricordare che la letteratura è in grado di aprire squarci che la cronaca, almeno molto spesso, non riesce neanche a vedere. Specie quando quella cronaca si nutre delle nostre parole sui social. Ma questa è storia vecchia, credo.