Molti anni fa, Oreste Del Buono assicurava a un intervistatore che il neorealismo era morto e sepolto: “l’ha ucciso la televisione, né mai lo resusciteranno quei giovanotti presuntuosi e senza talento che osano definirsi neorealisti”. Decadi dopo, la frase resta vera per il neorealismo propriamente detto, ma non per il realismo.
E quando ci si interroga sulla crisi dell’editoria, questo aspetto viene regolarmente lasciato indietro: quando si rimprovera la mancanza di mondi narrativi, ci si riferisce sempre ai mondi reali, relegando l’aspetto fantastico ai libri per giovani adulti, ed è un errore gravissimo, e sono quasi stanca di ripeterlo.
La più famosa delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani è Una notte del 43, scritta nel 1955. Il protagonista è Pino Barilari, farmacista: malato, trascorre lunghe giornate dietro la finestra della sua casa, in corso Roma. Risolve cruciverba, guarda fuori. Nella notte del 15 dicembre 1943 assiste all’eccidio del castello Estense, con la fucilazione di undici oppositori del fascismo. Alla fine della guerra, quando si tratta di processare il responsabile (Carlo Aretusi detto Sciagura), Barilari dirà che non ha visto nulla. Dormivo, afferma.
Bene: ci sono diverse storie, di segno diverso, che riportano alla mente Barilari. Ne scelgo una, non vicina, ovvero la vittoria di Trump alle elezioni americane. All’epoca Roberto Saviano ha scritto su Instagram un lungo intervento contro lo spostamento del dibattito politico sui social, contro la diminuzione della nostra attenzione e l’inquinamento della discussione. Anzi, il suo azzeramento. Ora, ad anni di distanza, neanche un esercito di analisti è riuscito a spiegare fino in fondo quello che è accaduto: possiamo provare a farlo con il paradigma della paura e con quello del rancore, possiamo provare a farlo con la povertà, la rabbia e l’impotenza delle persone che non riescono a vedere un futuro. Ma con ogni probabilità i meme, le battute folgoranti, il credere di muoversi restando fermi sui social non solo non bastano più, ma è tempo di buttare alle ortiche la convinzione che servano. Va bene giocherellare, va bene diffondere informazioni, va bene provare a condividere pensieri. Ma poi basta, si va oltre, si esce, si incontra, si parla, si agisce.
E, ancora una volta, si prova a inventare mondi, che su quel che siamo dicono molto più delle storie di famiglia. Che, come scrive Claudia Durastanti in Falsi amici (leggetelo), rischiano di ottenere l’effetto Barilari. Dormivo. Sognavo, anche. Non ho visto nulla.
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Se non possono essere l’oggetto del tuo plauso, devono diventare il megafono del tuo nemico per sentirsi, almeno per un momento, rilevanti. Questo, grossomodo, è quanto Anthony Burgess sostiene un po’ ovunque, ma soprattutto nella trilogia di Enderby, non notissima in Italia ma molto interessante per capire alcuni dei comportamenti non solo del mondo editoriale: parla, Burgess, di quei poeti o critici abilissimi nel corteggiare una figura che ritengono rilevante, salvo, quando non ottengono la rilevanza che a loro volta desiderano, schierarsi dalla parte dei denigratori di quella figura. Nella trilogia, Rawcliffe ne è l’esempio perfetto: prima l’ammirazione servile, poi il tradimento, comportamento classico ieri nei cocktail e feste letterarie, e oggi nei social, dove esistono coloro che si aggirano fiutando i personaggi in ascesa, per ricoprirli di lodi e doni, e poi, quando le aspettative che nutrono (e di cui spesso l’oggetto delle medesime tutto ignorano), spruzzano inchiostro come seppie per oscurare chi li ha rifiutati.
Un meccanismo molto simile ma politico viene descritto meravigliosamente da Giorgio Bassani nella poesia Gli ex fascistoni di Ferrara.
Nel mondo vasto, quello della politica nazionale e internazionale, il comportamento dei rancorosi e degli ex fascistoni di Ferrara diventa evidente, e ha conseguenze molto più pesanti: ma nasce tutto dal mondo piccolo, perché, come si diceva ieri, la questione non sta nei potenti impazziti della terra, ma in chi li elegge. Spesso per lo stesso motivo: il risentimento. La sensazione che altri ti abbiano sottratto lo splendore, il successo, la felicità. E finché non ci rendiamo conto che non esistono colpevoli (esiste un sistema che suscita e amplifica questo modo di pensare, certo: ma esiste anche una certa responsabilità individuale, eh), non si va avanti.