Con tutto quello che succede nel mondo, e in Italia? Beh, sì: perché insistere sulle parole ha sempre senso, perché si può almeno provare a cambiare una narrazione, perché anche un romanzo può avere il suo sia pur piccolo effetto. Dunque, continuo a pubblicare gli interventi di sabato scorso agli Stati Generali dell’Immaginazione. Oggi tocca a Paola Ronco, che fa un interessante paragone su libri e rum (da bevitrice del medesimo, approvo).
“Due cose che non facciamo abbastanza.
La prima: portare un po’ di realtà nell’editoria. Smettere di parlare tra di noi come se il problema fosse la qualità della scrittura altrui. Smettere di fare gli squali nella vasca da bagno di cui parlava Foster Wallace. Capire che o ci salviamo insieme — ritrovandoci, costruendo reti, creando massa critica, difendendo il diritto di chi lavora nel settore a essere pagato equamente per il proprio lavoro — oppure non si salva nessuno. Come in qualsiasi altra battaglia sul lavoro.
La seconda: portare un po’ di editoria nella realtà. Spiegare alle persone come funziona questo sistema — non per lamentarci, non per fare vittimismo — ma perché chi legge ha diritto di sapere. Per esempio ha diritto di sapere come funziona la distribuzione attuale, e ha diritto di sapere come e perché alcuni libri occupano le vetrine delle librerie di catena e altri no”.