Ieri sera ho fatto una lunga chiacchierata con un vecchio amico. Il tono di entrambe era sconsolato. Lui, che conosce l’editoria da più tempo di me, diceva che fra i mille problemi uno risalta su tutti: l’affidamento delle decisioni all’ufficio commerciale e non più, come un tempo, alla direzione editoriale. Il commerciale è quello che controlla quanto hai venduto nel titolo precedente e decide se investire ancora su di te o, come sempre più spesso avviene, cercare un autore nuovo che, magari, non vende le tue tremila o quattromila copie ma, chissà, magari fa il botto delle 20.000, e se non ce la fa pazienza, in fondo è un esordiente. Il commerciale è quello che decide che in questo momento bisogna pubblicare libri sui gatti, e se per caso hai scritto un buon libro su un cane occorrerà intitolarlo “Il nemico dei gatti”. Il commerciale è quello a cui non interessa il progetto culturale, ma vendere in un tempo in cui non si vende, e dunque perché mai provare strade diverse da quelle conosciute?
Come segnalavo ieri su Facebook, sono usciti due articoli importanti: quello di Giulio Mozzi su Snaporaz e quello di Francesco Quatraro sul Tascabile che riassumono molto bene, Mozzi con passione, Quatraro chirurgicamente, lo stato delle cose.
Ne segnalo però un terzo. ll bilancio che Wu Ming 1 ha fatto dei suoi tredici mesi di tour per Gli uomini pesce: lo trovate su Giap.:
“In questi tredici mesi Gli uomini pesce è stato ristampato più volte e ha venduto oltre venticinquemila copie. Fa dunque parte dello 0,2% circa di novità editoriali italiane che superano quota 20000.
Risultato ancor più significativo se pensiamo che il libro non ha imboccato nessuno dei percorsi abituali e “obbligati”, quelli ritenuti imprescindibili se si vuole promuovere un libro. Nisba inviti dal più seguito programma radiofonico dedicato ai libri; non un rigo sul quotidiano più venduto (né sul suo inserto culturale); idem sull’inserto culturale del secondo quotidiano più diffuso; assenza dalle grandi kermesses dell’editoria; nessuna partecipazione a premi, eccetera”.
E ancora:
“I «percorsi obbligati» non sono obbligati. Altre vie si possono percorrere, e nel tempo danno più soddisfazione. Aver cura dei rapporti con le librerie indipendenti – baluardi di cultura, socialità e biodiversità urbana – fa vivere un libro più del calcare certe ribalte mediatiche, e può anche riservare sorprese”
Certo, una comunità non si costruisce un giorno, ma l’alternativa è scrivere i libri sui gatti chiesti dal commerciale. E, come sapete, dura poco, non serve, peggiora le cose.