Torno da Londra, da dove viene la gran parte della mia formazione di lettrice. Non solo la mia, evidentemente: se qualcuno ricorda quel meraviglioso romanzo che è Il libro dei bambini di A. S. Byatt, sa che dalla borghesia fabiana nacque la letteratura che ancora oggi ci accompagna, quella di Carroll, MacDonald, Barrie, Tolkien, Travers, e tanti altri.
Diversi anni fa, su Giap, Wu Ming 4 ne scrisse così:
“E’ l’assonanza tra quei lontani idealisti fabiani e i nostri genitori baby-boomers, sessantottini e post-sessantottini, non più stalinisti, già libertari, che diedero l’assalto al cielo della storia e immaginarono la fantasia al potere. Almeno una parte della mia generazione può sentire aria di famiglia nella pedagogia libertaria e nell’esperimento avanzato dai protagonisti del libro della Byatt. Molti potrebbero riconoscersi in quei bambini e perfino nel loro shock. Certo a noi non è toccata in sorte la partenza per il fronte Occidentale, non un trauma così terribile, ma nondimeno abbiamo dovuto fare i conti con la radicale discrepanza tra la cultura in cui si è stati cresciuti e la storia che ha camminato a passo di gambero, rimangiandosi molte delle promesse contratte con la generazione precedente.
Quei genitori, proprio come quelli de Il libro dei bambini, hanno cresciuto i figli nell’idea dell’illuministico diritto alla libertà e alla felicità, conciliato con un forte senso etico del vivere sociale, ma senza mettere in conto la sconfitta. Che si trattasse di un mondo gradualmente migliorato, come volevano i fabiani inglesi, o radicalmente rivoluzionato, come volevano i loro più recenti omologhi, il progresso sociale e culturale avrebbe trionfato sull’oscurità. Così però non è stato. Nessun sole dell’avvenire è comparso all’orizzonte, mentre è diventata più spessa la notte attorno a noi, e più forte la minaccia incombente sull’eredità dei genitori, a volte proprio per mano di quelli tra loro più smemorati o compromessi (talmente realisti da ritrovarsi dalla parte del re, proprio come accadde a molti fabiani).
Nessuno ci aveva preparati a questo, come nessuno aveva preparato i bambini della Byatt all’impatto con la spietatezza della guerra e del capitalismo. Nessuno aveva pensato che avremmo dovuto confrontarci col male. Non già la guerra guerreggiata in prima persona, che per fortuna non c’è toccata in sorte, ma il male altrettanto immanente rappresentato dalla sconfitta dei progetti di trasformazione di sé e del mondo, dall’imbarbarimento sociale, dall’individualismo, dalla paura. Mentre le conquiste e le idee della generazione ribelle lasciavano spazio al peggio, e tanti di quei genitori utopisti si ritrovavano imbrigliati o conniventi – o semplicemente la vita ci metteva davanti ai suoi drammi -, a noi è rimasto l’anelito alla felicità, ma sciolto dalla forza morale. Sciolto cioè dalla consapevolezza che in certi momenti si può e si deve resistere alla marea, e che quella felicità può realizzarsi solo se ci si impegna in un’azione collettiva”.
Torno, dunque, dopo aver visitato il Museo di Scienze Naturali di Londra, meraviglioso per ideazione, cura, allestimenti, e dove i bambini stessi scoprono la meraviglia del mondo. Torno dopo aver gioito dell’ingresso gratuito ai musei, delle pubblicità dei libri nella metropolitana, e di tutto quello che dovrebbe contribuire a realizzare un mondo migliore. Sapendo bene, però, che la Gran Bretagna, come il resto del mondo, non è affatto immune dalla contraddizione. Perché i bambini sono fotografati, discussi, protetti, desiderati: ma alcuni bambini e non altri.
La prendo da lontano. Molti anni fa uscì un libro di Egle Becchi che si chiamava I bambini nella storia, che varrebbe la pena di trovare e rileggere, per capire qualcosa in più di come il mondo ha rappresentato l’infanzia.
Aspettando la morte che lo avrebbe raggiunto a dieci anni, il piccolo Delfino Louis figlio di Luigi XVI, scriveva sotto dettatura frasette morali e involontariamente (quanto perfidamente) beffarde: “Generosità poco comune, il buon impiego del tempo è una delle cose che contribuiscono maggiormente alla felicità della vita”. A tredici anni, la piccola Ippolita Sforza, sorella di Ludovico il Moro, copia con impeccabile calligrafia il De senectute di Cicerone. E Marie Bonaparte consegna ai posteri il Cahier de betises, dove fra i sette e i dieci anni disegna e fa i suoi esercizi di tedesco. Restano, ancora, gli alfabeti tracciati sui muri dai bambini di Pompei, le filastrocche, le poesie dei piccoli deportati nei lager. Poco, pochissimo proviene dalla voce diretta di un’ infanzia di cui invece molto si è detto e soprattutto scritto, perché l’ infante, per definizione, non parla: e quando impara a farlo gli si impone il silenzio. Silenzio come quello che San Girolamo raccomandava a Leta, madre della piccola Paula (che oltre a tacere crescerà “sorda a tutti i musicali stromenti: dovrà ignorare l’ uso del flauto, del liuto e dell’ arpa”). Di bambini hanno scritto gli adulti, e i bambini di ieri sono dunque piccoli dei e figli di eroi omerici, il Pinocchio di Collodi, la bambina cattiva di Anna Freud, bambini brutalizzati e bambini idealizzati, bimbi perfetti perché sovrumani e perfettibili in virtù dell’ educazione: come i fanciulli dei filosofi, che siano i piccoli abitanti del regno di Armonia descritto da Charles Fourier o il poppante da educare secondo natura prospettato da Rousseau nell’ Emilio. Bambini dell’ utopia, bambini laici, questi ultimi: che fanno tardi il proprio ingresso nella storia, dopo secoli in cui all’infanzia si guardava più con terrore che con tenerezza, perché nell’antichità classica il bambino era messaggero del mondo dei morti: e nel cristianesimo si sdoppia in un essere peccaminoso conteso fra bene e male.
E bambini picchiati, tanti. Specie i bambini dell’ Ottocento: il secolo in cui uscì (proprio in Inghilterra) la prima legge che proibiva il lavoro prima dei 9 anni, il secolo in cui Charles Dickens e Victor Hugo consegnarono alla letteratura alcune delle pagine tuttora più conosciute sull’infanzia maltrattata. Ma se pochi ignorano i tormenti del vessato orfanello Oliver Twist o della povera Cosette dei “Miserabili”, la narrativa mondiale accoglie un numero infinito di bambini percossi da padri, patrigni, padroni e istitutori. Pensate a Wolfgang Goethe, “La vocazione teatrale di Wilhelm Meister” e all’incontro del protagonista con Mignon, al seguito di un gruppo di saltimbanchi:
“Il direttore della compagnia imprecava orribilmente contro la bambina… voleva costringerla per forza a fare qualche cosa, ma lei, a quanto sentivamo, opponeva resistenza. Allora l’ uomo andò a prendere una frusta e si mise a percuotere la piccola senza pietà; lei rimaneva immobile, senza batter ciglio, e ci fece una tale pena che corremmo giù e ci immischiammo nella faccenda”.
Oppure a Emily Bronte, “Cime tempestose”:
“(Hindley) entrò vociferando bestemmie orrende a udirsi, e mi sorprese nell’ atto di nascondere suo figlio nell’ armadio di cucina. Hareton aveva un terrore salutare di subire sia le carezze da bestia feroce del padre che la sua furia da pazzo; perché nel primo caso, correva il rischio di morire schiacciato dai baci, nell’ altro, di finire scagliato nel fuoco o sbattuto contro il muro; perciò il povero bambino se ne stava senza fiatare, ovunque io decidessi di metterlo”.
O certo, a Charles Dickens, “David Copperfield”:
“Mi teneva la testa come in una morsa, ma io mi torsi in qualche modo e lo fermai per un momento supplicandolo di non percuotermi. Ma fu solo un momento, perché un attimo dopo mi colpì forte e nello stesso istante gli presi in bocca la mano con cui mi teneva, la strinsi fra i denti e morsi a fondo. Mi sento ancora allegare i denti a pensarci. Allora colpì come se avesse voluto battermi a morte”.
A volte, quando i bambini diventano soltanto carne da spettacolo da esibire sui social, dopo essere stati ed essere ancora carne da consumo, mi chiedo se non varrebbe la pena ricordarli, i bambini di ieri, per capire come guardiamo oggi all’infanzia. Specie in queste ore, quando le prime pagine dei giornali on e off line riportano la foto di Liam Ramos, cinque anni, zainetto in spalla, cappello di lana turchese con le orecchie di pezza, arrestato dall’ICE a Minneapolis e trasferito col padre in un centro di detenzione in Texas. Questi bambini, appunto, e tutti gli altri, quelli di Gaza, quelli che le storie non hanno fatto in tempo a raggiungere, e tanto meno a salvare.