E così, dopo dieci anni, Stranger Things si congeda. Lo fa con una puntata, almeno a mio parere, impeccabile nonostante le incoerenze, dove ogni anomalia svanisce, così come si chiude il tempo dei giochi e dell’adolescenza: i protagonisti vanno verso il mondo, chi andrà al college, chi in una grande città, chi inizia a lavorare in un giornale. E qualcuno, come Gordie de Il corpo di Stephen King (omaggiatissimo in tutta la serie) scrive, e racconta, come è giusto che sia. Ma le storie non finiscono, perché ci sono altri, i fratellini e le sorelline, che prenderanno il posto dei personaggi principali attorno al tavolo, per giocare a Dungeons&Dragons.
Nei fatti, Stranger Things ha raccontato cosa significa crescere avendo fede: fede nella fantasia, nei mostri che possono esistere davvero, e fede nel fatto che i mostri si possono sconfiggere, fede nell’amicizia, fede nel futuro. Solo i bambini e i ragazzi non si accorgono che stanno cambiando e dunque non possono temere il cambiamento: lo faranno dopo, una volta adulti, quando si guarderanno indietro. Ma la meravigliosa estate de Il corpo, e di It, e di tutti i libri kinghiani dove ci sono bambini e ragazzi, sembra non finire mai e potersi prolungare all’infinito. Perché i bambini e i ragazzi hanno appunto fede, farà dire King a uno dei suoi personaggi. I bambini e i ragazzi credono ancora (o credevano) alla fatina dei denti e persino a Babbo Natale, credono nei fantasmi e nei lupi mannari e, in una parola, credono nella magia. Proprio quella che, crescendo, si dimentica: al massimo, alcuni uomini e alcune donne provano a ricrearla nei libri, nei film, nelle serie televisive, cercando di ricordare come si viveva da dodicenni.
Nell’ultima puntata di Stranger Things, Mike, e poi tutti gli altri, dicono le parole chiave: “Io ci credo”. E’ lo stesso atto di fiducia nelle storie con cui si chiudeva Game of Thrones, che aveva un finale più sgangherato ma con la stessa finalità: ogni anomalia svanisce, ognuno prosegue la propria vita, senza draghi e senza mostri, inoltrandosi nell’età adulta.
Resta una piccola domanda: noi che abbiamo amato Eddie il ribelle, quanto tolleriamo, da adulti, le persone vere che escono dal canone? Temo molto poco. E temo anche che quando guardiamo con tenerezza alle amicizie degli adolescenti, alla forza del gruppo, alle speranze e al coraggio, pensiamo ai noi stessi che forse eravamo davvero (o forse no), ma che sicuramente, nella maggior parte dei casi, oggi non siamo.
Quanto alle storie, beh, chi ci crede (in numero minore, temo anche questo) sa che sono una delle possibilità di salvezza, anche quando non spiegano tutto, come in Stranger Things.
(E comunque, avercene)