A proposito dell’uso dell’AI nella scrittura creativa: in questi giorni ho letto molti interventi contro la “cultura della fatica”, o meglio contro coloro che sostengono che scrivere sia “anche” fatica. Peraltro non stiamo parlando di estrarre coltan in miniera, ma di allenare il cervello, studiare, leggere, cercare, fare le normali cose che si fanno quando si scrive, e che non si ha voglia di delegare alla macchina.
Altre posizioni che ho letto sono più radicali, e sostengono che a essere contro l’AI sono gli sfigati, i tromboni, i poveracci che si ritengono intellettuali e sono solo dei mitomani naturalmente collusi in qualche cerchio magico, disperati che vendicchiano poche copie e tengono rubrichette malpagate da cui pontificare, e che soprattutto compiono una battaglia di retroguardia perché sono terrorizzati dal perdere i propri privilegi.
Ora, se davvero il metro di paragone fosse questo permettetemi di proporre qui parte di quel che scrive sul New York Times Colson Whitehead, l’autore de La ferrovia sotterranea, lo scrittore che ha vinto due Pulitzer, un National Book Award e svariati altri premi, che non vendicchia e non mi pare proprio mitomane.
La sintesi:
“Il punto è: non dico questo per difendere l’umanità. L’umanità fa schifo. È assolutamente terribile. Dico questo perché credo in una virtù fuori moda che si chiama: “Fai il fottuto lavoro”.
Leggi il libro, non il riassunto.
Scrivi l’articolo, non il prompt.
Soffri come l’artista che sei. Non è facile, ma se fosse facile non varrebbe la pena farlo”.