Non so voi, ma io sbigottisco un poco. Ci sfila davanti agli occhi una storia di violenza e di abusi, un reale d’Inghilterra viene giustamente arrestato (ma rilasciato subito dopo), ci sono ragazze e donne che sono state portate al suicidio, o alla disfatta psicologica, e noi, come scrive Giulia Paganelli su Bolena, ci distraiamo.
Perché sbigottisco? Perché mi sembra che la discussione pubblica, specie delle donne, sia centrata su altro. 
E per dirla con chiarezza, me ne infischio del film tratto da “Cime tempestose”, me ne infischio della copertina di Einaudi, non mi interessa se il romanzo sia stato tradito o se la versione pop avvicinerà le ragazze ai classici. Anzi, comincio un poco a stufarmi di questo discorso: è possibile che avvenga, così come è possibile, vista anche la simpatica propensione editoriale a imprigionarle in un genere come lettrici e chissà come scrittrici, che da quella gabbia rosa non escano.
Ma come, direte, non hai sempre insistito sull’importanza dell’immaginario? Certo, e continuo a insistere: stavolta, però, ho la brutta sensazione di trovarmi dentro Con tutta quell’acqua a due passi da casa di Raymond Carver. Col cadavere di una donna annegata nel fiume mentre noi parliamo di pesca. Scusate. Va così.