Ogni tanto riemerge, ma troppo poco spesso, la questione del lavoro culturale: continuo a usare questa definizione perché la trovo ancora corretta, e riguarda coloro che provano a guadagnarsi da vivere con le parole, le immagini, la musica e tutto quanto ruota intorno alla produzione di quella che chiamiamo cultura. Certo, continuare a usare i termini scelti a metà del Novecento da Luciano Bianciardi comporta oggi un rischio: quello di vivere la parola “culturale” come privilegio, in opposizione agli altri lavoratori.
Perché le cose sono molto diverse, oggi. Economicamente, per cominciare: non solo perché i compensi sono bassissimi, ma perché tutto il resto (affitto, spesa, trasporti e tutto quel che volete) è aumentato in modo sproporzionato ai salari. E soprattutto è diverso il contesto.
In un libro molto interessante, La conquista dell’infelicità, Raffaele Alberto Ventura spiega che la crisi del nostro tempo si deve alla contraddizione fra le promesse della modernità, che assicura la realizzazione personale e il fiorire dei talenti di ognuno, e l’impossibilità di realizzare quell’aspettativa. Nei fatti, chi ha potuto realizzarsi davvero negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, finanzia la lunghissima formazione di figlie e figli affinché possano a loro volta realizzarsi, cosa che avviene molto di rado. E quando avviene, la conquista di pochi causa l’infelicità dei molti che non ci sono riusciti.
Ma su questo sfondo, e convinta che, come diceva Jonathan Galtung (sociologo, matematico, pacifista norvegese) There are alternatives , ci sono sempre alternative, credo che si possa almeno tentare di procedere per passi. Riprendo il discorso che mi sta a cuore (comunità, territori) sapendo che resta centrale, e penso che soltanto provando a costituire una rete si possa ottenere qualcosa.
Inoltre, anche se è marginale, sarebbe bene smetterla, potendo, di raccontare di sé. Sarà una mia fissazione, ma mi risuonano sempre le parole di Ernesto De Martino, nel 1952, quando diceva che gli abitanti più poveri di Eboli volevano soprattutto una cosa, questa: che”le loro storie personali cessino di consumarsi privatamente nel grande sfacelo”.