A un certo punto del video con cui annuncia la sua mancata presenza a Più Libri Più Liberi, Zerocalcare si chiede, grossomodo, quando mai cominceremo a discutere, ma davvero, di quello che succede intorno a noi e nelle fiere culturali.
Ha ragione. Perché in queste ore si tocca con mano il fatto che le petizioni non bastano, se servono solo a ottenere una risposta come quella dell’Aie. E non è solo questo: è che tocca spiegare e rispiegare che nessuno al mondo (non io, almeno) vuole impedire a Passaggio al bosco di pubblicare i manuali del buon SS, e di venderli, e di organizzare corsi di formazione sul camerata spartano.
Ma dal momento che diventa sempre difficile discutere sui social, che la dicotomia è in agguato, che son sempre pronti quelli a dirti “oh, sei politicamente corretta”, “oh, sei per la censura” (santa pace, ma due domandine questi signori e signore se le fanno ogni tanto?), e dal momento che arrivano pure quelli che dicono che dopo il lavoro culturale è trendy parlare di Più Libri, e dal momento che forse è il caso di passare ai fatti, ecco i miei fatti.
– Sarò a Più Libri da sabato a lunedì per onorare l’impegno preso con alcune case editrici piccole e medie che hanno pagato lo stand e fatto investimenti per la fiera. In quei casi, che trovate sul programma, ci sarò per intervistare due autori. Ci sarò anche per l’omaggio finale a Michela, in cui avrò l’occasione di dire qualche cosa in più.
Ma.
– Metto a disposizione lo spazio che avevo come autrice per invitare editori, autori e autrici, lettori e lettrici e pure commentatori da social a discutere esattamente di quel che si è detto in questi giorni: cosa ci sta succedendo, come dobbiamo porci davanti a situazioni che si ripetono, ruolo delle fiere e tutto quel che volete. Avviene domenica 7 in sala Aldus alle 16. Avrei dovuto presentare Mozart in rock ma non lo farò: invece, grazie ad Andrea Colamedici e Maura Gancitano di Tlon, in questo caso mio editore, voglio discutere proprio di quei temi che qualcuno chiama trendy, ovvero cosa si fa quando due stand più in là si vendono manuali firmati da nazisti, e già che ci siamo proprio del lavoro culturale, perché come altri e altre hanno giustamente notato ci sono altre situazioni tossiche nelle fiere da affrontare.
L’invito non è solo aperto a tutti, ma l’augurio è che l’idea si estenda ad altri, che altri autori e autrici mettano a disposizione il loro spazio, in modo da tessere un filo comune che attraversi la fiera.
Per inciso, so bene che Aie ha offerto spazi di discussione: non se ne avrà a male se preferisco rinunciare a quelli che mi erano già stati assegnati. Non se ne avrà a male neanche Mozart, che di potere sapeva qualcosina, credo.
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Dunque, oggi esce per la terza volta Mozart in rock (lo ripubblica Tlon, con una bellissima copertina): è ancora attuale a distanza di oltre trent’anni? Direi proprio di sì: ma se un giorno uscirà per la quarta volta forse bisognerà fare altre considerazioni.
Provo a spiegarmi.
Nel 1990 scrissi Mozart in Rock a pochi mesi dal bicentenario dalla morte di Mozart. Occasione a parte, si era nel pieno di un dibattito sulla fruizione della cultura negli anni della postmodernità. E quel libro si ostinava, tramite Mozart, a ritenere il nomadismo dei saperi una forma di conoscenza non meno legittima (e spesso non meno elevata), e a indagare incroci, crossover, mondi che appaiono tra i flutti, anche se destinati ad essere inghiottiti prima di poter diventare Atlantide.
Il nomadismo dei saperi è quello che mi ha sempre attratto, così come mi sono sempre interessata della diffusione della cultura attraverso canali imprevisti. Ci credo ancora, ma pongo una questione, che sviscererò nei prossimi giorni insieme a un’altra scrittrice.
Ovvero: quanto quel nomadismo, allo stato attuale, viene insidiato dal mercato? Perché le cose sono cambiate ancora, e cambiano settimana dopo settimana. Quanto il mercato, oggi, fagocita quella libertà dei saperi condivisi e ne fa una regola? Perché una cosa, per dire, sono le tazzine con la faccia di Mozart o il profilo di Jane Austen. Un’altra cosa è sostenere che Fedez vale quanto Mozart e il best seller romance in testa alle classifiche vale quanto Jane Austen. Tutto non è uguale a tutto, e sostenere la legittimità della fruizione popolare non significa perdere di vista il valore artistico. Ma questo è un discorso lungo, appunto (quanto necessario e importante nel momento in cui i saperi sono stati appiattiti).
Sono ancora convinta che l’accademia e la critica sono indispensabili per restituirci il pensiero e l’opera di un autore o autrice. Ma che il cosiddetto pop aiuti a veicolare quegli autori e quelle autrici: magari avvicinando, in un passo successo, all’accademia stessa. Purché non si confonda il discorso sulla qualità, però.
Buon vento a Mozart, dunque.