La giornata, dunque, si apre così:
“Il Rapporto curato da LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo, con Demos e Avviso pubblico, individua in una persona su cinque l’ampiezza del consenso sociale verso soluzioni autoritarie. Incluse quelle che rimandano, esplicitamente, all’esperienza del fascismo. Un’area che si allarga a circa una persona su tre, se includiamo gli incerti di fronte al bivio tra democrazia e autoritarismo. Se l’esperienza del Covid ci aveva stretti attorno alle nostre istituzioni, la componente di persone soddisfatte del funzionamento della democrazia è tornata, negli ultimi tre anni, sui livelli precedenti alla pandemia. Oggi, come 12 mesi fa, si attesta poco sotto il 40%. Segno di un perdurante disincanto, interrotto, o per meglio dire “sospeso”, solo dall’emergenza”.
Ma forse non c’era bisogno del rapporto per capirlo: basta uscire, salire su un mezzo pubblico, guardarsi intorno. Per dire, nel mio quartiere, sabato mattina, alcuni quieti cittadini hanno fatto irruzione in un accampamento rom, per filmarlo e urlare allo schifo sventolando le bandiere di Forza Italia. Qualcosa è cambiato da molto tempo, una narrazione è diventata predominante e adesso siam qui. Il che non significa che non si possa fare nulla, evidentemente, ognuno come può, ognuno come sa.
Le cose sono cambiate anche in editoria, e dal momento che questo è l’ultimo post del 2025 riassumo brevemente quanto scritto qui e sui social: in sintesi, dopo le lunghissime discussioni su come funzionano o non funzionano le cose in Italia, al momento si continua ad andare avanti come prima, con gli editori che inseguono le booktoker, tallonati dagli inserti culturali che le blandiscono, sperando che così i libri e i giornali si vendano un po’ di più (preciserei che non ho nulla contro le booktoker, tutt’altro, e l’ho scritto in tempi non sospetti: mi sembra soltanto malinconico assistere all’ennesimo tentativo di cannibalizzazione di un fenomeno che porta sempre allo stesso punto. Contro un muro).
Nel frattempo c’è anche chi non si accorge di quel che avviene, convinto/a che non toccherà a lui o a lei, e che i suoi libri saranno sempre ben accolti e ben recensiti, e pure premiati, e pazienza se non vendono come una volta. Va benissimo, per carità. Ma dal momento che il solito inferno è la solita buona memoria, io ricordo molto bene quando, giusto dieci anni fa, in occasione della stroncatura di Chirù di Michela Murgia da parte di un noto critico, ho scritto (l’ho recuperato): “Poi, però, quando singhiozzerete sulla crisi dell’editoria e sulla fuga dei lettori, e sulla perdita di autorevolezza dei recensori, e sul bel mondo dorato che non c’è più, e direte che davvero avete fatto tutto il possibile, ma è il nostro paese che è così provinciale, così poco attento alla crescita dei lettori, e quando, infine, sarete nei guai, be’, guardatevi allo specchio”.
Smetto i panni di Cassandra solo per avvertire da che ieri sera si è sviluppata una bella discussione che parte da un articolo del New Yorker sull’uso dell’intelligenza artificiale nella produzione di testi letterari. Stralci:
“Chakrabarty, professore di informatica alla Stony Brook University, ha recentemente pubblicato una pre-stampa della ricerca. L’articolo osserva che gli studenti hanno e confrontato trenta brani generati dall’intelligenza artificiale – uno che imitava ciascun autore dello studio – con brani scritti dai loro colleghi. Non è stato detto loro cosa stavano leggendo; è stato semplicemente chiesto loro quale preferissero. Hanno preferito la qualità dell’output dell’intelligenza artificiale in quasi due terzi dei casi”.
E ancora:
“Data l’attuale resistenza alla prosa generata dall’intelligenza artificiale, un passaggio verso un simile futuro dovrebbe iniziare in modo furtivo, e forse è già in atto. Chakrabarty e Dhillon hanno utilizzato Pangram per scoprire che, su Amazon Kindle, quasi un quinto dei libri di genere autopubblicati di recente includeva testo generato dall’intelligenza artificiale.
La letteratura che vince premi e ottiene il plauso della critica tende a essere pubblicata da importanti case editrici, il che potrebbe proteggerla dalla cannibalizzazione, almeno inizialmente. Tuttavia, gli aspiranti autori potrebbero utilizzare modelli perfezionati e spacciare il risultato per proprio, persino vendendolo a editori tradizionali. Gli autori affermati potrebbero perfezionare i modelli dei loro romanzi passati per produrne di nuovi. Se la prosa artificiale venisse normata, nessuno avrebbe bisogno di nascondere il suo utilizzo, e il linguaggio generato dall’intelligenza artificiale potrebbe portare alla creazione di forme completamente nuove, persino di successori del romanzo. A quel punto, si potrebbe progettare una nuova teoria sullo scopo della letteratura: forse non la connessione umana ma, come suggerisce Altman, la trasmissione efficiente di cluster di idee”.
E’ sicuramente presto per dire qualsiasi cosa in proposito, tardi per non accorgersi che, appunto, le cose sono molto cambiate. Possiamo immalinconirci pensando a come eravamo o capire come agire.
E dunque? Dunque, caro commentarium, per me resta valido quello che scrisse Sandra Newman diversi anni fa:
…mi sa che, in generale, abbiamo la memoria retrattile e la sfoderiamo, quando va bene, sol se costretti. Parole sante quelle di Sandra Newman! L’utopia sembra farci così paura mentre troviamo conforto nella distopia. Davvero strani noi animali umani…ma, come dice qualcuno, “quando manca la speranza, nasce la speranza”.
Cara Loredana, sempre grazie e Buona Vita
Io penso che ‘fascista sia chi fascista fa’, citando Forrest Gumb. La televisione, per esempio, lo è sempre di più.
Quando ero bambino (fine anni settanta, forse primi ottanta) mi era capitato di incrociare in prima serata (prima del telegiornale) diversi episodi della
serie ‘Ai confini della realtà’. L’ho scoperto recentemente, quasi con sgomento, pensando allo sciagurato paesaggio di oggi, fra pubblicità, concorsi a premi, telegiornali asserviti.
Questo per me è il vero fascismo: il blocco totale della bellezza, la mancanza dello stupore, il culto della velocità e dell’efficenza. Il resto è un corollario.
Che tristezza. Ogni tanto mi viene l’insana idea di proporre a chi desidera l’autoritarismo di provare per un anno, su una bella isola ben attrezzata. Comunque vila la libertà e per fortuna c’è ancora una maggioranza che desidera ancora la democrazia