Anche oggi parlo dei libri delle altre, e anche oggi parlo in un certo senso di me.
Partiamo dalla fine: fra un mese esatto parte l’avventura di Chatwin-scuola nomade di narrazione: come forse ricordate, nasce dal desiderio di proporre un’altra esperienza, che sia centrata soprattutto sulla lettura, sugli incontri tra affini e, certo, anche sulla scrittura, ma in modo totalmente svincolato dall’idea che si frequenti una scuola per pubblicare. L’idea, semmai, è quella di scoprire quali strumenti abbiamo per capire il mondo, e noi stessi, attraverso i libri, da leggere e da scrivere. E scoprire, insieme, certe bellezze del territorio umbro che magari non conosciamo abbastanza: per questo Chatwin nasce con due partner d’eccellenza come Daniele Zepparelli di Umbria Green Festival e Silvia Schiavo, che della narrazione è maestra indiscussa. Dunque, venite a trovarci.
E venite a trovarci da aprile: il primo corso, Le vite degli altri, vede come maestra Romana Petri, che sarà affiancata da Silvia e da me (ci sono ancora posti disponibili: iscrivetevi sul sito).
Perché Romana? Primo, perché è una delle migliori scrittrici che abbiamo in Italia: qualsiasi cosa esca dalla sua tastiera è un incanto di pensiero e di lingua. E perché è quella che sa raccontare davvero le vite degli altri, e in un momento in cui si narrano soprattutto le proprie è una delle poche che può far capire a chi scrive come sia possibile raccontare facendo un passo indietro, pur restando sempre presente nella storia.
Qualche esempio: l’ultimo romanzo di Romana, uscito da pochissimo per Neri Pozza, è “Distanza di sicurezza”: il quarto di quello che possiamo chiamare il ciclo dei Dos Santos. (procuratevelo). Dentro c’è invenzione e c’è realtà. Ma gli altri romanzi (tanti) di Romana hanno sempre avuto questo sguardo: penso a quello che sembra il più autobiografico, “Le serenate del Ciclone”, dove la vita è quella del padre, il grande cantante lirico Mario Petri. E penso a quelli che sembrano i più biografici: “Cuore di furia”, che racconta Giorgio Manganelli, “Figlio del lupo”, che racconta Jack London, “Rubare la notte”, che racconta Antoine de Saint-Exupéry, “La ragazza di Savannah”, che racconta Flannery O’Connor. Sono biografie? Sì e no, ma più no che sì, perché nei fatti rispettano le vite degli altri (appunto) ma ne fanno qualcos’altro. Qualcosa che sono in pochi a saper fare: romanzi d’avventura, dove ogni esistenza si piega alla bellezza del narrare.
Vi aspettiamo.