Sono tornata, il mio computer è vivo, i file no ma li sto recuperando lo stesso dalle mail e da una solida memoria esterna ferma però a un anno fa, ma va bene lo stesso. Nel frattempo, molte cose sono accadute, e altre continuano a non accadere, e finché continuano a non accadere temo che resteremo in stallo (nonostante sporadici sprazzi di speranza come quello che viene da New York).
Però facciamo un passo indietro.
Nel 2002 Kim Stanley Robinson, scrittore americano di fantascienza, pubblica “Gli anni del riso e del sale”: dovendo proprio trovare un’etichetta, è storia alternativa, laddove, nel romanzo, la peste nera del Trecento ha fatto ancor più morti della realtà, il 99% della popolazione europea (invece del 30%) è scomparsa e a prevalere sono altre culture: islamica, cinese, indiana. Ora, Robinson è intervenuto diversi anni fa sul New Yorker a proposito del coronavirus: ci richiamava a quel che eravamo prima della pandemia, al nostro vivere nel mondo senza sentirlo, e al momento storico che attraversiamo.
E soprattutto ci dice che, anche se tutto dovesse tornare magicamente com’era, non dimenticheremo la primavera del coronavirus.
E invece l’abbiamo dimenticata. Perché continuo ad aggirarmi smarrita fra la dimenticanza, e fra divisioni ancora fortissime e dolorose.
“Solo una cosa non c’è, ed è l’oblio”, diceva Borges. Ecco, invece c’è , come se non avessimo vissuto, e vivessimo ancora, un momento davvero storico, qualcosa che doveva rimanere indelebile nella nostra memoria, nel nostro immaginario, nella nostra quotidianità. Non troviamo le parole per dirlo, perché le nostre parole sono state sgretolate: le troveremo, forse, ma quel che è spaventevole è credere di poter cancellare tutto con uno schiocco delle dita, come una delle solite polemiche sui social, che oggi le segui e domani te le scordi, qualunque sia l’argomento.
Robinson dice un’altra cosa importante, e non la dice perché è di parte: dice che la fantascienza è il realismo dei nostri tempi. Gli scrittori di fantastico non sanno tutto, non predicono il futuro: ma mettono insieme i puntini, diciamo così, e magari aiutano chi legge a orientarsi meglio nella mappa del nostro presente (non il futuro, il presente).
Per esempio sanno qualcosa che dovremmo sapere tutti, e lui la ricorda: che gli “stupidi slogan” di Thatcher (“la società non esiste”) e Reagan, che ci hanno segnato per mezzo secolo, stanno finalmente, forse, mostrando la corda: “siamo individui, come le api, ma esistiamo solo in un corpo sociale più ampio. La società non è solo reale, è fondamentale, e non possiamo vivere senza. E ora stiamo cominciando a capire che questo “noi” include molte altre creature  nella nostra biosfera e persino in noi stessi”.
Questo è quello che dicono gli autori di fantascienza, che mai entreranno nella cinquina del Campiello, ma, a volte, vedono lontano. E forse, nonostante il nostro oblio, qualcosa sta accadendo davvero.