Pausa, pausa fino a lunedì. Ma vi lascio con la lettura dell’articolo su William Sloane scritto per TuttoLibri de La Stampa qualche settimana fa.
Il primo romanzo che esprimeva reverenza e terrore nei confronti dell’elettricità cominciava così:
“Ti rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti”.
Era Frankenstein, scritto dalla giovane Mary Shelley all’alba dell’Ottocento. Poco più di un secolo dopo, uno scrittore di due soli romanzi iniziò il secondo così:
“L’uomo per cui racconto questa storia potrebbe anche non esistere. In caso fosse di questo mondo, non so come si chiami, dove abiti, né altro che lo riguardi”.
Lo scrittore è William Sloane, che ha attraversato la prima parte del Novecento (nato nel 1906, muore nel 1974) trascorrendo una vita intera con i libri, sia come amministratore delegato della Rutgers University Press, sia come fondatore della William Sloane Associates. I due romanzi sono dunque To Walk the Night (1937) e The Edge of Running Water (1939), riuniti come The Rim of Morning nel 1964. Adelphi, che aveva già pubblicato il primo, Attraverso la notte, ora ci restituisce il secondo, sempre con la traduzione di Gianni Pannofino e il titolo La porta dell’alba.
Ed è puro post-Lovecraft: perché il tema caro a Sloane, e caro a tutti gli autori di fantastico da Mary Shelley in poi, è quello del limite che non va superato, perché anche accostandosi soltanto, anche sbirciando nella serratura della porta chiusa, si rischia la follia, o la morte, o peggio.
In questo caso a varcare il limite è il professor Julian Blair, elettrofisico di grande ingegno che, dopo la morte per polmonite dell’adorata moglie Helen, si ritira dall’insegnamento per isolarsi, insieme alla giovane cognata, in una cittadina del Maine che non è ovviamente la Derry di King, ma che è sgradevole persino più di Derry. Si chiama Brasham Harbor, ed è là che il suo allievo di un tempo, lo psicologo Richard Sayles, si reca dopo aver ricevuto un messaggio con cui il suo vecchio professore gli comunica di aver bisogno di un consiglio. Una volta arrivato a destinazione, Richard dovrà affrontare un tassista diffidente, una gigantesca dimora in gran parte in rovina, una strana donna massiccia e severa che si presenta come l’assistente di Blair e soprattutto un Blair semidelirante che lo interroga sui suoi studi. Sayles, in effetti, aveva lavorato insieme ad altri medici e psicologi alla misurazione degli impulsi elettrici del cervello in attività, e a quanto pare è esattamente questo che serve a Blair per completare la sua invenzione.
Che ha un fine perseguito da molti personaggi della letteratura fantastica che maneggiano incautamente l’elettricità: attraversare il varco tra la vita e la morte. Ma quel varco, come dice amaramente Sayles nel compilare le sue memorie, “è in grado di lacerare il tessuto dell’esistenza umana da cima a fondo, lasciandoci nudi ed esposti a un vento gelido come lo spazio interstellare. Una volta quel gelo mi ha sfiorato. So di cosa parlo”. E’ un vecchio incubo, quello di dominare la forza primordiale dell’elettricità, come avvenne appunto in Frankenstein e come avvenne realmente nella vita di Nicola Tesla, così come raccontata in Lampi di Jean Echenoz, e così come immaginata da Christopher Priest in The prestige, poi (strepitoso) film di Nolan. L’elettricità, specie quella segreta e primordiale, fornisce il potere. A riprendere magnificamente il tema fu proprio Stephen King (che ha firmato la prefazione del primo romanzo di Sloane), nel suo Revival, dove il pastore metodista Charles Jacob vede sbriciolarsi la propria fede in Dio dopo la morte della moglie e del figlio bambino, e tenta di scoprire in tutta la sua esistenza se ci sia davvero una possibilità ultraterrena: e se il Dio della Bibbia “arma le mani di folgori”, Jacob userà la stessa arma. E così fa lo sventurato Julian Blair, che nel tentativo di entrare in comunicazione con la moglie scomparsa sacrifica la salute e il senno, anche se il suo scopo è realizzare qualcosa che sia di immensa utilità per gli esseri umani. Al contrario, la sua assistente, che è in realtà una medium, ha altri fini e anche altri comportamenti.
L’abilità di Sloane è quella di mischiare i generi (c’è anche un tocco di giallo nella storia) e soprattutto di alternare la bellezza del panorama di cui Richard e la cognata Anne riescono a godere sulla riva del fiume alle minacce spaventose che si addensano all’interno della grande casa. Infine Richard lo vedrà, il cuore di tenebra che è, nei fatti, “l’opposto di qualsiasi mondo possibile”. Ma che non è un ponte, bensì una falla in una diga. Perché, come sempre, voler conoscere troppo significa spazzare via tutto. E fu proprio Lovecraft a dirlo, ne Il richiamo di Cthulhu: “Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura”.