Paura. Poco fa ho ascoltato distrattamente un video che stavano guardando qui in casa, e riguardava un branco di lupi, non so dove. La giornalista incalzava: “la gente ha paura!”. Già, è la parola d’ordine dei tempi nostri. Paura dei migranti, sempre e comunque. Paura della criminalità. Paura della guerra (certo). Paura della povertà. E poi ci sono le altre costanti: paura dell’abbandono, paura del mancato riconoscimento, paura degli altri in assoluto.
Molti anni fa, Telmo Pievani scrisse un articolo importante per Le Scienze del 2012.
Stralcio.
“Sembra la scena di un film, ma si realizza in millisecondi e si svolge tutta nel teatro anatomico della nostra testa. A uno statunitense di pelle chiara viene mostrata la fisionomia di un uomo di colore. Mentre la zona preposta al riconoscimento dei volti entra subito in azione, un’area cerebrale sottocorticale, l’amigdala, coinvolta nelle elaborazioni connesse a emozioni negative, si attiva come se stesse percependo una fonte di disgusto o di paura. Il sistema si sintonizza intuitivamente sulla difensiva. Quell’ “altro” sconosciuto, lì di fronte, non appartiene al “noi” di cui facciamo parte.
A questo punto succede qualcosa di interessante. In un baleno si attiva, in alcuni soggetti, un’area della corteccia cerebrale che registra un conflitto. Qualcosa cerca di neutralizzare la reazione emotiva iniziale, negativa. Lo scontro è gestito dalla corteccia prefrontale dorsolaterale, che se ben educata può avere il sopravvento, riportando il cervello alla ragione, cioè inducendo il soggetto ad avere giudizi e atteggiamenti egualitari e non razzisti, nonostante il senso iniziale di minaccia.
È una di quelle scoperte capaci di far ribollire le acque filosofiche. Il bene (la corteccia) e il male (l’amigdala) si scontrano nella testa, anche se un circuito neurale non sa che cosa siano queste categorie morali, che però indubbiamente sono prodotte dal cervello. Dinanzi al volto estraneo interagiscono strutture biologiche più antiche, che ci appaiono “primordiali”, anche se forse sono proprio quelle che hanno garantito la nostra sopravvivenza, e strutture che ci piace definire “superiori” o più avanzate (termini scivolosi). In realtà le seconde sono tratti recenti che regolano le emozioni e risentono di più dell’educazione e della consuetudine al ragionamento.
(…)
Siamo insomma agenti capaci di valutazioni razionali, ma le reazioni istintuali che ci hanno abituato a distinguere “noi” dagli “altri” sono sempre in agguato e condizionano le nostre preferenze implicite (…). (Tuttavia,) anche se le scorciatoie xenofobe esercitano ancora un certo fascino sulle regioni cerebrali più profonde (come sanno bene i populisti), gli altri attori della mente hanno efficaci antidoti per controllarle e, sia pure con qualche fatica, per sconfiggerle”.
Non so se ci siamo riusciti, nei tredici anni trascorsi da quell’articolo. La sensazione è che, più aumenta la stretta autoritaria, più la nostra cara amigdala viene sollecitata. Allora, come esorcismo, vale la pena rileggere le parole della dottoressa Elvira Campos in 2666 di Roberto Bolaño. E’ un elenco di paura: ma il finale è da imparare a memoria.
“E la amartofobia, paura di commettere peccati. Ma ci sono anche altre paure più rare. Per esempio, la clinofobia. Sai cos’è? Non ne ho idea, disse Juan de Dios Martínez. La paura di andare a letto. Si può provare paura o avversione per un letto? Ebbene sì, c’è gente che la prova. Ma il problema si può aggirare dormendo per terra e non entrando mai in una camera. E poi c’è la tricofobia, che è la paura dei capelli. Un po’ più difficile, no? Difficilissimo. Ci sono casi di tricofobia che sfociano nel suicidio. E c’è anche la logofobia, che è la paura delle parole. In questo caso la cosa migliore è starsene zitti, disse Juan de Dios Martínez. Be’, è un po’ più difficile, perché le parole sono dappertutto, persino nel silenzio, che non è mai un silenzio totale, no? E poi abbiamo la vestifobia, che è la paura dei vestiti. Sembra strano ma è molto più diffusa di quanto sembri. E una relativamente comune: la iatrofobia, che è la paura dei medici. E la ginofobia, che è la paura delle donne e affligge, naturalmente, solo gli uomini. Diffusissima in Messico, anche se mascherata nelle maniere più diverse. Non è un po’ esagerato? Niente affatto: quasi tutti i messicani hanno paura delle donne. Non saprei che dirle, disse Juan de Dios Martínez. Poi ci sono due paure che in fondo sono molto romantiche: la pluviofobia e la talassofobia, che sono, rispettivamente, la paura della pioggia e la paura del mare. E anche altre due che hanno qualcosa di romantico: la anthofobia, che è la paura dei fiori, e la dendrofobia, che è la paura degli alberi. Alcuni messicani soffrono di ginofobia, disse Juan de Dios Martínez, ma non tutti, non sia allarmista. Cosa crede che sia la optofobia?, disse la direttrice. Opto, opto, qualcosa legato agli occhi, accidenti, paura degli occhi? Ancora peggio: paura di aprire gli occhi. In senso figurato, è la risposta a quanto mi ha appena detto sulla ginofobia. In senso letterale, provoca violenti disturbi, perdita di conoscenza, allucinazioni visive e uditive e un comportamento, in linea di massima, aggressivo. Conosco, non di persona, è chiaro, due casi in cui il paziente è arrivato a mutilarsi. Si è cavato gli occhi? Con le dita, con le unghie, disse la direttrice. Cavolo, disse Juan de Dios Martínez. Poi abbiamo, naturalmente, la pedofobia, che è la paura dei bambini, e la ballistofobia, che è la paura delle pallottole. Questa è la mia fobia, disse Juan de Dios Martínez. Sì, suppongo che sia un fatto di buonsenso, disse la direttrice. E un’altra fobia, in aumento, è la tropofobia, che è la paura di cambiare luogo o situazione. E si può aggravare se la tropofobia si muta in agorafobia, che è la paura delle strade o di attraversare una strada. E non dimentichiamo la cromofobia, che è la paura di certi colori, o la noctifobia, che è la paura della notte, o la ergofobia, che è la paura di lavorare. Una paura molto diffusa è le decidofobia, che è la paura di prendere decisioni. E una paura che ha appena iniziato a diffondersi è l’antropofobia, che è la paura della gente. Alcuni indios soffrono di una forma molto acuta di brontofobia, che è la paura dei fenomeni meteorologici, come tuoni, fulmini e saette. Ma le fobie peggiori, a mio parere, sono la panofobia, che è la paura di tutto, e la fobofobia, che è la paura delle proprie paure. Se lei dovesse soffrire di una delle due, quale sceglierebbe? La fobofobia, disse Juan de Dios Martínez. Ha i suoi inconvenienti, ci pensi bene, disse la direttrice. Fra avere paura di tutto e avere paura della mia paura, scelgo la seconda, non dimentichi che sono un poliziotto e che se avessi paura di tutto non potrei lavorare. Ma se ha paura delle sue paure la sua vita potrebbe diventare una continua osservazione della paura, e se queste paure si attivano, si crea un sistema che alimenta sé stesso, una spirale a cui le sarebbe difficile sfuggire, disse la direttrice”.