SPERARE E DISPERARE E COMBATTERE L’OBLIO: COSE AMERICANE, COSE DI PANDEMIA (ANCORA)

Sono tornata, il mio computer è vivo, i file no ma li sto recuperando lo stesso dalle mail e da una solida memoria esterna ferma però a un anno fa, ma va bene lo stesso. Nel frattempo, molte cose sono accadute, e altre continuano a non accadere, e finché continuano a non accadere temo che resteremo in stallo (nonostante sporadici sprazzi di speranza come quello che viene da New York).
Però facciamo un passo indietro.
Esattamente un anno fa veniva eletto per la seconda volta Donald Trump.
In dodici mesi ha fatto sfracelli, come ognun sa, e in dodici mesi dalle nostre parti ci siamo sentiti ripetere da geopolitici improvvisati e no che la sconfitta di Kamala Harris e delle sinistre tutte si deve ai sostenitori della cultura woke. Al solito, questi convinti assertori del sistavameglioprima  riportano il mondo a se stessi e al loro pensiero, convinti di venir premiati dal voto americano per qualcosa che predicano in patria propria (nostra).
Credo che neanche un esercito di analisti, al momento, sia in grado di spiegare fino in fondo quello che è accaduto e quello che ci sta accadendo almeno da trent’anni. Possiamo provare a farlo con il paradigma della paura e con quello del rancore, possiamo a farlo con la povertà, la rabbia e l’impotenza delle persone che non riescono a vedere un futuro.
Però sono quasi certa di una cosa: i meme, le battute folgoranti, il credere di muoversi restando fermi sui social  non bastano più, e lo sapevamo, e in questi giorni forse lo abbiamo capito ancor di più. . Va bene giocherellare, va bene diffondere informazioni, va bene provare a condividere pensieri. Ma poi basta, si va oltre, si esce, si incontra, si parla, si agisce. O finiamo come il protagonista di Una notte del 43 di Giorgio Bassani, fermo dietro la finestra a guardare le fucilazioni, salvo poi negare di aver visto: come forse ricorderete, infine impazzisce, solo e ghignante a guardare un marciapiede vuoto.
Ma proviamo a fare un altro passo indietro.
Nel 2002 Kim Stanley Robinson, scrittore americano di fantascienza, pubblica “Gli anni del riso e del sale”: dovendo proprio trovare un’etichetta, è storia alternativa, laddove, nel romanzo, la peste nera del Trecento ha fatto ancor più morti della realtà, il 99% della popolazione europea (invece del 30%) è scomparsa e a prevalere sono altre culture: islamica, cinese, indiana. Ora, Robinson è intervenuto diversi anni fa sul New Yorker a proposito del coronavirus: ci richiamava a quel che eravamo prima della pandemia, al nostro vivere nel mondo senza sentirlo, e al momento storico che attraversiamo. Spiegava, inoltre, che il paragone con l’11 settembre regge fino a un certo punto, perché quello fu un singolo, drammatico giorno, ma non cambiò più di tanto le nostre vite (lui, per esempio, è un altro che ricorda molto bene l’invito dell’allora presidente degli Stati Uniti per superare la crisi: andare a fare shopping). E soprattutto ci dice che, anche se tutto dovesse tornare magicamente com’era, non dimenticheremo la primavera del coronavirus.
E invece l’abbiamo dimenticata. Perché continuo ad aggirarmi smarrita fra la dimenticanza, e fra divisioni ancora fortissime e dolorose.
“Solo una cosa non c’è, ed è l’oblio”, diceva Borges. Ecco, invece c’è , come se non avessimo vissuto, e vivessimo ancora, un momento davvero storico, qualcosa che doveva rimanere indelebile nella nostra memoria, nel nostro immaginario, nella nostra quotidianità. Non troviamo le parole per dirlo, perché le nostre parole sono state sgretolate: le troveremo, forse, ma quel che è spaventevole è credere di poter cancellare tutto con uno schiocco delle dita, come una delle solite polemiche sui social, che oggi le segui e domani te le scordi, qualunque sia l’argomento.
Robinson dice un’altra cosa importante, e non la dice perché è di parte: dice che la fantascienza è il realismo dei nostri tempi. Gli scrittori di fantastico non sanno tutto, non predicono il futuro: ma mettono insieme i puntini, diciamo così, e magari aiutano chi legge a orientarsi meglio nella mappa del nostro presente (non il futuro, il presente).
Per esempio sanno qualcosa che dovremmo sapere tutti, e lui la ricorda: che gli “stupidi slogan” di Thatcher (“la società non esiste”) e Reagan, che ci hanno segnato per mezzo secolo, stanno finalmente, forse, mostrando la corda: “siamo individui, come le api, ma esistiamo solo in un corpo sociale più ampio. La società non è solo reale, è fondamentale, e non possiamo vivere senza. E ora stiamo cominciando a capire che questo “noi” include molte altre creature  nella nostra biosfera e persino in noi stessi”.
Questo è quello che dicono gli autori di fantascienza, che mai entreranno nella cinquina del Campiello, ma, a volte, vedono lontano. E forse, nonostante il nostro oblio, qualcosa sta accadendo davvero.

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