Subito dopo la prima ondata di Covid e relativo lockdown, se ricordate, si è aperto un lungo dibattito, forse mai chiuso, sullo spazio pubblico e su come sarebbe dovuto cambiare. Si parlò, allora, di rivoluzione urbanistica, di città più aperte alla cura e alla condivisione se non addirittura alla Bellezza, con la maiuscola. Si parlò, ebbene sì, di verde urbano, e si parlò di collegamenti più diretti con i borghi, che erano da rivalutare e prendere a esempio.
Non solo non è andata così, ma credo che ci sia un altro fattore da considerare, ed è la percezione diffusa secondo la quale lo spazio pubblico non esiste. O meglio: ogni spazio dove ci si trova è, per definizione, “mio”. In altri paesi si discute, per esempio, dell’ormai inarrestabile abitudine di non usare gli auricolari in treno o in metropolitana, con la conseguenza di venir sommersi di musiche, moltissimi reel dei social, partite e film, telefonate in viva voce con mamma o fidanzato o collega di lavoro, giochi per bambini con fischi e filastrocche e tutto quello che chi si sposta conosce perfettamente.
Non è una questione di maleducazione, secondo me. O non solo: è la convinzione profonda che lo spazio in cui ci troviamo a muoverci per qualche ora non sia condiviso con gli altri ma appartenga unicamente a chi telefona o guarda o quel che volete. Non so se la causa sia da rintracciarsi nel nostro aggrapparsi alla comunicazione on line durante il lockdown. Ci vorrebbe un sociologo o uno psicologo delle masse  e io non lo sono. La sensazione che ho, invece, è che quella barriera sia caduta: se io sono qui, le regole sono le mie.
Per fare un esempio, è come se io fossi la presidente del consiglio e invece di mantenere il mio ruolo istituzionale, zompettassi sul palco cantando “chi non salta comunista è”: ma questo, come si sa, è impossibile.
Conclusione con aneddoto torinese e un consiglio di lettura per adulti: un piccolo e prezioso libro di Leo Lionni, “E’ mio”. Ma Leo Lionni è l’autore di “Piccolo blu e piccolo giallo”, finito negli anni scorsi nella lista dei libri pro-gender (no comment), e chissà come verrebbe interpretata la proposta.