Ho ripensato stamattina alla morte di Piergiorgio Welby, a dicembre saranno diciannove anni. Ricordo bene la battaglia, ricordo bene il Vicariato di Roma che gli nega i funerali religiosi, ricordo pure le parole del cardinal Ruini (“Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire “il suicidio è ammesso”). E poi, leggendo qua e là, da una parte mi convinco che qualche passo avanti è stato fatto nel nostro immaginario, perché la discussione sull’addio delle sorelle Kessler è molto più rispettosa di allora, e ci mancherebbe altro.
Non so per quale strana e tortuosa associazione, stamattina ho pensato anche a William Burroughs e a una sua sceneggiatura nel 1970, Le ultime parole di Dutch Schultz, ispirata al vero monologo del boss moribondo.
Racconto tutto questo solo per ricordare che la letteratura è in grado di aprire squarci che la cronaca, almeno molto spesso, non riesce neanche a vedere. Specie quando quella cronaca si nutre delle nostre parole sui social. Ma questa è storia vecchia, credo.